Un minuto prima del silenzio (elettorale)

Il 4 marzo si vota, e questo è un dato. Qui non espliciteremo intenzioni di voto, ma alcune sensazioni pre-elettorali che vedremo la mattina del 5 se saranno confermate.

Al netto di questo fuori onda pare che i grillini faranno man bassa in meridione, si parla di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Sono le più popolose, in Sicilia sono primo partito già dalle scorse regionali, pur non avendo la maggioranza. Può starci, già da tempo si dice che la partita uninominale al sud si giocherà tra cento destra e M5S. E Raffaele Fitto conosce bene il sud.
Tuttavia la partita, dal mio modesto punto di vista di osservatore distratto, potrebbe giocarsi al Nord. Non tanto perché i pentacampeao potrebbero fare un exploit, ma perché potrebbe crollare il PD laddove non te lo aspetti. A leggere gli scenari prospettati dal quotidiano locale La Pressa, qualche sorpresa domenica potrebbe arrivare dalla non più così rossa Emilia Romagna. La Lega qui nel 2014 si è affermata come secondo partito e sul territorio si muove meglio rispetto ai 5 Stelle, forse anche in base a una maggiore esperienza. Gli emiliani a queste cose ci guardano e non è un caso che negli ultimi due anni, comuni importanti della provincia di Modena siano passati dal centro sinistra al centro destra, coi grillini a far più da spettatori che non ago della bilancia. Staremo a vedere, ma il sistema Emilia sta vacillando, e il rosso, anche in virtù da un lato delle guerre intestine (PD vs LEU) e dall’altro di un sistema di potere che si regge ipocritamente (PD+LEU quindi amore e odio e nemici amici) sta sfumando. Non solo in cinquanta versioni.

Quello che è avvenuto in Sicilia a novembre potrebbe quindi ricapitare a livello nazionale in tempi brevissimi, il preludio c’era già. E se ci sarà una maggioranza certa non sarà per meriti dei vincitori, ma demerito dei vinti che perderanno anche quello che non pensavano di poter perdere. Una vittoria per sottrazione insomma.

Non ci è dato sapere se Salvini uscirà leader del centro destra alla fine di questa tornata e quindi sarà incaricato da Mattarella a formare il prossimo governo. La scelta di investire Tajani del ruolo di candidato alla Presidenza del Consiglio da parte di Berlusconi però, più che dare l’impressione di voler imporre una leadership a due giorni dalle elezioni, o di ostentare ottimismo per i risultati che potrebbe ottenere Forza Italia imponendosi nuovamente come primo partito della coalizione; sa più di designazione alla successione alla guida del partito che non un vero e proprio endorsement. Il motivo? Tajani è un forzista della prima ora e, a differenza di altri delfini designati o presunti tali, si è sempre mosso nei ranghi e, di sicuro, infastidirebbe meno di altri, i “colonnelli” storici del partito. Berlusconi, dato che ha 82 anni e sa di non essere immortale, potrebbe aver pensato a lui come gestore della transizione del partito, godendosi così il ruolo di padre fondatore e garantendo un futuro alla sua creatura politica.

Il PD si avvia al disastro ma non è tutta colpa di Renzi. E’ un partito che è lacerato alla base, lo strappo di quella che è diventata LEU ne è una conseguenza: dal 2013, anno della non vittoria alle elezioni, la svolta renziana è stata sì un cambio di leadership al vertice, ma non lo è stata alla base. Cito l’esempio di Modena, che conosco discretamente, laddove l’attuale sindaco era un bersaniano di ferro (fu assessore regionale  nelle varie giunte Errani), e vinse addirittura le primarie (con presunti brogli) contro la candidata in quota Renzi. Eppure ostenta fedeltà allo segretario fiorentino. Lo stesso discorso vale per Bonacini, presidente della Regione Emilia Romagna, che nello stesso anno dell’umiliazione di Bersani, da suo pretoriano divenne luogotenente di Renzi. Il 4 marzo sarà l’ennesima resa dei conti. Ma pure Liberi e Uguali ne uscirà con le ossa rotte.

I Cinque Stelle cercano la conferma dopo lo straordinario risultato di cinque anni fa. Tuttavia su queste pagine pensiamo che, se replicano quel risultato, avranno raggiunto un obiettivo non in linea con le loro aspettative, ma certamente superiore alle loro capacità. Se a sud riscuotono infatti consenso a nord, salvo eccezioni, non sono riusciti a radicarsi sul territorio. La chiave di queste elezioni è proprio questa: vincerà chi è meglio radicato e il radicamento funziona laddove i partiti riescono a crearsi un consenso o a creare un’alternativa. Ora, molte aree del nord sono “fossilizzate” ma la Liguria, prima con la regione e poi col capoluogo ha dimostrato che certe roccaforti non sono eterne. La popolazione ad un certo punto avverte la necessità di un cambiamento, ma anziché rivolgersi al primo che capita, o a chi sbandiera discontinuità e onestà, preferisce chi ha fatto da contraltare per anni magari senza aver mai governato (pur prendendosi accuse di complicità). E all’uninominale questo ha un peso, a differenza del proporzionale dove il voto locale risulta meno evidente e viene “spalmato” su base nazionale.

Queste sono, come anticipato, sensazioni pre-elettorali ricavate da letture dei giornali e da voci di strada, pur se limitate all’Appennino modenese. Lunedì 5 o nei giorni successivi, avremo modo di smontare o confermare quanto scritto qui. Non vi dirò di andare a votare perché in passato anche io non ci sono andato. Se votate, fatelo come se steste guidando: responsabilmente.

