Up patriots to arms: Mancini e l’inutile polemica degli oriundi nella Nazionale di calcio

Altro giro altro regalo! Su Blasting News trovate il mio commento alle dichiarazioni di Roberto Mancini circa l’utilizzo degli oriundi in nazionale. Trovate il tutto a questo link! Buona lettura!

Il caso Parma e i conseguenti dubbi su Roma 2014

Fortunato quel paese che non ha bisogno di Manenti recita un titolo de “L’intraprendente”, e questa intervista ad Alessandro Melli non può che confermare quel titolo. Parma non c’è più, sportivamente parlando o per lo meno, non sta troppo bene, è decisamente in agonia. Ed è un peccato non tanto per la storia sportiva della sua squadra di calcio a cui collego ricordi bellissimi della pre adolescenza, ai tempi dello scontro tra la prima Juve di Lippi e il mitico Parma di Scala; è un peccato per il sistema sportivo italiano, quello che Matteo Renzi vorrebbe candidare all’Olimpiade del 2024.
Il caso Parma sta diventando un emblema negativo del nostro sport, incapace di diventare davvero professionistico, incapace di fare impresa. Se infatti pure nel calcio milionario si arriva a gestioni malandrine, fatte da personaggi improbabili, mascalzoni e cialtroni, senza che ci siano controlli e controllori ma solo chi prende i soldi e scappa; si ha la prova lampante che lo sport, tutto, è rimasto al palo: puro diletto per qualche mecenate danaroso, passatempo per politici locali in perenne caccia di voti, valigia dei sogni per i ragazzini, scusante per le concessioni edilizie, crocevia burocratica, voce consigliata dal commercialista per il bilancio consolidato.
A questo punto tutto diventa inutile: inutile parlare dei troppi stranieri nelle leghe professionistiche, inutile parlare della formazione che manca ai nostri giovani, inutile parlare delle strutture fatiscenti, dei mezzi che mancano a tutti tranne che alle forze armate, dei ricambi generazionali negli sport minori e della gestione farlocca quando non imbarazzante dei loro diritti televisivi. E si potrebbe andare avanti per pagine e pagine di disciplina in disciplina, ma ci limiteremo a qualche esempio.

BASKET: a gennaio la Fulgor Libertas Forlì è costretta a ritirarsi dal campionato di A2 Gold perché, dopo un’acquisizione in pompa magna, la proprietà dopo varie rincorse, alza bandiera bianca ed è insolvente su tutti i fronti. Stessa sorte per la squadra di Veroli e pure altre squadre non se la passano troppo bene. Risultato campionato falsato Lega Nazionale Pallacanestro che ha dovuto ridisegnare i suoi vertici sotto Natale, promessa di nuove regole, silenzio di tutti tranne dei media specializzati.
VOLLEY: la Superlega di A1, quella che simula il modello Nba, è nata zoppa. 13 squadre anziché 14 per il ritiro/scomparsa della squadra di Cuneo, gloriosa compagine che tra gli anni ’90 e ’00 ha saputo vincere trofei importanti. Nella A1 femminile invece alla vigilia dell’inizio del campionato salta per aria la squadra di Orvanasso con giocatrici e allenatore a spasso dopo inutili sforzi di costruire un gruppo che potesse disputare il campionato. Ma, soprattutto in campo femminile, non mancano presidenti/padroni corsari, e diritti delle giocatrici calpestati (uno su tutti: maternità inesistente) però se ne parla poco e niente anzi, meglio tacere, meglio celebrare un quarto posto al mondiale in diretta tv con Fiorello supporter, ma se c’è un caso ovvio di disparità di trattamento uomo/donna, quando addirittura di calettamento dei diritti, quello è lo sport al femminile, e non c’è Boldrini (che ignora il problema dimostrando la sua pochezza) che tenga.
RUGBY: in Eccellenza, il massimo campionato italiano, la squadra dei Cavalieri Prato che ha disputato la finale scudetto un paio di anni fa, sta palesemente falsando il campionato assieme a L’Aquila Rugby, con la quale divide la coda del campionato. Anche qui, proprietari latitanti, stipendi insussistenti giocatori in fuga. Non una sola partita vinta nell’anno e addirittura l’allenatore che si mette a referto per far scendere la squadra con un numero regolare di giocatori tra campo e panchina. In campo professionistico si discute del futuro dell’assetto proprietario delle Zebre Rugby e tutte le preoccupazioni, visti i precedenti (e visto che siamo di nuovo a Parma) sono d’obbligo.
Con queste premesse, e c’è un sottobosco sportivo che ignoriamo, come si fa a voler candidarsi per ospitare le olimpiadi? Con quale approccio? Ma soprattutto, con quale faccia? E a cosa servono, ripeto, i discorsi sui troppi stranieri nel calcio, nel basket o gli oriundi del rugby se poi, il problema è alla base finanziaria del sistema? Senza soldi, non si va da nessuna parte, ma bisogna usarli bene, e non in maniera piratesca e pilatesca. Senza investimenti seri è inutile pontificare sulle chance da dare agli atleti italiani, perché la formazione è l’ultima cosa che interessa a chi “investe” nello sport. E non è perché si vuole vincere tutto e subito e saltare le fasi di costruzione dei team, ma perché manca l’approccio imprenditoriale, in altre parole mancano, soprattutto in serietà, i tanti sbandierati “progetti”. 
Non siamo qui a dire che De Coubertin era uno scemo e che lo sport deve servire a fare profitto ma la verità dei fatti è che per molti l’importante è partecipare al magna magna. Fino a che le cose stanno così, neanche vale la pena di organizzare eventi sportivi, che servono solo a ristrutturare la facciata di un edificio che non ha nemmeno fondamenta solide. Il professionismo sportivo in Italia, è solo uno strambo miraggio. 

