Nessuno allo stadio

Corollario sportivo alla Rassegna ad alta quota

Non entro nel merito di una partita di cui ho visto solo i calci di rigore e, sapendo che Buffon pur essendo stato un grande portiere, non ha mai avuto un grande intuito nel cercare di pararli, ne ho intuito l’epilogo dopo il primo sbaglio di Dybala. E pazienza, ma chi ha seguito la rassegna di oggi, sa che da juventino distratto auspicavo la vittoria del Napoli, di modo che non ci fossero le solite polemiche su Juve, arbitri eccetera. Avevo scordato però, quanto sono insopportabili gli juventini appassionati, incontentabili sempre, europeisti (nel senso di aspirare a vittorie oltre il confine) mai. L’unica nota a margine è che spero che riaprano presto gli stadi al pubblico, perché più che l’Olimpico e una finale di Coppa Italia, stasera pareva il campo da calcio parrocchiale di Castellaro per la seconda partita serale del Torneo delle Frazioni. Sentire solo le voci di chi gioca, in diretta tv, è qualcosa di tremendo.

Segnalo anche l’unica altra notizia che ho letto stasera e cioè la censura di Radio Radio da parte di YouTube, ben raccontata da Massimo Del Papa su Italia Oggi. Per tutto il resto, vi rimando a domani.

La rassegna ad alta quota…

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E intanto girano… (aggiornamento alla rassegna ad alta quota del 24 maggio 2020)

Pare che si stiano smuovendo le acque per il ritorno in campo della Serie A e B, oltre che della Lega Pro, e fin qui tutto bene, si parla di metà giugno e di partite da trasmettere in chiaro. A mio modesto parere però, dato che il pubblico del calcio ha una bella fetta di abbonati (e ignoro come le squadre abbiano risolto la cosa) stabilire un numero contingentato di ingressi e farli anche scaglionati, col contagio in discesa, non sarebbe una brutta pensata. Il problema è tenerli fermi mentre si agitano con la loro squadra del cuore, ma non c’è il rischio che l’assembramento avvenga anche nei bar, nelle piazze circostanti a chi trasmette le partite e nelle case dove si ritroveranno gli amici?

L’Nba riprenderà probabilmente a luglio e probabilmente il finale di stagione si terrà a DisneyWorld, o Orlando in Florida. Un unico luogo di svolgimento, con diverse arene, un’alta ricettività e una buona probabilità di salvare la stagione. Stagione che in Eurolega non si sa se riprenderà, dato che i giocatori unanimemente sono contrari e i club dotati di licenza sono divisi sul da farsi.

Il resto dei campionati lo sappiamo cosa ha deciso, a modesto parere di chi scrive un’occasione persa, ma se gli introiti non ci sono perché si deve giocare a porte chiuse, è difficile fare altre scelte. Ritengo comunque che sarebbe stato meglio aspettare, valutare piazze all’aperto (c’era l’idea del campionato di pallavolo all’arena di Verona, del resto all’ultimo mondiale la nazionale aveva giocato al Foro Italico) e insomma, non sarebbe stato male darsi un po’ di pazienza in più, anche se, e questo il pubblico non lo sa, lo sport in Italia è in maggioranza dilettantistico anche ai massimi livelli. Ciò significa che i costi di gestione e gli ammortizzatori sociali sono un’altra cosa, rispetto a dove il professionismo è riconosciuto. Spesso si parla di riconoscimento di professionalità ignorando che comporta oneri enormi per chi investe, che non sempre hanno il ritorno dovuto. Il dilettantismo da un lato agevola a livello burocratico, dall’altro, come vengono a mancare risorse, salta tutto.

L’emergenza Covid-19 avrebbe dovuto portare una riflessione in merito, ma si è rivelata l’ennesima occasione persa.

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Questione di fiducia (aggiornamento alla rassegna ad alta quota del 4 maggio 2020)