Jack

Parità degenere

Fa notizia nella stampa di settore, parliamo di pallavolo, l’ingaggio in serie A2 femmilie di Tiffany Pereira De Abreu, nulla di che se non fosse che l’atleta brasiliana in questione è transessuale (un tempo si chiamava Rodrigo). La prima di campionato di Tiffany ha avuto numeri impressionanti, ma data la sua natura d’origine in tanti hanno avuto dubbi. A questo si aggiunga che le regole del CIO, per quanto aprano al transessualismo, non sono proprio eque, specie se si parla del passaggio di un atleta da un genere all’altro.
Il punto però diventa un altro: che senso ha battersi per la parità di genere se poi, il cambio dello stesso, comporta degli squilibri? Lo sport è pieno di questi casi ma sono, per l’appunto casi minoritari che hanno lasciato dubbi, sospetti di doping con conseguenze talvolta drammatiche. Delle due l’una, o si elimina la differenza di genere nello sport, oppure si crea il terzo genere, con buona pace di chi griderà all’apartheid.
Tempo addietro su questo stesso blog, mi ponevo il caso delle “quote”. Già, perché dato che oggi si bypassa la meritocrazia introducendo le quote rosa, creando così una riserva indiana anziché lavorare sui fondamenti della discriminazione di genere; casi come quello di Tiffany sono altrettanto discriminatori poiché si sceglie sì un’atleta formata, ma la formazione è avvenuta con tutt’altro livello: se un domani Ngapeth decide di diventare donna, le sue schiacciate non saranno meno violente! Qui non stiamo parlando della Pellegrini che aveva scelto di allenarsi con gli uomini per diventare più performante in vasca, qui parliamo di atleti maschi che, dopo il cambio di sesso, giocano con le femmine ma NON come femmine. E la discriminazione diventa doppia perché viene preferito il transgender all’atleta con regolare percorso di genere.
Si badi bene che qui non si mette in discussione la libera scelta di Rodrigo di diventare Tiffany, né si accusa l’atleta in questione di aver preso una “scorciatoia” per arrivare ad alti livelli. Qui si mette in discussione una questione di principio: è parità di genere quella che consente a un ex uomo di competere con le donne? Dal mio punto di vista no, e risulta pure dannoso e, una volta di più discriminatorio per le donne. Anche perché, nei casi al contrario (donne che sono diventate uomini), l’incidenza sulla prestazione non è così evidente, se Elena Delle Donne decidesse di diventare un uomo, dubito che passerebbe dalla WNBA alla NBA, ma se LeBron James facesse il passo, avremmo finalmente delle super schiacciate anche nel basket femminile.
La pallavolo in Italia, è l’unico sport che gode di una considerazione quasi alla pari tra uomini e donne, questo caso rischia di creare pericolosi precedenti e da qui alle quote transgender il passo rischia di essere breve, non solo nello sport, ma in tutti i settori dell’economia, con buona pace di chi ha lottato per la parità di genere.

#andiamoacomandare – Il nuovo arco costituzionale

Secondo indiscrezioni giunte ai nostri occhi e alle nostre orecchie, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella pare deciso a dar retta al Presidente del Consiglio dimissionario Matteo Renzi: il fronte del NO si assuma la responsabilità della maggioranza del governo.
Prendendo dunque in parola i vari “siamo pronti!” di Salvini, Meloni e Di Maio, ecco il nuovo esecutivo incaricato uscito dal Colle in questi ultimi minuti:

Presidente del Consiglio dei Ministri: Giggino Di Maio (Movimento 5Stelle) in quanto rappresentante del gruppo parlamentare più numeroso del fronte del NO. L’incarico, hanno detto, non è stato recapitato via email.
Sottosegretario alla presidenza del consiglio: Andrea Scanzi. Più che un sottosegretario un sottoscala.
Vicepresidente del Consiglio: Giorgina Meloni (Fratelli d’Italia) e Matteo Salvini (Lega Nord). A Salvini, data la sua passione per le ruspe, è stata data anche la delega alle infrastrutture.
Ministro per l’economia: Paolo Ferrero (Rifondazione Comunista). Di Maio e Salvini avevano detto di non volere un uomo di Bruxelles e sono stati accontentati. E’ di Pomaretto (Torino), ed è in linea con le politiche economiche dei cinque stelle e della Lega.
Ministro dell’Interno: Gianluca Iannone (Casa Pound). Per equilibrare Ferrero, Di Maio, concorde con la Meloni ha fatto una scelta decisa sui toni del nero.
Ministro degli affari esteri: Eva Klotz (indipendentista alto atesina)  hanno ritenuto che fosse la più adatta a parlare con Angela Merkel.
Ministro della difesa: Alessandro Di Battista (M5S) che ha promesso la smilitarizzazione della Renania il ritiro delle truppe dalla Siria.
Ministro della giustizia: Marco Travaglio 😥
Ministro dello Sviluppo Economico: Roberto Fico (M5S) il quale ha pronunciato forte il suo cognome quando ha saputo della nomina a ministro
Ministro dell’istruzione: Giuseppe Civati (Possibile) il quale ha detto che un’altra istruzione è possibile. Anche se nessuno ha capito il suo programma.
Ministro della Salute: Eleonora Brigliadori (indipendente in quota M5S). Di Maio l’ha trovata la più adatta contro i gombloddi dell’industria farmaceutica.
Ministro dei beni culturali: Sabrina Ferilli (quota D’Alema).
Ministro del lavoro e politiche sociali: Maurizio Landini (Fiom), non avendo mai fatto niente in vita sua, è il più adatto a smantellare il job act.
Ministro dell’agricolura: Renzo Bossi (Lega Nord). Direi che ci siamo.
Ministro dell’ambiente:  Antonio Razzi (Forza Italia) Berlusconi ha rivendicato un posto per i suoi.

Il governo è stato definito da Mattarella come il nuovo arco costituzionale. Matteo Renzi, leader del PD ha detto che il suo partito si asterrà dal votare la fiducia. Il primo provvedimento del nuovo governo sarà sostituire l’inno nazionale “Fratelli d’Italia” di Mameli con “Andiamo a comandare” di Rovazzi.
Benvenuti nell’antifascismo 2.0 e ricordate: la situazione è grave ma non seria.