Interviste Perdute: conversazione via Facebook con 11 Illustri Sconosciuti

Per il ciclo “Interviste Perdute” ospito su questo blog gli autori di 11 Illustri Sconosciuti, blog di storie calcistiche di cui abbiamo già avuto occasione di parlare in passato. L’occasione è quella offerta da loro il 1 marzo al Mattatoio Culture Club di Carpi, in cui trasporteranno i loro scritti dalla realtà virtuale alla realtà teatrale. Non collaborando attualmente con nessuna testata giornalistica rischio di essere accusato di esercizio abusivo di professione ma, non essendo famoso come Barbara D’Urso, e soprattutto, essendo che praticamente in questa conversazione ce la cantiamo e ce la suoniamo tra blogger, non me ne frega assolutamente nulla. Di seguito, senza censura o correzione alcuna, copio e incollo la conversazione con Simone “Zeman” Ferrari e Matteo “Begbie” Santunione.


Ciao, ho ricevuto il vostro invito per l’1 marzo al Mattatoio di Carpi. Non so se riuscirò a essere presente (anche se ho messo che parteciperò) però vorrei chiedervi, in attesa dell’evento, se posso intervistarvi per il mio blog, per anticipare, se possibile, quello che le persone si troveranno davanti. Per darvi un’idea dei toni dell’intervista, vi giro questo link, di una conversazione fatta con Nicolò Gianelli un po’ di anni fa, in occasione di un’Emilia Ruvida su a Sestola. Se ci state, vi invio le prime domande e poi, spero nasca una bella conversazione da pubblicare. Ciao, grazie e in bocca al lupo!

Matteo Begbie Santunione: Ci stiamo! Che figata. La facciamo qui sulla chat di Fb, sì?
Si, poi copio-incollo sul blog. senza censure.
Begbie: che fiagta! *figata (essendo copiata dalla chat di Fb, sono riportati anche gli errori)
Simone Zeman Ferrari: Sì davvero. Sono onorato. Mi hanno intervistato tre volte in vita mia. Quando ero una rockstar ma non mi hanno passato in tv, quando stavo partecipando ad una grigliata e avevo ancora i capelli e infine con te, Santu, per Spark ed ero alle terza Heineken. Comunque ok. Grazie Stefano.
Begbie: è la mia quinta intervista. 4 erano delle forze dell’ordine.
Tutto quello che mi avete appena detto farà da incipit. Sapevatelo.
Begbie: perfetto.
Certo che se vi presentate così uno potrebbe pensare di stare a intervistare Delinquenti prestati al mondo del pallone anziché 11IS. A proposito, com’è nata l’idea, di chi è stata, e perché?
Begbie: Dunque se non ricordo male l’idea è stata di Zeman. Poi ce la siamo raccontata un po’ e una sera a cena, come ritratto da foto del blog, abbiamo ratificato il tutto. Ormai quant’è che scriviamo? 4 anni? Il perché è molto semplice: credevamo e crediamo che Varriale e Sconcerti non ce li meritiamo. E abbiamo la presunzione di credere che ci siano anche altri che non se lo meritano. Per cui andare a “caccia” o semplicemente disseppellire storie di uomini di calcio ci sembrava il modo migliore per certificare questo pensiero.
Zeman: No, dai. Non siamo due delinquenti, siamo due white collar boyz, guarda sol Santu come ti risponde bene! Io invece ricordo distintamente una serata, forse l’anno scorso, forse due anni fa , in cui c’eravamo attaccati un chiodo al bar sull’Atalanta che arriva in finale di Coppa Coppe contro il Mechelen. C’erano dei ragazzi con noi che ci guardavano stupiti, rapiti e attentissimi. L’idea che avevamo avuto era proprio quella, l’averla messa anche in forma scritta la sua più ovvia conseguenza per raggiungere piu gente possibile e, nel nostro piccolo, invogliare qualcun altro a vedere il calcio da altri punti di vista.
Begbie: Semifinale, Zeman. Semifinale.
Poi Federico Buffa vi ha rubato l’idea…
Zeman: Buffa è un maestro. C’entra un cazzo ma per la sua cosa più bella è un “Characters” su Dirk Novitzki. L’avrò guardato diecimila volte. Una roba proprio come piace a me: attenzione ai fondamentali tecnici del giocatore in questione, storia di come è diventato grande e le sue ombre come uomo. Vero è che, adesso come adesso, sono giusto un pelo incazzato con Buffa, ma per capirne il motivo bisogna presentarsi al Mattatoio. (“Per me* la sua cosa più bella”)
Begbie: Questa è una questione di cui si stanno occupando i nostri legali. Che poi è solo uno.
Cagate a parte, personalmente ritengo Federico Buffa patrimonio della cultura italiana. Per cui se la strada che abbiamo intrapreso coincide, anche se alla lontana, con quello che lui sta dando al calcio, sento dell’onore pesante. Poi è evidente che, tra le sue fonti, si sia lautamente abbeverato alla nostra fontana, ma non puoi mica intentare un’azione legale contro un Avvocato. Scherziamo?
Chi verrà al Mattatoio cosa si troverà davanti?
Begbie: Intanto noi due vestiti a festa. Poi 4 storie di calcio che ci sono piovute addosso. Abbiamo avuto la netta sensazione che loro abbiano scelto noi, che abbiano voluto utilizzarci come mezzo per uscire allo scoperto. Inoltre ci saranno i nostri amici Samuele Bertacchini che curerà la parte audio-video e Valerio Cabri che curerà la parte “live” armato della sua chitarra.Abbiamo e stiamo rompendo l’anima a molti nostri amici e alle nostre dolci metà per riuscire nell’intento. Intento che è portare il ‘blog’ live senza fargli perdere le sue peculiarità.
Zeman: Come ho già detto da qualche parte, per lo meno per me sarà una grande emozione, sarà come laurearmi una seconda volta. Con la differenza però (e questo discorso vale per entrambi) che cercheremo di parlare con professionalità di qualcosa che non è studio né lavoro, ma una passione che abbiamo coltivato da anni e che non abbiam mai pensato, fino alla creazione del blog, di esternare pubblicamente senza esser presi come dei fanatici invasati di pallone. Nota personale. Se nel periodo ciceroniano di cui sopra non ho sbagliato né un periodo né una virgola e nemmeno una consecutio temporum, son veramente un fenomeno. A parte questo mi auguro di vedere attenzione da parte di chi sarà dall’altra parte del limes, che si tratti del primo dei nostri amici o dell’ultimo disgraziato capitato al Mattatoio. Avremmo fatto tombola.
A parte un blog, Gullit ed Evani, cos’hanno in comune un tifoso della Sampdoria e uno del Milan?
Begbie: In generale nulla. In particolare, se ti riferisci al rapporto tra di noi, le cose che abbiamo in comune non sono tantissime, ma sono quelle che ci permettono di essere amici nella vita di tutti i giorni. Cibo, musica, piazzate inutili, calcio e occhiali da sole improbabili. E birre. Specie nei weekend.
Zeman: Facebook dice 135 amici in comune, così suddivisi:
-Sbronzoni e sbandati, più che una categoria, una macroarea;