Hanno ripreso a correre i runner e, in alcune regioni, tra cui l’Emilia-Romagna, hanno ripreso gli allenamenti, con le giuste distanze, le squadre di serie A di calcio, l’unico campionato che per ora è rimasto sospeso, laddove gli altri hanno chiuso. Ma chi rischia di chiudere sono anche molte palestre, un indotto da 600.000 lavoratori di cui la metà a partita iva. E, sempre di metà si tratta, sono le strutture che, se il lockdown prosegue, rischiano di non riaprire. C’è paura, è ragionevole, ma non si vive d’aria. Si moltiplicano le manifestazioni pacifiche di imprenditori che protestano perché dichiarano che sono allo stremo, che vogliono lavorare, che dicono di poter garantire la sicurezza. Sarebbe ora, da parte dello Stato, di considerare adulti i propri cittadini, e d’accordo che se sul trasporto la quadra sarà difficile da trovare, occorre però fidarsi di chi ha un’impresa e ha tutte le intenzioni di rispettare i protocolli di sicurezza. Dopo l’aspetto preventivo, dev’esserci la presa di coscienza che i cittadini possono assumersi le responsabilità, sia che gestiscano un negozio o una palestra, sia che siano dei semplici avventori. Mi piacerebbe scoprire qual’è il tremendo morbo, qual’è la tremenda pandemia che fa si che gli italiani credano solo alla caricatura di se stessi e mai pensino di poter essere responsabili. Va bene, nel mondo abbiamo diffuso il verbo spaghetti-mafia-mandolini; ma dobbiamo ricordarci anche da dove veniamo e, soprattutto, cosa ancora siamo. D’accordo che ci sono innumerevoli casi che testimoniano una costante inaffidabilità o capacità di voltare la gabbana, ma proviamo per una volta a invertire il canone. Durante il così detto picco della pandemia, si registrava che il 95% degli italiani rispettava le regole, ma a fare notizia era sempre il restante 5%. Spalmatelo su sessanta milioni di abitanti. E d’accordo che manca un’oggettiva fiducia nella giustizia, che si dice sempre che in Italia non paga mai chi dovrebbe, ma sarebbe davvero l’ora di prendersi un po’ sul serio, dimostrare che le regole si rispettano, che non si è untori e, soprattutto, sarebbe ora di vigilare non solo sui runner, ma anche su chi applica la giustizia. Perché dare la possibilità di aprire è un’iniezione di fiducia, sorvegliare e punire chi sbaglia è giusto, ma è giusto anche sorvegliare il sorvegliante. L’anello mancante tra tutte le questioni di fiducia.

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La riapertura nel pallone (aggiornamento alla rassegna ad alta quota del 22 aprile 2020)

Potrà sembrare assurdo ma la ripresa del campionato di calcio (e sarebbe bello un ripensamento anche dalle parti di basket, volley e altri) per quanto possa non sembrare importante, in realtà lo è molto. Al di là del valore sociale e aggregativo, volente o nolente il tema è proprio economico, ma sarebbe ridicolo assoggettarlo allo stipendio di Cristiano Ronaldo e compagnia calciante. Il fatto è che una ripresa della Serie A, equivale a un tentativo di ripresa dell’intera filiera sportiva, laddove, ed è una notizia dalla Gazzetta di Modena di oggi, lo sport di base rischia di rimanere più che azzoppato dalla crisi Covid-19. Parliamoci chiaro, non si tratta solo dell’importanza di un campionato di milionari, confrontato alla mancanza grave di sostegno all’economia italiana da parte del governo. Perché se è vero che Juventus e Milan non hanno certamente bisogno di aiuti statali e al massimo dovranno ridimensionare le ambizioni, la squadra del quartiere periferico di una città qualunque, potrebbe non riprendere nemmeno, con tanto di sogni infranti per i più piccoli certo, ma anche un indotto che necessariamente viene a mancare e, sappiatelo, tramite i soldi che il calcio fattura e, conseguentemente, rende allo stato tramite le tasse; lo stesso stato con quei soldi va a finanziare il Coni, che poi distribuisce i fondi alle varie federazioni.

Allo stesso modo quegli introiti, anche fiscali, che partono dal calcio, finiscono parzialmente alle regioni ed ecco spuntare il contributo da 3,5 milioni provenienti dalla regione di cui si è parlato sulla Gazzetta oggi, dedicati allo sport di base. Se i campionati si fermano del tutto, per chi ha pagato di più (leggi alla voce contratti televisivi) sono introiti mancanti dalla pubblicità, e tutto va a cascata. Meno fatturato, meno Pil, meno tasse e meno redistribuzione dallo stato alle regioni anche per lo sport. Quest’anno la regione li stanzia i fondi, l’anno prossimo chissà. Del resto, come in tutte le cose, con questa crisi, si naviga a vista. Lo sport in Italia vale il 3,8% del Pil. Va bene che son solo partite di calcio, ma siamo sicuri che alla fine non sia così importante?

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Appennino, le eccellenze emergono nonostante chi governa

L’Italia è un bel paese nonostante tutto. Nonostante, in primis, i suoi stessi cittadini i quali si ostinano ad affidarsi a classi dirigenti, pubbliche e private, di dubbia capacità.
Lo si può vedere anche nel microcosmo della provincia, in quel Frignano che ci piace raccontare e che esponiamo in alcuni esempi. Il ponte di Olina, primo esempio, è tutelato nonostante le istituzioni se lo dimentichino, tanto Pavullo quanto Montecreto, i due comuni il cui ponte sullo Scoltenna unisce i confini. Sono i volontari che si danno da fare, per mantenere pulita la zona, o che tengono monitorato lo stato della struttura cinquecentesca.