Jack Tempesta

la mia teoria sui Guns n’Roses,

Una truffa. E non ci sarebbe altro da aggiungere. La seconda più grande dopo i Sex Pistols, con la differenza che, almeno quelli, sono durati poco, e neanche hanno avuto bisogno di giustificare le loro reunion con proclami farsa. L’hanno sempre detto, a mo’ di Frank Zappa: siamo qui solo per i soldi.
Per me è tutto finto, litigi compresi, prova ne sia il fatto che ogni qualvolta che uno, tra Axl Rose e Slash (che due soprannomi del piffero, lo posso dire?) buttava fuori qualcosa, subito era un fiorire di cd di “Apetite for destruction” e “Use your Illusion” I e II sui banchi dei negozi di dischi e un pullulare di gadget griffati “Guns n’roses”. E vogliamo parlare dell’editoria in merito? Libri, biografie, inchieste più o meno lecite (i più quotati sembrano quelli di Ken Paisli che ho avuto modo di sfogliare in varie librerie senza mai acquistarli) che altro non hanno fatto che gonfiare a dismisura il mito di una band che sì, avrà pur fatto un disco epocale (non si discute), ma a conti fatti è una congregazione di musicisti talentuosi in posa perenne, buona solo a far parlare di sé  e non della propria musica, argomento per i gossippari del rock, più interessati neanche ai retroscena ma al pettegolezzo fine a sé stesso. Già me li vedo Axl, Slash e compagnia rombante a ridersela di gusto, magari aprendo l’ennesima bottiglia di Jack Daniels in realtà piena di the alla pesca, guardando il loro home banking ed esclamando “li abbiamo fregati ancora!”. Mi facciano il piacere loro e i loro funs. La verità è che il pettegolezzo, che ogni volta rigonfiava le vendite e i conti correnti a suon di royalties, non bastava più. Tre milioni di dollari a componente per concerto si dice. E parlano di lasciarsi alle spalle 20 e più anni di screzi? A momenti risultavano più credibili Perù e Renzulli quando hanno riunito i Litfiba con la differenza che, almeno loro, dopo un disco e un tour trascurabile ma di successo, hanno voluto celebrare la formazione storica. Ci sarà posto anche per Izzy Stradlin e Steven Adler?
Comunque, se rancori veri ci fossero stati, avremmo visto molte meno scenate. I Creedence Clearwater Revival ne sono un esempio. E anche le barbe degli ZZ Top sono lì a dimostrare che il rock è un altra cosa. Altro che i milioni.

Jack

Quello che rappresenta

Io Fabrizio Corona non lo posso vedere, neanche in fotocopia. M’è antipatico, mi ricorda troppo i bulletti della scuola, quelli che per quanto ignoranti al cubo, erano pieni di ragazze e gli andava sempre liscia. E non siamo lontani da quello stereotipo.
Mi si dirà che è invidia, che lui s’è fatto Belen e io no, che in realtà vorrei essere al posto suo eccetera. Niente di più improbabile: ho conquistato una mia normalità e non farei a cambio e, padroni di non crederci, io con la Rodriguez non ci andrei nemmeno se me la servisse su un piatto d’argento dopo essere passata per una pulivapor (soprattutto perché sono più che felicemente fidanzato).
Al di là di questo, e quindi al netto dell’antipatia, il Corona rappresenta a oggi, il peggio di questo scalcinato paese. Mi si dirà, nuovamente, che c’è chi ha fatto di peggio, che non dobbiamo giudicare (ma il cristianesimo non si può scomodarlo quando fa comodo!) che ha già pagato a sufficienza (daje). Mi dispiace, non è così.

Parto da un preambolo: nel 2011 mi sono laureato, tesi in criminologia dal titolo “Mass media e rappresentazione della criminalità” convertito poi in “La celebrità criminale” (disponibile in formato pdf per chi fosse interessato, previo un versamento di € 6,00 sul mio conto Paypal). In questa tesi analizzavo come l’esposizione mediatica di certi profili criminali, influenzasse il normale corso della giustizia. In sintesi oggi, più che un buon avvocato, serve un buon agente e Corona, sotto questo profilo, ha fatto un capolavoro: dal carcere, nel quale scontava una condanna cumulativa di 13 anni per i reati elencati nella foto sopra, mandava a dire che stava male, che soffriva e via di conseguenza le parate di vip (Fiorello in testa come scrissi tempo fa) che supplicavano la grazia per Corona, che stava pagando più di quanto doveva. Viene il dubbio che l’armadio segreto di Corona sia, per i vip, al pari di quello segreto di Andreotti per i politici.

E’ la feccia d’Italia? Non arrivo a questo, ma sicuramente ne è il miglior rappresentate. E questo perché io parto da un presupposto cristiano: il peccato è peccato, senza distinzione di gravità, ragion per cui, un reato è un reato, chi sbaglia paga, tanto o poco ma deve pagare. E non mi tirate fuori la storia che non dobbiamo giudicare. Perché è vero, da cristiano io non devo giudicare gli altri ma guardare a me stesso (la famosa storia della pagliuzza e della trave per intenderci), tuttavia, è scritto nella Bibbia che i cristiani sono tenuti a rispettare le leggi del paese in cui vivono ragion per cui, se un mio concittadino viola la legge, non sono io che devo giudicare, ma il giudice preposto alla tutela della stessa. Assistiamo invece a una parata di ipocrisia dove tutti sono giudici, iper garantisti, che utilizzano due pesi e due misure.