-Gente intellettualmente preparata di cui alterniamo la compagnia con disgraziati in genere e scappati di casa vari;

-Bar e baristi che potrebbero avanzarci qualche percentuale;

-Sedicenti musicisti e noti scrittori;

-Eurofighe ma anche qualche cesso scatenato; 
-Esponenti di studi legali: percentuale risicatissima ma dal peso specifico incalcolabile.
-Personaggi equivoci con cui abbiamo litigato a più riprese;

-Idoli personali che non ci cagano pari

Il vostro più bel ricordo associato al calcio.
Begbie: Sto sul recente e dico 2:

– L’inno della Champions League visto live in Brema nell’agosto del 2010.

– Il gol di Nicola Pozzi a Varese visto al Bar Motta (luogo di riferimento per gli 11IS) con il mio gemello doriano Giana e Zeman appunto. Anche a Brema ero con Giana.

Zeman: Uno lo dico e uno è soggetto a spoiler alert. Il primo dei due è Milan-Manchester 3 a 0, semifinale della Champions del 2007. The perfect match. Una partita cui tutti dovrebbero aver assistito per capire cosa si intende quando si parla di “mistica” del calcio.
Il secondo riguarda un viaggio in Inghilterra, ma di questo mi dilungherò oltremodo il primo marzo.
Domanda di pura fantasia: la playlist ideale per la partita ideale con i giocatori ideali.
Begbie: Intendi solo musica? O musica e giocatori?
Musica e giocatori
Zeman: Domanda difficilissima. Ma vuoi undici canzoni per undici giocatori? Se sì e una domanda pazzesca.
Se non vi piace ve la cambio. Però intendevo questo: le due squadre ideali che vorreste vedere sfidarsi, e la colonna sonora ideale.
Zeman: Ah ok
Mi scuso per la poca chiarezza.
Begbie: Dunque. Io sono un po’ autistico e un po’ schizofrenico, quindi questa playlist di uomini e musica vale solo per oggi. Perché magari domani vado in fissa per qualcos’altro e bona lè. Più che squadre ideali, per quel che mi riguarda sono squadre idealizzate. Che non ho potuto vedere/comprendere nell’età della ragione. E poi, già che mi allargo, ti dò due partite con relative playlist: una di squadre nazionali e una di club. Nazionali: Ungheria 1954 vs Jugoslavia 1990. Una delle due la ritroverete al Mattatoio. Qui la colonna sonora sarebbe composta da 6 pezzi:

– love me like a reptile, motor head

– l’era del cinghiale bianco – franco battiato

– kalashnikov – goran bregovic e la sua orchestra
– risse risse risse – verme
oad – gogol bordello
– my strange uncles from ab
r

volevo poi dire 5 pezzi
Per quel che riguarda le squadre di club:
Nottingham Forest (quello delle due Coppe dei Campioni) vs. il Foggia di Zeman. Zdenek però. E la colonna sonora sarebbe un disco a scelta di Frank Zappa. Spero di aver risposto comprensibilmente.
Assolutamente si.
Zeman: Alors. Sfida che giocherei sempre a fifa classic sareb2be Olanda 74 contro Argentina 86. Partita impossibile che vorrei vedere nei miei sogni: Il Man U di Steve Bruce contro un best of del Perugia di Gaucci. Materazzi Liverani Baiocco 44Gatti Zisisvryzas Rapaic Rezai Marconegri Ravanelli Rezai Grosso Nakata Ahn (mandato via dalla presidenza a causa dell’affaire Corea) Margareth Mazzantini. No, ma ci rendiamo conto? Al posto di uno dei due rezai potrei mettere Giovanni Tedesco o Renato Olive
Begbie:dimentichi Ze Maria, JJ Bothroyd, GHEDDAFI! GHEDDAFI cazzo! se ci penso vi viene un attacco d’asma.
Zeman: E dove lo metti bomber Calori?
Begbie: c’era anche un cinese con un nome equivoco. Tipo staminchia.. vado su wikipedia un attimo. Ma Mingyu. Roba da matti.
Zeman: Ti stai dimenticando Kaviedes, che credo anche abbia recitato la parte di Gesù Cristo in qualche film.
Begbie: su Kaviedes, poi chiudo l’OT, c’è una storia che vorrei giocarmi sul blog prima o poi. Come in una barzelletta c’è lui, una maschera tipo da uomo ragno e il mondiale in Germania. E credo anche un compagno morto. Poi Kaviedes segnava sempre alla Samp. Sfigato.
Zeman: O forse non era lui. Comunque adessi sparo 5 canzoni a caso che vorrei m’accompagnassero nella visione di queste partite.
Begbie: se metti gli Oasis, questa collaborazione finisce qui.
Zeman: Mio fratello e figlio unico di Rino Gaetano perchè dà l’idea del calcio di provincia. Se non i fratelli Gallagher metto gli Smiths allora. No ma che smiths, metto gli stone roses. I wanna be adored, perfetta per quando Bruce cede fascia e 7 a Cantona. Poi basta.
Nessuno schiera Esnaider? o Tuta?
Begbie: a che pro?
Così per ridere e continuare a parlare di giocatori improbabili.
Begbie: Allora ci può stare. Però lanciati così senza contesto boh mi sembra una cosa gratuita tipo dire cazzo e sperare che la gente rida perché hai detto cazzo. Tipo Esnaider andrebbe inserito nel contesto Juve/Moggi/giocatori presi col culo. Con Athirson e Dimas. Allora sì che avrebbe senso. Se scrivo un’altra volta “Tipo” all’inizio di un discorso vado ad ammazzarmi. O a presentare Sanremo.
E’ che a vedere i nomi del Perugia di Gaucci mi son venuti in mente giocatori alquanto improbabili anche di altre squadre.
Begbie: Da qui uno dei tag più frequenti del blog che è “Connessioni neurali particolarmente discutibili”.
Zeman: A proposito di giocatori impossibili, veramente impossibili, non mi avventuro nel tunnel dei ricordi altrimenti rischierei di arredarlo. Quando andavo allo stadio tutte le feste, per passare il tempo si faceva un gioco. Veniva detta una lettera e tutti dovevano chiamare un giocatore il cui cognome iniziava con quella lettera, “pena” bere una birra dana brau. Squisita. Beh, quando capitava la T, uno dei ragazzi (sempre lo stesso) diceva Trivellari. Nessuno conosceva Trivellari ma lui, con grande sicumera, convinceva tutti dicendo:”Sì, dai, l’attaccante”. E tutti noi, mossi da ingenuità, prendevamo atto. Trivellari era un nome da funambolo, ti riempiva la bocca, scemi noi. Sicuramente poteva aver giocato nella Triestina degli anni ’60. Trivellari non è mai esistito ma un giorno scriverò una storia su di lui.
Begbie: Sai cosa ci siamo dimenticati di dire?– momento promozionale – Le quattro storie saranno disponibili in formato libricino. Saranno 90 copie per ovvi motivi di mistica calcistica e si potranno acquistare solo la sera del Mattatoio a 5 euro. Ai primi 10 regaleremo il balletto di Tshabalala che abbiamo imparato da Marchio e Chè.
Zeman: Io ballo solo in presenza del mio avvocato.
Begbie: Hai messo “Parteciperò” sull’evento Facebook, quindi ballerai.
Zeman: Te sei come Cavani che decide cosa fare alla sera in base agli eventi cui partecipano le donnine che gli piacciono.
Begbie:Guarda fai come vuoi. Non me ne frega di come deciderai di non onorare la tua promessa. Cosa che tra l’altro fa parte del tuo bagaglio comportamentale.
Questo battibecco ha annullato la domanda “perché uno dovrebbe venire al Mattatoio l’1 marzo”ragion per cui io passo all’ultima domanda, molto scolastica: argomento a piacere.
Begbie: Intanto, stucchevolmente, vorrei ringraziarti per lo spazio che ci hai dato e mi auguro di vederci il primo marzo a Carpi. Argomento a piacere: fenomenologia dell’utilizzo Caps Lock come netiquette delle chat e dei forum. Introduzione: SVEGLIA!!!1!!!!!1!!! Svolgimento: k al posto delle ch, x al posto dei per, congiuntivi violentati e condizionali infibulati. Conclusione: si stava meglio quando si stava peggio e solo il sindaco aveva la macchina.Postilla: no al calcio moderno.
Zeman: Se volete parlo di cucina.
Begbie: Non ti piacciono i funghi… Di cosa vuoi parlare dai.
Zeman: Nemmeno l’aceto e il tartufo, se è per questo. Ho mangiato i funghi fritti solo da te quando lavoravi al lago della ninfa.
Begbie: Però mi hai iniziato alla dipendenza da pancetta. Di questo voglio darti pubblicamente atto.
Zeman: Ora, io non sono Berta e non sto per aprire un blog dove si parla di pizze al taglio fredde comprate ad orari improponibili, ma la pizza alla pancetta della leader è una droga. Untissima, salatissima, grassissima. Una cannonata. Quando penso alla felicità, l’idea iperuranica è quella della pizza alla pancetta della leader. Ultima cosa: grazie!
Grazie a voi. Se non avete nulla in contrario questa conversazione sarà copia-incollata (comprese queste ultime righe) per intero e senza troppe correzioni. Giusto un cappello introduttivo e la foto rubata dal blog in aggiunta. Io ringrazio voi perché mi sono divertito molto. A breve la pubblicazione su Outside the wall! Ciao!
Begbie: Ciao! Grazie a te!
Zeman: Prego ciao e grazie.