Superlega di Volley, l’ora della maggiore età…


Volley abbiamo un problema: uscire dall’adolescenza e diventare adulti. Il caso di Vibo Valentia che, tramite il suo patron Callipo minaccia di occupare con i tifosi la sede della Lega se persisterà nella linea di obbligare le squadre a dotarsi di palazzetti con almeno 3000 posti a sedere.

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Volley, le fusioni a freddo di uno sport senza bandiere


La sconfitta in gara 4 che ha dato a Novara il suo primo titolo nel campionato di A1 femminile è stata anticipata da un commento, sul sito volleyball.it, che alludeva a come lo scudetto, nel caso in cui la Liu-Jo avesse vinto la gara e la successiva “bella”, sarebbe stato comunque il terzo titolo della River Volley, la quale continua ad essere a tutti gli effetti la squadra di Piacenza. Stranezze del volley contemporaneo direte voi, non ci sono più le bandiere figurarsi le squadre e via dicendo. Giorni fa abbiamo detto come queste schizofrenie rappresentino a pieno Modena, la quale si è scoperta orgogliosa da avere nel suo tempio una finale scudetto con l’orgoglio della Ghirlandina da difendere. Più in grande però la pallavolo, con i suoi cambi e le sue instabilità societarie (soprattutto nel settore femminile) è il paragone di quest’Italia ballerina, dalla politica all’economia, passando per le eccellenze. Perché è innegabile che il volley sia il fiore all’occhiello degli sport di squadra azzurri, e probabilmente è per questo che anche se le piazze tradizionali vengono svuotate, fuse e riassestate, si va avanti ugualmente. Pensate a cosa succederebbe nel calcio se squadre come la Juventus o il Napoli dovessero cambiare colori o città. Nel volley invece ci troviamo di fronte a un caso come quello della Lube, che pur rimanendo sempre in quella provincia (Macerata) ha mutato tre volte la sede di gioco: Macerata appunto, Treia e Civitanova, la sede “madre”. Ma nessuno ha avuto nulla da ridire sull’identità di quegli scudetti. E che dire delle piazze “storiche” che sono scomparse?

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Nella Milano dello sport rimane solo il basket


[…] A difendere i colori e l’orgoglio milanese è rimasto il basket con l’Olimpia, invero imperfetta, a dominare il panorama tricolore chiudendo la regular season al primo posto, dopo aver vinto la Coppa Italia lo scorso febbraio. 

Ma dopo essere arrivata ultima in Eurolega. Squadra costruita per dominare, per lo meno in serie A, l’EA7 ha costruito il proprio primato giocando col pilota automatico, potendoselo permettere da un lato per l’enorme budget a disposizione, dall’altro per la scarsità di un effettivo contraltare; oltre a godere dei favori mediatici in virtù di una necessità del movimento cestistico, di disporre di un Alfa.

La Reyer prova a riportare l’Italia nel basket che conta


Basketball Champions League, anno primo ultimo atto, la Final Four. Questa sera avrà inizio la fase conclusiva del secondo torneo continentale che vedrà impegnate Banvit e Monaco nella prima semifinale e la Reyer Venezia contro i padroni di casa, nonché squadra favorita del Tenerife.

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trovatene un altro

trovatene un altro. un altro che dopo aver visto la morte non da vicino, ma che c’è stato letteralmente in braccio, si è ripreso come s’è ripreso lui. un altro che ha un sorriso che ti spiazza ogni volta che lo vedi, e non sa di rivincita, ma di gioia di vivere. trovatene un altro che probabilmente ogni giorno che vive ringrazia da quando apre gli occhi al mattino a quando li richiude. trovatene un altro che possa essere così di esempio, e non mi si dica che era ricco e aveva i mezzi per farlo. appunto perché ha avuto anche quella fortuna è di esempio. l’esempio di chi non si piange addosso, di chi non sta a fare vittimismi, ma fa leva sulle proprie disgrazie per dire agli altri (e magari per aiutarli) “ce l’ho fatta io, ce la potete fare anche voi!”.
forse lo sto idealizzando, così come si possono idealizzare le paralimpiadi. però non si può fare a meno di ammirare tutto questo, a dispetto di chi dice che sono la fiera della disgrazia, per me sono la parata dell’orgoglio di riuscire comunque a vivere, con un sorriso sulle labbra, trovando motivazioni nuove ogni giorno.
trovatene un altro che mi faccia sentire per una volta davvero fiero di essere italiano.
trovatene un altro, un altro qualsiasi, che mi faccia apparire piccoli piccoli, i problemi quotidiani. trovatene un altro che mi sia di esempio su come ci si rialza nella vita. anche da morte certa.

Stefano Bonacorsi