Corona rappresenta il peggio per questo scalcinato paese, perché partendo da lui (che è vero non ha ucciso nessuno, ma ha commesso comunque reati gravi per il codice penale) si arriva agli Schettino che ha 32 morti sul groppone e la gente che fa la fila per fare la foto con lui. Partendo da Corona, già vip, si arriva ai Parolisi, agli zii Miché e le cugine Sabri, agli Scattone e Ferraro, alle Anna Franzoni e a tutti quei personaggi pre e post Corona che, approfittando di una campagna pubblicitaria praticamente gratuita, sono passati dallo status di carnefici a quelli di vittime, senza che la Bruzzone o il Picozzi di turno ci trovassero niente da ridire. Il tutto con l’avvallo di una stampa compiacente, perennemente in cerca di audience. Del resto, sono queste le storie che piacciono agli italiani, le leggono, ci si appassionano pensano siano fiction. Dai tempi di Rina Fort a oggi è sempre la stessa storia. Avvocati, imputati, giornalisti e giudici lo sanno, più il risalto è grande, più il processo sarà farsesco. Tutti in cerca del quarto d’ora di notorietà. La criminologia ancora non l’ha adottata come tipologia di devianza eppure ci sarebbe già un’ampia casistica. Ecco cosa rappresenta Corona: la vera deriva di questo paese, sempre più folle.

Il caso Parma e i conseguenti dubbi su Roma 2014

Fortunato quel paese che non ha bisogno di Manenti recita un titolo de “L’intraprendente”, e questa intervista ad Alessandro Melli non può che confermare quel titolo. Parma non c’è più, sportivamente parlando o per lo meno, non sta troppo bene, è decisamente in agonia. Ed è un peccato non tanto per la storia sportiva della sua squadra di calcio a cui collego ricordi bellissimi della pre adolescenza, ai tempi dello scontro tra la prima Juve di Lippi e il mitico Parma di Scala; è un peccato per il sistema sportivo italiano, quello che Matteo Renzi vorrebbe candidare all’Olimpiade del 2024.
Il caso Parma sta diventando un emblema negativo del nostro sport, incapace di diventare davvero professionistico, incapace di fare impresa. Se infatti pure nel calcio milionario si arriva a gestioni malandrine, fatte da personaggi improbabili, mascalzoni e cialtroni, senza che ci siano controlli e controllori ma solo chi prende i soldi e scappa; si ha la prova lampante che lo sport, tutto, è rimasto al palo: puro diletto per qualche mecenate danaroso, passatempo per politici locali in perenne caccia di voti, valigia dei sogni per i ragazzini, scusante per le concessioni edilizie, crocevia burocratica, voce consigliata dal commercialista per il bilancio consolidato.
A questo punto tutto diventa inutile: inutile parlare dei troppi stranieri nelle leghe professionistiche, inutile parlare della formazione che manca ai nostri giovani, inutile parlare delle strutture fatiscenti, dei mezzi che mancano a tutti tranne che alle forze armate, dei ricambi generazionali negli sport minori e della gestione farlocca quando non imbarazzante dei loro diritti televisivi. E si potrebbe andare avanti per pagine e pagine di disciplina in disciplina, ma ci limiteremo a qualche esempio.

BASKET: a gennaio la Fulgor Libertas Forlì è costretta a ritirarsi dal campionato di A2 Gold perché, dopo un’acquisizione in pompa magna, la proprietà dopo varie rincorse, alza bandiera bianca ed è insolvente su tutti i fronti. Stessa sorte per la squadra di Veroli e pure altre squadre non se la passano troppo bene. Risultato campionato falsato Lega Nazionale Pallacanestro che ha dovuto ridisegnare i suoi vertici sotto Natale, promessa di nuove regole, silenzio di tutti tranne dei media specializzati.
VOLLEY: la Superlega di A1, quella che simula il modello Nba, è nata zoppa. 13 squadre anziché 14 per il ritiro/scomparsa della squadra di Cuneo, gloriosa compagine che tra gli anni ’90 e ’00 ha saputo vincere trofei importanti. Nella A1 femminile invece alla vigilia dell’inizio del campionato salta per aria la squadra di Orvanasso con giocatrici e allenatore a spasso dopo inutili sforzi di costruire un gruppo che potesse disputare il campionato. Ma, soprattutto in campo femminile, non mancano presidenti/padroni corsari, e diritti delle giocatrici calpestati (uno su tutti: maternità inesistente) però se ne parla poco e niente anzi, meglio tacere, meglio celebrare un quarto posto al mondiale in diretta tv con Fiorello supporter, ma se c’è un caso ovvio di disparità di trattamento uomo/donna, quando addirittura di calettamento dei diritti, quello è lo sport al femminile, e non c’è Boldrini (che ignora il problema dimostrando la sua pochezza) che tenga.
RUGBY: in Eccellenza, il massimo campionato italiano, la squadra dei Cavalieri Prato che ha disputato la finale scudetto un paio di anni fa, sta palesemente falsando il campionato assieme a L’Aquila Rugby, con la quale divide la coda del campionato. Anche qui, proprietari latitanti, stipendi insussistenti giocatori in fuga. Non una sola partita vinta nell’anno e addirittura l’allenatore che si mette a referto per far scendere la squadra con un numero regolare di giocatori tra campo e panchina. In campo professionistico si discute del futuro dell’assetto proprietario delle Zebre Rugby e tutte le preoccupazioni, visti i precedenti (e visto che siamo di nuovo a Parma) sono d’obbligo.
Con queste premesse, e c’è un sottobosco sportivo che ignoriamo, come si fa a voler candidarsi per ospitare le olimpiadi? Con quale approccio? Ma soprattutto, con quale faccia? E a cosa servono, ripeto, i discorsi sui troppi stranieri nel calcio, nel basket o gli oriundi del rugby se poi, il problema è alla base finanziaria del sistema? Senza soldi, non si va da nessuna parte, ma bisogna usarli bene, e non in maniera piratesca e pilatesca. Senza investimenti seri è inutile pontificare sulle chance da dare agli atleti italiani, perché la formazione è l’ultima cosa che interessa a chi “investe” nello sport. E non è perché si vuole vincere tutto e subito e saltare le fasi di costruzione dei team, ma perché manca l’approccio imprenditoriale, in altre parole mancano, soprattutto in serietà, i tanti sbandierati “progetti”. 
Non siamo qui a dire che De Coubertin era uno scemo e che lo sport deve servire a fare profitto ma la verità dei fatti è che per molti l’importante è partecipare al magna magna. Fino a che le cose stanno così, neanche vale la pena di organizzare eventi sportivi, che servono solo a ristrutturare la facciata di un edificio che non ha nemmeno fondamenta solide. Il professionismo sportivo in Italia, è solo uno strambo miraggio. 