#marcellolippialquirinale

Io me lo ricordo, un post partita di una delle ultime gare di qualificazione al nefasto mondiale del 2010. Incazzato come una belva, contestato dai tifosi, punzecchiato dai giornalisti. E lui li manda tutti a quel paese. Poi consegna all’Italia il suo peggior mondiale della storia, quattro anni dopo averne vinto uno, si assume tutte le responsabilità e se ne va. Non erano le dimissioni pietose di Prandelli, il siluramento senza troppi complimenti di Donadoni, o il passo d’addio di un Trapattoni che in nazionale è stato al di sotto di ogni possibile aspettativa. Quelle furono le dimissioni di un uomo chiamato ad anticipare un disastro, a rimediare a un dissesto, a mettere una pezza laddove non c’era nemmeno il filo per cucire. Lippi fece giocare al meglio una nazionale che peggio non poteva essere, privilegiando il gruppo e lasciando a terra primedonne che quattro anni dopo sarebbero state messe sul banco dei capri espiatori, segno che, forse tanto torto non ce l’aveva. Aveva saputo leggere, esattamente come quattro anni prima, che quello era il miglior calcio che l’Italia potesse esprimere, ci fosse stato un’altro scandalo pre mondiale, forse avrebbe tirato fuori quella punta di orgoglio in più che serviva. Ma tant’è, la colpa non era sua, ma di Giancarlo Abete, rappresentate di un sistema che non stava (e fatica tuttora a starci) in piedi e che solo quattro anni più tardi capì che era il caso di levarsi di torno.
Ecco, se c’è un uomo che vorrei vedere sullo scranno del Quirinale, è Marcello Lippi. Sarà per i miei trascorsi juventini, sarà per quella sua aria da incredibile stronzo, sarà che calciatori, giornalisti, presidenti per lui pari sono; sarà perché probabilmente non ne sa mezza di politica ed economia e allora proprio per questo ce lo vorrei; sarà perché è l’unico italiano ad aver fatto qualcosa di prestigioso agli occhi di tutti (mi perdonino scienziati e uomini di cultura ma la massa vince) a livello internazionale per l’Italia, sarà perché le consultazioni dirette da lui sarebbero un vero spasso…. io candido #marcellolippialquirinale. Un italiano che ha avuto il coraggio d’essere stronzo. E che da tale, pur se da commissario tecnico, ne ha messi in riga sessanta milioni. Tra scherzo e realtà, uno con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, quel modo di fare un po’ così, a fare il presidente ce lo vedrei bene. #marcellolippialquirinale

Il solito sospetto(so)

Sarò sospettoso, ma a me il binomio Tavecchio- Conte non mi convince. Mi sa di solita sceneggiata italica. Tavecchio è la vittoria del “sistema” ma Albertini sarebbe stato, al pari di Renzi per la politica, solo un cambio di facciata. C’è poco da fare, il calcio si conferma lo specchio del paese, la conservazione della conservazione, cambiare tutto perché nulla cambi. La scelta di Conte pare poi un copione già scritto, le sue dimissioni dalla Juventus (e la scelta di Allegri conseguente) sapevano di farsesco e la sua scelta fa il paio con l’ostruzionismo a Tavecchio capitanato da Agnelli. In altre parole: la Juve si ferma un giro e passa il testimone alla Roma, gli altri guardano ma scelgono chi comanda il pallone tricolore. Nel frattempo Conte è incaricato di selezionare i migliori italiani da piazzare sul mercato, dato che il nostro campionato è una realtà ormai provinciale e l’unico modo per far cassa non è vincere ma vendere. Sarò il solito sospettoso, ma per me sta funzionando così.