Quel che non si vuole capire (o approfondire)

Circola su Facebook e su tutti i social di questo angolo di mondo chiamato Italia, l’intervista che “La Zanzara” di Radio 24 ha fatto a Mario Adinolfi, direttore del quotidiano fresco di stampa “La Croce“. Ora, tralasciando i commenti che si sono susseguiti in ambito “progressista”, occorre dire che è proprio vero che i titolisti dei giornali, siano questi via web o cartacei, spesso peccano di sensazionalismo. Agli occhi di tutti, Adinolfi ha detto che “la moglie deve essere sottomessa”, passando di fatto per un fondamentalista col crocefisso al collo anziché la bandiera dell’Is.
Ora, a pensar male si fa peccato, Adinolfi conosce benissimo quelli de “La Zanzara”, ragion per cui, è consapevole della risonanza mediatica che può ottenere una simile intervista, dato che passa per essere il portavoce delle “Sentinelle in piedi”.
Però, benedetti figlioli, voi che leggete più e meglio delle suddette sentinelle, voi che siete progressisti, voi che confondete l’odore di incenso con quello di zolfo (a tanto s’è arrivati) dico io: ma una letturina alla Bibbia mai? Vi do una mano io mettendovi di fronte anche a diverse versioni per provare a farvi capire cosa intende Adinolfi. Se farete lo sforzo di leggereciò che è scritto, capirete che il cristianesimo con l’Is c’entra come i cavoli a merenda; però lo so, anche io quando ero agnostico, facevo di tutti i monoteismi un fascio.
Quanto alla prevenzione in materia di sesso e preservativi, senza scomodare i testi sacri copio incollo due estratti di Pier Paolo Pasolini, intellettuale omosessuale dimenticato dalla sinistra progressista e dai movimenti GLBT, del resto quando si ha Luxuria, perché scomodare Pasolini?
Il primo estratto proviene dal Corriere della Sera del 19 gennaio 1975 e pubblicato in Scritti Corsari (Garzanti) ed è intitolato “Sono contro l’aborto”:

“La libertà sessuale della maggioranza è una convenzione un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore […] una maggiornaza totalmente passiva e nel tempo stesso violenta, che considera intoccabili le sue istituzioni, scritte e non scritte. […] Tutto vi è precostituito e conformistico, e si configura come un diritto (compresa la tragicità e il mistero impliciti nell’atto sessuale) viene vissuto conformisticamente. […] C’è da lottare, prima di tutto contro la falsa tolleranza del nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l’indignazione del caso; e poi c’è da imporre alla retroguardia, ancora clerico- fascista, di tale potere, tutta una serie di liberalizzazioni reali riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale ecc. ecc. Basterebbe che tutto ciò fosse democraticamente diffuso dalla stampa e soprattutto dalla televisione, e il problema dell’aborto verrebbe in sostanza vanificato, pur restando, come deve essere, una colpa, e quindi un problema della coscienza. Tutto ciò è utopistico? E’ folle pensare che un’autorità compaia in video reclamizzando diverse tenciche amatorie? Ebbene, non sono certo gli uomini con cui io polemizzo che debbono spaventarsi di questa difficoltà. Per quanto io ne so, per essi ciò che conta è il rigore del principio democratico, non il dato di fatto (com’è invece brutalmente per qualsiasi partito politico).

Il secondo estratto proviene invece da “Tempo”, è del 1972 e si intitola “Troppa libertà sessuale e si arriva al Terrorismo”:

[…] mentre per esempio fino ad alcuni anni fa, per un adolescente avere la ragazza era un’aspirazione […] ora la ragazza è un obbligo appunto perché essendo più facile averla, e ce l’hanno subito tutti, guai a chi non ce l’ha. il terrore di essere senza ragazza crea dunque l’obbligo dell’accoppiamento, e quindi la nascita di un numero enorme di coppie atificiali, non unite da altro sentimento che quello conformistico di usare una libertà che tutti usano. […] Una società tollerante e permissiva è quella dove più frequenti sono le nevrosi, perchè essa richiede che vengano per forza sfruttate le possibilità che essa permette, richiede cioè sforzi disperati per non essere da meno in una competitività senza limiti. […] La libertà sessuale “da sola” porta a gravi squilibri […] non c’è altro in definitiva che tale sentimento: esso è integrato solo, e automaticamente, dall’ansia consumistica, dallo snobismo piccolo- borghese che è tipico della stessa socieltà che produce la permissività sessuale.

I libri di Pasolini sono tuttora in vendita nelle librerie e si trovano nelle biblioteche. Fatevi una buona lettura ogni tanto, prima di dichiararvi “Charlie” a vostra immagine e somiglianza.



Le banalità attorno a Charlie Hebdo

Non c’è niente di più facile, ora, che cadere nella retorica, sia quella di tipo anti islamica, sia quella di tipo boldriniana. Niente di più facile. E puntualmente ci si scivola tutti, perché la triste verità della strage di Parigi coi dodici morti dell’assalto al giornale Charlie Hebdo è, ancora più di una volta, che il male è banale e banali ne sono le cause. Fino a due anni e mezzo fa avrei potuto, come tanti, buttarla sulla banalità della religione, in preda a un sussulto relativista. Oggi, da cristiano rinnovato, un discorso del genere mi ferisce perché finisce per banalizzare anche ciò in cui io credo. Eppure, anche in questo momento in cui la Francia continua a esplodere, la banalità è il dato più evidente. Non il terrorismo, non la laicità, non l’islam, non lo scontro di civiltà. Banale è stata la causa delle strage, banale l’obiettivo, banali le 12 morti. Ancora più banali i commenti che si sono susseguiti. Banale anche il contesto, la Francia l’Europa, e il connubio di valori che si cerca di far coesistere in nome di un razionalismo che tutto è tranne che razionale. A partire dalla laicità che deriva dal termine “Laico” il quale, a dispetto dell’abuso che se ne fa, non significa necessariamente che la persona definita tale, non segua una fede. Come dai laici si sia arrivati alla laicità ostendandola come valore e come collante per il multiculturalismo, solo il consumismo ce lo può spiegare. E non voglio qui imbattermi in una polemica di stampo marxista e anticapitalista, ma è un dato di fatto che il collante sociale della millantata Europa è il consumismo con le contraddizioni che comporta. Il consumismo ha portato alla “rivoluzione sessuale” che altro non è che l’ostentazione del libertinismo. Il consumismo ha portato all’emancipazione della donna, se non fosse che è più oggetto di prima nonché vittima del politicamente corretto che però non impedisce il perpetrare di azioni violente e omicide. Sempre il consumismo ha sdoganato l’omosessualità, facendola uscire dai vizi e inserendola nelle virtù del mercato, perché c’è sempre un mercato da conquistare e la Barilla ne è un esempio.
Ai tempi della primavera araba pensavo che più della ragione, anche con l’islam, ne avrebbe potuto il mercato, ma le cronache di questi giorni dimostrano che avevo torto. Del resto oggigiorno il mercato non basta a se stesso, anche se soluzioni migliori alle porte non se ne vedono.
Ma è il mercato che tiene in piedi questa falla chiamata Europa, questo guazzabuglio che si sforza di essere multiculturale ma cova i nazionalismi sotto la cenere, che prova a farsi accogliente ma risulta demente nell’approccio, che parla di unità e ottiene divisioni, che propugna valori che stanno insieme con lo sputo e il risultato è follemente contraddittorio. E si arriva alla banalità, quella dell’economia a  moneta unica, dei bilanci equilibristi e della politica parolaia, espressione a sua volta della società parolaia che oggi è tutta Charlie ma il resto dell’anno no. E la banalità trionfa su Facebook, su Twitter e sui mondi social, dove tutti possono dire la loro banale opinione senza sapere ciò che realmente dicono su islam e cristianesimo, perché i fattori spirituali, mettetevelo bene in testa, non sono razionalmente spiegabili. O avete fede, o non vi esprimete poiché “il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza” (Osea 4:6-16) e data la banalità delle affermazioni, sufficiente a replicare le sparate di Salvini (quindi di livello renziano), direi che di conoscenza non ne avete affatto. Anzi contribuite a rendere ancora più banale un fatto grave, assurdo, tremendo perché contribuite a tollerare l’intollerabile in nome di un ecumenismo laico e consumista che ha omologato trecento milioni di persone sotto le note di un Inno alla Gioia che oggi dovrebbe risuonare orgogliosamente, mentre ciò che si percepisce, di radio in radio, di tv in tv, di giornale in giornale è un inno all’angoscia. Un’angoscia tremenda e banale, come banale è il fatto che il commando di Parigi è nato e cresciuto in Francia: fa tornare alla mente Pasolni nel suo lucido scritto “Il potere senza volto” in cui descriveva l’impossibilità di distinguere fascisti da antifascisti. Nessuno ha distinto i terroristi dagli altri, fino a che questi hanno fatto quello che sappiamo.
Per questo mi ostino a dire che quello che è accaduto è banale e che ogni commento è superfluo. Perché sono impotente di fronte a questo scempio umano, e altrettanto umanamente non posso nulla a maggior ragione dalla profonda provincia in cui vivo e in cui tutti da domani, passata l’orda di commozione (che non porta nemmeno le scarpe a quella- se c’è stata- per Pino Daniele) si saranno scordati d’essersi chiamati Charlie per un giorno e, soprattutto, se ne scorderanno il motivo. Posso solo chiudermi nella mia fede e pregare che in altra sedesistemino le cose. A voi parrà banale se non ridicolo, a me neanche un po’.

I nazisti dell’Illinois alla prima crociata

Credo sia arrivato il momento di fare un po’ di chiarezza. O per lo meno provarci. Omettendo chi sono e perché, per cosa hanno manifestato la scorsa domenica le sentinelle in piedi? Per il seguente disegno di legge che istituirebbe il reato di omofobia. Riporto per comodità dei pigri la parte secondo me più rilevante di quella che più correttamente, anziché legge sull’omofobia, andrebbe intitolata come riforma della legge 654/1975 “Ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966”. Il testo modificato all’articolo 3, se approvato, sarebbe il seguente:

Comma 1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della convenzione, è punito:
a) con la reclusione fino ad un anno e sei mesi chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima.


Comma 3. È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.


Secondo i detrattori del disegno di legge, si tratterebbe di un’iniziativa liberticida in quanto istituirebbe un reato d’opinione. Ai sostenitori invece questa legge pare addirittura leggera (a leggere ciò che ne dice il suo relatore). 
A mio modesto parere il problema sulla libertà di espressione esiste e l’approvazione di questa legge costituirebbe un problema. Non tanto perché non si potrebbero esprimere opinioni (chiedere al presidente della Federcalcio per avere conferma), ma perché il giudizio spetterebbe a un soggetto terzo, il giudice, che di volta in volta dovrebbe chiarire cosa è dichiarazione discriminante e cosa no, quando si parla di unioni tra persone dello stesso sesso e adozioni per le stesse. In altre parole, trattasi di un possibile pasticcio all’italiana.
Prova ne sia il fatto che il nazista dell’Illinois fermato domenica a Bergamo è stato in odore di indagine per apologia di fascismo, reato diverso da quello descritto sopra, ma la leggerezza con cui è stato segnalato e con la quale sarebbe potuto essere indagato, processato e condannato è sotto gli occhi di tutti. Penserete che stia esagerando ma vi ricordo che nell’Italia di Schettino tutto è possibile. Il ragazzo che contro- manifestava ironicamente, molto meno ironicamente è stato accusato di fascismo, lo stesso fascismo che hanno scomodato persone con ancora meno senso dell’umorismo, in piazze come Bologna, giustificato solo in parte dal fatto che al sit- in hanno partecipato esponenti di Forza Nuova.