Stefano Bonacorsi

non aspettiamoci un ciclo

Non lo so se abbia vinto il calcio più logico o se quello appena concluso sia stato un mondiale modesto, quello che so è che la finale non ha deluso le aspettative cioè ha deluso. Il gol di Gotze ha probabilmente fatto tirare un sospiro di sollievo a chi non voleva vedere un’altra lotteria dei rigori e andarsene a dormire. La Germania ha vinto con merito il suo primo mondiale dopo l’unità, sfatando il tabù dell’europa che non vince in sud America. L’Argentina ha perso, ha perso Messi, ma più che altro, per me hanno perso (oltre ad aver rotto oltre ogni misura le scatole) coloro che vogliono mettere Messi sul piano di Maradona, Di Stefano e Pelé. Perché tra questi, solo Pelé e Di Stefano sono stati contemporanei e quindi paragonabili in relazione a prestazioni fisiche, capacità tecniche e tattiche. Maradona ha trionfato a Città del Messico 16 anni dopo il canto del cigno della perla nera brasiliana e il calcio era già mutato ed era agli arbori della globalizzazione. Messi è il più forte dei nostri tempi, che non sono paragonabili a quelli di Maradona (ai suoi tempi la coppa Uefa era un signor trofeo e vincerla era un signor risultato, non come l’Europa League che viene considerata di serie B), che a sua volta non sono paragonabili a quelli di Pelé il quale, tranne che a fine carriera, non ha mai giocato fuori dal Brasile.
La Germania, in linea con la sua storia e la sua tradizione (e col suo peso nello scacchiere geopolitico), ha vinto senza schierare fenomeni, facendo forza della sua continuità e del miglior collettivo schierato al Mondiale. Faccio coming out, dopo l’eliminazione degli azzurri ho tifato per la Francia, che aveva secondo me, il calcio più bello da vedere. Siccome non credo alla proprietà transitiva, non ho tifato Germania e, a malincuore, ammetto che sono contento che abbia vinto. Ha semplicemente fatto meglio degli altri, cosa riuscita anche a noi otto anni fa. Da che mondo è mondo si vince con un gruppo o, al limite, con un fuoriclasse in grado di rendere tali anche i brocchi.
Non aspettiamoci però, al pari della Spagna prima del tracollo in terra carioca, l’apertura di un ciclo di dominio assoluto: salvo quanto accaduta tra i 72 e il 74 (Europeo e Mondiale) la Germania non ha mai avuto epopee fatte di titoli e controtitoli. Alla costanza nei risultati e nei piazzamenti, non è seguita (fino ad ora, poi chissà) la costanza nelle vittorie.

Stefano Bonacorsi

Dal verdeoro al giallo

A dimostrazione che la semifinale tra Olanda e Argentina è stata un compendio di noie calcistiche, la Gazzetta dello sport questa mattina ha dedicato sì la fotonotizia principale all’eroe della serata Romero, ma ha aperto con quattro pagine dedicate all’impresa di Vincenzo Nibali sul pavé, normalmente in uso per le classiche, al Tour de France. Segno che, in assenza di pallonari nostrani a combattere per la Coppa del Mondo di calcio, abbiamo una speranza alla Grand Boucle. Vedremo, siamo agli inizi ma le premesse sono ottime e, passati i mondiali, non avremo di che annoiarci.

Germania e Argentina dunque si confronteranno per la terza volta in finale e, per quanto riguarda gli sponsor, la Germania ha già vinto visto che entrambe le nazionali in lotta per il titolo vestono Adidas. I tedeschi, forti della loro economia e del loro rigore (oltre a una straordinaria costanza e preparazione che li fa sempre ben figurare) partono favoriti per via del 7-1 rifilato al Brasile. C’è da dire però che nelle puntate precedenti i teutonici hanno faticato non poco coi l’Algeria, e non hanno certo straripato contro Francia, Stati Uniti e Portogallo, oltre ad aver solo pareggiato col Ghana. Quindi delle due l’una: o il Brasile ha incappato in una serata no, che di più non si può, oppure sono una squadra di brocchi che prima di incontrare la Germania ne ha battute altre molto più brocche. Diversamente avrebbero “solo” perso.