Citando il Nanni Moretti di “Palombella Rossa” le parole sono importanti. Lo sono ancora di più se si è consapevoli di quello che si sta facendo. Perché pur ritenendo legittima la manifestazione delle Sentinelle in piedi (banalmente etichettata come manifestazione contro i diritti dei gay) dubito che molti dei quali siano andati a leggersi un libro in piazza si siano degnati di conoscere per filo e per segno ciò per cui manifestavano. Allo stesso modo, i sostenitori della causa LGBT devono stare attenti alla leggerezza con cui bollano la questione come retrograda, bigotta e omofobica. La stessa legge che darebbe loro la tutela contro la discriminazione potrebbe, anzi può già essere usata contro di loro. Perché molte persone che erano a manifestare, anzi la maggior parte erano persone motivate da un’appartenenza religiosa e il testo attuale della legge prevede già il carcere per la discriminazione religiosa nella stessa forma in cui verrebbe disciplinata la discriminazione per l’appartenenza di genere. Ora, stando a quanto si è visto, sentito o semplicemente letto anche solo in rete, ce ne sarebbe abbastanza per aprire un fascicolo anche più serio rispetto a quello del nazista dell’Illinois. Come verrebbe giudicato il magistrato che si avventurerebbe in tale inchiesta? Come verrebbe presentato il fatto all’opinione pubblica? 


Saremmo al paradosso, e di paradossi probabili dovuti alla smania di essere politicamente corretti e di disciplinare e catalogare ogni fattispecie di umanità esistente e relativo diritto violato ne ho già parlato in altra sede. Tuttavia è bene rimarcare che non servono leggi ad hoc, che si prestano ad una interpretazione elastica o restrittiva, bensì giudici preparati e prove certe per determinare dove avviene la violazione della legge (in questo caso la discriminazione) e dove no. Tutto il resto sono chiacchiere generalizzate che possono diventare pericolose, e che portano ad improbabili crociate e relative jihad. Altro che nazisti dell’Illinois.


Stefano Bonacorsi

  

Luci sul palco

Copio-incollo un appello di un insegnante di teatro, la mia insegnante di teatro. Lo faccio perché riguarda qualcosa di bello, forse uno dei pochi bei ricordi che conservo delle scuole superiori. In questi giorni si parla della possibile cancellazione del laboratorio teatrale dell’istituto Cavazzi- Sorbelli di Pavullo nel Frignano. Per chi non è di Modena e provincia, Pavullo è un comune montano, di 18000 abitanti che ospita il più grande comparto scolastico di scuole superiori nell’appennino modenese (due istituti tecnici, due professionali e due licei). Queste scuole sono importanti per tutto il comparto dell’Unione dei comuni del Frignano, un territorio da 40.000 abitanti. Il laboratorio teatrale è un doposcuola altamente formativo, partito nel 1998 e da lì diventato sempre più grande. Molti ragazzi vanno a scuola motivati dall’esistenza di quel laboratorio, vivono come se lo scopo fosse frequentarlo e non essere promossi alla fine dell’anno. Ora, io non sono un sostenitore dei carrozzoni dello spettacolo finanziati dal Fus, perché spesso prevalgono logiche politiche e non meritocratiche. Però qui stiamo parlando di altro, di un doposcuola in un territorio ostile, la montagna non è diversa da certe periferie estreme delle grandi metropoli. Parliamo di cibo per la mente, di dare la possibilità di offrire stimoli che vanno oltre alla formazione scolastica. E siccome la formazione scolastica ancora non prevede l’insegnamento del teatro o del cinema o della musica nei suoi percorsi, è importante che esista un doposcuola in merito. Soprattutto in un territorio disagiato. Soprattutto perché offre spiragli di una buona scuola pubblica. Non solo: offre spiragli di una buona comunità, perché non è solo un laboratorio teatrale scolastico, ma il punto di incontro di un territorio, un germoglio di cultura. Chiuderlo sarebbe un disastro, sociale prima ancora che culturale.

Stefano Bonacorsi

p.s.: di seguito la lettera di Chiara Mori. Il titolo del post, richiama quello di uno spettacolo realizzato dal laboratorio Cavazzi-Sorbelli, nel lontano 2002.

Al  Consiglio Comunale del Comune di Pavullo
Per favore non chiamatelo Laboratorio Teatrale, purtroppo non lo è stato. Nonostante le più rosee previsioni e l’impegno di tutte le persone coinvolte l’esperienza fatta in questi 18 anni al Cavazzi Sorbelli non possiamo chiamarla Laboratorio Teatrale, è spiacevole doverlo ammettere da parte mia che ho iniziato questo viaggio nel 1996 con Paola Nicolai.
 No un laboratorio Teatrale è un luogo dove si mettono in scena i testi dei grandi autori Pirandello, Shakespeare, Brecht, ma no, a noi non è capitato. Nelle due ore che abbiamo condiviso settimanalmente in questi anni è successo di tutto tranne questo. I testi ce li siamo inventati noi, cuciti addosso come vestiti nuovi. I personaggi che abbiamo fatto parlare sembrava che arrivassero da testi antichi, ma noi li abbiamo stravolti, calati dentro il nostro animo, gli abbiamo messo in bocca le parole degli adolescenti . Un Laboratorio Teatrale chiede ai ragazzi di scimmiottare e copiare i grandi attori, noi in questo abbiamo fallito. I ragazzi sul palco sono spontanei, e tutti sono stati a loro modo protagonisti. Anche chi faceva fatica a parlare, chi sapeva solo esprimersi con la musica, solo con i gesti.  Ogni ragazzo e ragazza ha avuto il diritto di esprimere la propria particolarità. In questo modo abbiamo integrato tutti, nessuno è stato escluso. Noi non abbiamo mai fatto audizioni, non abbiamo mai cercato il phisic du role, ci siamo accontentati di quello che avevamo: adolescenti in crescita con le ansie, i dubbi, le rabbie, i sogni di tutti;  con questo abbiamo costruito gli spettacoli.
Certo questo ha fatto sì che le relazioni tra di noi fossero relazioni che durano ancora oggi. A dispetto dei 30, 40 anni che ci separano. Se un obbiettivo è comune si annullano le distanze, non ci sono più le barriere della lingua, delle abitudini, dell’età, si è insieme, e questa è l’idea della comunità. Alla chiusura del sipario sapevamo che nessuno avrebbe dimenticato i momenti di paura, allegria, cadute, e risate che ci hanno accompagnato nell’inverno. Non si fa questo, ora lo so, perché se no i ragazzi poi credono che l’istituzione scolastica sia un luogo che ascolta i ragazzi, che i professori siano coloro che hanno a cuore la loro crescita, che la scuola sia il centro della comunità, e poi diventati grandi rimarranno delusi . Non capiranno come mai la loro crescita abbia poggiato su valori come il merito, la cultura, la condivisione.
 Abbiamo usato internet in modo intelligente, per poterci parlare: quando ci veniva un’idea alle 3 del mattino avevamo un luogo virtuale e sicuro dove confrontarci,  abbiamo aperto un blog. Per  mettere le nostre foto abbiamo usato i social network. E non per i selfie, ma per scegliere il costume migliore, la musica più adatta.
 Non ci è bastato condividere il nostro impegno con la comunità locale: con la Biblioteca, con il Palazzo Ducale, con la piazza, e allora siamo andati a cercarci i Festival  dove abbiamo trovato persone come noi a Cesena, a  Serra San Quirico,a Bologna e nel mondo: con Shakespeare International abbiamo rappresentato l’Italia con tutti i ragazzi del globo.
 E non possiamo proprio chiamarlo Laboratorio Teatrale, perché abbiamo anche fatto anche  i video, che hanno avuto riconoscimenti  nazionali, e c’è anche chi ha fatto la sua tesi di laurea su questa esperienza. Già e c’è anche chi ha messo le basi per diventare giornalista, tecnico luci, produttore musicale, scrittore, regista, esperto in comunicazione, psicologo, cantante,infermiere, insegnante, mamma.  Ma attori, no, nessuno. E allora a cosa serve un Laboratorio Teatrale se non forma degli attori ma solo delle persone consapevoli delle proprie possibilità,  persone equilibrate e coraggiose che possono affrontare la vita e le sue  difficoltà, consapevoli di far parte di una comunità alla quale si darà ciò che si è ricevuto? Che la cosa pubblica è responsabilità di tutti e non solo di chi lo fa di mestiere?
 Già, questo Laboratorio di teatro è stato un fallimento, ma un luogo come questo, chiamatelo con il nome che volete Fucina delle idee, la casa dei Puffi, è indispensabile per gli adolescenti, e forse anche per gli adulti. E le istituzioni dovranno dare risposte chiare ai giovani che vogliono studiare, sudare, impegnarsi e condividere i valori di una società sana. A chi si rifiuta di essere bamboccione, a chi vuole pensare con la propria testa. E le Istituzioni dovranno decidere cosa rispondere a quei 1000 cittadini che si aspettano per i propri figli quello che hanno ricevuto loro dal Laboratorio Teatrale.
Io non sono più l’operatore che dirige il Laboratorio di Pavullo, sono partita per altre strade, per aprire nuove esperienze, ma credo di dover dire la mia: grazie ai ragazzi e alle ragazze  che hanno condiviso con me questa esperienza. Perché grazie a loro anche io, adulta, ho avuto il privilegio di essere accolta, ascoltata, criticata, sostenuta.
Gli amministratori hanno un compito importante, scegliere ciò che è meglio per la città, quindi lasciate perdere di finanziare un Laboratorio Teatrale fallimentare, finanziate piuttosto un luogo dove, all’interno delle istituzioni, i ragazzi e le ragazze si sentano a casa propria e costruiscano il proprio futuro. Chiamatelo pure come volete ma sappiate che per costruire questa esperienza ci sono voluti 18 anni di fatiche e la dedizione di parecchi adulti. Ma basta pochissimo per azzerare tutto.
Chiara Mori
I numeri
 18 anni di attività
Circa 800 allievi coinvolti
20 insegnanti /assistenti che si sono avvicendati nel tempo
18 spettacoli prodotti
Circa 10.000 spettatori 
Istituzioni coinvolte
Istituto Cavazzi Sorbelli, Associazione Civico 27, Comune di Pavullo, Cassa di Risparmio di Modena, Cineteca di Bologna, banche del territorio, sponsor privati.
Partecipazione a rassegne
Rassegna Nazionale del Teatro Scuola Serra san Quirico (AN)
Rassegna Teatro Bonci Cesena
Globe Theatre Londra
Premio  Luca de Nigris
Festival di Teatro Marano sul Panaro
Teatro di Classe Modena
Premi e riconoscimenti
Scuola selezionata premio Luca de Nigris
Scuola vincitrice Festival Nazionale della Scuola serra san Quirico (AN)
Scuola vincitrice rassegna del Teatro scuola Bonci Cesena
Premio della critica Michele Mazzella per la drammaturgia giovane