L’Albiceleste torna in finale dopo 24 anni e lo fa alla stessa maniera, cioè ai rigori. E’ alla quinta finale (qualcuno dice quarta ma, facendo due conti 1930, persa contro l’Uruguay, 1978 vinta contro l’Olanda, 1986 vinta contro la Germania e 1990 sempre Germania ma sconfitta) mentre i tedeschi sono all’ottava. Se vincono i sassoni, si sfata il tabù della vittoria europea in sud America, se vince Messilandia sarà il terzo titolo e, dato curioso, chiunque vinca avrebbe per la terza volta nel suo palmares la Coppa del Mondo Fifa (il Brasile su cinque titoli tre sono Rimet, l’Italia che fa 2+2, la Germania 1 Rimet + 2 Fifa, Uruguay  e Inghilterra hanno vinto solo la Rimet, Argentina, Spagna e Francia solo la Fifa). In virtù delle semifinali appena disputate la Germania col suo tiqui- tank parte strafavorita, ma l’Argentina, che pure non ha brillato, ha vinto sempre col minimo sindacale, ed è stata praticamente trainata da Messi; può comunque sorprendere i teutonici, specie se si fanno prendere da un eccesso di boria.
Quello che mi auguro, e che auguro a tutti coloro che si guarderanno la finale, è che sia una bella finale. In 24 anni di mondiali di calcio vissuti con consapevolezza, quella di Italia ’90 è stata una delle più brutte finali che si ricordino e, in ogni caso, tolta quelle di Francia ’98, la finale dei mondiali a mio modesto parere, è sempre stata di una bruttezza disarmante. Non chiedo né una replica della goleada di due giorni fa, ma nemmeno il piattume di ieri sera. Che trionfi, ancora una volta, il gioco.

Stefano Bonacorsi

Palla al centro

Parafrasando la brava giornalista svizzera Natasha Lusenti, questa mattina mi sono svegliato e sono stato contento di non essere un brasiliano. A conti fatti non so se sia peggio una batosta come quella patita dai pentacampeao ieri sera, o la vergognosa eliminazione della pedata italica. I verdeoro per lo meno in semifinale ci sono arrivati, noi no.  Qualche post fa, avevo scritto che in una gara a eliminazione diretta, in caso di rigori i brasiliani non avrebbero retto. Ho avuto torto col Cile, anche se hanno rischiato, ma ho avuto ragione con i panzer, anche se non immaginavo che sarebbero usciti di testa. Son pur sempre i brasiliani diamine, ieri sera sembravano una squadra materasso al torneo delle frazioni di Castellaro!
Qualcuno ha tirato in ballo leggi non scritte dello sport in cui il più forte non deve umiliare il più debole, ma avrei voluto vederla applicata al Dream Team di Barcellona ’92, o agli All Blacks che nella coppa del mondo del 1999 strapazzarono l’italico ovale per 101 a 3!
Con ogni probabilità, senza stare a fare analisi tecniche e tattiche, ieri sera ha vinto il gioco e la coppa del mondo è tornata indietro di 70/80 anni, quando alle origini delle grandi sfide internazionali non era difficile vedere grandi squadre battersela a punteggi tennistici. La Germania ha semplicemente giocato, il Brasile sono anni che non lo fa più, aggiungiamoci una pressione senza eguali (neanche noi a Italia ’90 eravamo messi così) e il Mineraizo è servito!

Olanda- Argentina a questo punto si preannuncia sulla stessa linea. L’Albiceleste è stata piuttosto modesta in questo mondiale, un girone vinto a punteggio pieno pur faticando con tutte le squadre (Bosnia e Iran comprese) ottavi e quarti passati al minimo sindacale e una forte dipendenza da Messi. L’Olanda, stando agli umori nazionalpopolari, è la squadra su cui convergono le simpatie (non ha mai vinto nulla, dicono, se lo meriterebbe) e se, come sembra, smettono di fare le cicale come hanno fatto sempre (eccetto l’europeo dell’88) potrebbero averla facile sull’Argentina e giocarsela alla pari con la Germania.

L’impressione che ho, è che dopo le parvenze di Copa America, dettate più che altro dalle sorprendenti compagini della Colombia e Costa Rica, il calcio latinoamericano sia in realtà poca cosa. Del resto non è più possibile fare di un giocatore il proprio patrimonio nazionale come ai tempi di Pelé e, a differenza anche solo di vent’anni fa, i fenomeni sudamericani crescono e giocano in Europa, già privati di quell’estro naturale che avrebbero nella loro terra d’origine, nella quale non giocano neanche i campionati da sbarbatelli (per dire, Maradona approdò a Barcellona a 22 anni dopo aver disputato un mondiale) di conseguenza, gli allenatori europei, che li hanno plasmati a loro immagine e somiglianza, sanno benissimo come annientarli e come farlo fare ai loro giocatori. Ma è una mia impressione, da pallonaio distratto. Palla al centro, che stasera è un altra sfida. Buona visione.

Stefano Bonacorsi

Il ritorno del gioco

Il nefasto girone D, quello dell’Italia per intenderci, era il girone delle 7 coppe del mondo. Quattro italiche, due uruguagie e una albionica. Le semifinali che vanno a cominciare non saranno da meno: 10, otto delle quali si affronteranno stasera. Comunque vada, la finale non vedrà lo scontro Messi-Neymar, ma Adidas e Nike si sono comunque divise equamente le pretendenti al titolo e mi perdonerete se il gioco, lo vedo sempre in secondo piano rispetto agli  interessi di sponsor & affini. Gioco che però torna prepotentemente a dire la sua e l’infortunio di Neymar ne è la prova: per quanto puoi provare a far filare tutto liscio l’imprevisto è dietro l’angolo, e anche se questo mondiale è concepito su misura per il Brasile (e la sfida finale con l’Argentina), dovessero trionfare, lo faranno come nel 1962 in cile, quando vinsero senza l’infortunato Pelé.

In cuor mio speravo che ad affrontare la selecao ci fossero i francesi che mi piacevano di più, ma la Germania è stata più forte. Del resto Gary Lineker lo diceva no? Alla fine vincono i tedeschi. Non so se lo faranno anche stasera, certo alla quarta semifinale consecutiva e col desiderio di rivalsa rispetto alla finale del 2002 qualcuno vorrebbe che i ragazzi di Low vincessero qualcosina, almeno un premio alla continuità lo dovrebbero istituire giusto per assegnarlo ai tedeschi a ogni mondiale o europeo. E poi sarebbe il primo trionfo europeo in terra sud americana (finale permettendo e ammesso che non ci sia l’Argentina). Il Brasile è l’unica squadra che ha da perdere qualcosa tra oggi e ogni finale possibile e, arbitro Rodriguez permettendo (ma secondo me le polemiche sono del tutto italiote, anche se gli arbitraggi, come ad ogni mondiale, non hanno lesinato polemiche) stasera e domani mi auguro vedremo il ritorno gioco avere la meglio su tattiche, schemi e soprattutto interessi politico-economici.    Non mi aspetto una partita avvincente, negli ultimi anni le semifinali e le finali sono diventate tremendamente noiose, estremamente tattiche. Brasile- Germania non farà eccezione. A meno che non trionfi il gioco.

Stefano Bonacorsi

Quarti di nobiltà

Quando una fase a gironi finisce, già dall’ultima partita la tattica prevale sul gioco e, di conseguenza sullo spettacolo. E’ così più o meno per tutti gli sport di squadra: nel basket le partite dentro-fuori vedono i punteggi ridursi, nel rugby si riscopre l’arte del drop o si usano tutti i calci piazzati disponibili perché l’importante è fare punti. Nel calcio si va ai tempi supplementari e, gloria a Dio, regole come golden e silver goal sono stati bandite.
A dispetto di ciò che si andava delineando, o per lo meno di ciò che si andava cianciando, alla fine l’equilibrio Europa- Sud America è tornato, dopo che alcuni hanno parlato più di Copa America che non di Campionato del Mondo (ma si sa, di qualcosa bisogna pur parlare…). Siamo dunque al punto che una europea e una sud americana entreranno di sicuro tra le quattro semifinaliste. Per lo meno questo è il verdetto che uscirà domani dopo i primi due quarti di finale. Brasile favorito ma non troppo su una Colombia in gran spolvero, Francia data per soccombente contro i panzer tedeschi, i quali non mancano mai di costanza e determinazione, ma i galletti li trovo più freschi.
Poi sarà la volta, passato l’indipendence day, degli Orange contro la sorpresa Costa Rica e dell’outsider Belgio contro Messilandia. Sulla carta Olanda e Albiceleste dovrebbero passare, ma gli Orange son strani, han sofferto contro il Messico poi si è reinventato Sneijder e per i sombreros è stata subito sera. Però hanno patito anche dalla non irresistibile Australia e la Costa Rica ha pur sempre strapazzato l’Uruguay e battuto l’Italia, che non erano ‘sto gran che però…
Il Belgio è divertente, ha eliminato gli Usa e m’è dispiaciuto, però sono una delle squadre più costanti assieme alla sfidante Argentina. Entrambe hanno vinto tutte le partite fin qui disputate, il Belgio stando ai gol subiti ha la difesa migliore, l’Albiceleste dipende molto da Messi. Dovessero annullarlo è finita, dovesse svegliarsi in lui anche solo un decimo dello spirito di Maradona, avremo una replica della squadra che trionfò a Mexico ’86.
Dato statistico: è dal 1978 che non ci sono due squadre sudamericane in semifinale e, a parte Uruguay 1930, non ce ne sono mai state tre. L’europa invece in più occasioni (Italia 1934, Inghilterra ’66, Spagna ’82, Germania ’06) ha fatto cappotto tra le prime quattro cosa mai riuscita al Sud America. Se Brasile e Francia vinceranno il loro quarto di finale se la giocheranno in semifinale e i verdeoro non battono i galletti ai mondiali dal 1958 e dal 1986 sono un po’ la loro bestia nera. Una semifinale Olanda- Argentina non la federi male, ma anche un derby del Benelux ci starebbe. Poi, se la Costa Rica vuol fare come la Turchia nel 2002, ben venga….
Tutto è comunque predisposto perché la finale sia Brasile-Argentina, Neymar contro Messi, Nike contro Adidas. Poi il gioco dirà la sua ultima parola, perché per quanto puoi far si che un mondiale lo vinca chi ha deciso tra sponsor e politica, il calcio rimane sempre un gioco. E in un gioco non mancano mai le sorprese.

Stefano Bonacorsi