tutto in una scatola

(foto scattata al Messer Botolo, con le incaute fanciulle e il serial killer)

ci sono cose con cui bisogna fare i conti. non parlo dei terremoti o delle stragi, situazioni o atti gravi, ma di cui si tiene poco conto perché ingenuamente pensi che tanto tocca sempre agli altri. parlo delle piccole delusioni, dei dispiaceri che possono turbarti la vita, delle piccole cose su cui hai costruito grandi ricordi che improvvisamente (ma neanche tanto, diciamolo) spariscono o meglio, si fermano. quelle cose che magari percepisci, che ti auguri possano risolversi in meglio ma che poi, forse anche per il loro bene, si risolvono nella maniera che non avresti voluto. accade così per noi che ci attacchiamo alle piccole mitologie della post- modernità, e quindi quando un cantante delude le aspettative, o un gruppo che ti ha segnato si scioglie, quando un posto che frequenti cambia luogo o gestione o peggio ancora chiude… ti senti smarrito, con qualcosa in meno. sembra stupido, ma qualcuno potrebbe definirlo romantico. e allora sarò un fottuto romantico, o nostalgico del cazzo, ma quando un luogo è stato fonte di ricordi, risate, sbronze e serate memorabili, non puoi fare a meno di provare malinconia per il fatto che i prossimi ricordi non li costruirai lì. e anche se non è il caso di farne una tragedia, perché in fondo non era il mio posto preferito (ma stava comunque sul podio), né lo frequentavo assiduamente, si tratta comunque di un pezzo importante della mia vita che se n’è andato, e adesso se ne sta lì, nel cassetto dei ricordi, quando solo una settimana fa, lo consideravo… come uno dei miei probabili approdi per la sera.
ho avvertito una certa emozione quando mi hanno detto che sarei stato l’ultimo a bere una birra  del tipo keller, che il fusto era finito e non ce ne sarebbero stati altri. così come a uscire dal locale per l’ultima volta. là dentro ci ho fatto la mia festa di laurea, altre feste tra lauree e compleanni, c’è stato il matrimonio di un mio caro amico, ci ho passato serate inconcludenti e altre parecchio divertenti. ci ho portato anche qualche ragazza, non sempre a buon fine. non ero un cliente assiduo, ma ci sono stato abbastanza per farmelo mancare in futuro. adesso è tutto in una scatola, assieme ad altri ricordi.

Jack

il tempo per poterci rammaricare

ce ne sarebbero di cose da raccontare, di quanto è accaduto in questi giorni, potrei raccontare dello splendido matrimonio del fratello n.1 avvenuto sabato, potrei dire di quanto accaduto da febbraio a questa parte con la “tournée” degli Oceanobar non ancora conclusa, potrei parlare di quanto sia una rottura stare in casa con la febbre a fare nulla ma alla fine dedurre che probabilmente avevo bisogno di riposo, e il mio corpo con la sua febbre il riposo se lo è preso. e allora che dire?
beh, posso dire che so che si può arrivare a commuoversi per la felicità (non m’era mai capitato) e, nel giro di neanche ventiquattr’ore rimanere sconvolti da una notizia terribile per la quale non si riesce a farsi una ragione. eppure è andata così. e anche se la notizia in questione non mi colpisce direttamente, ma nemmeno mi sfiora, per via di un legame che da un lato non si è mai creato e dall’altro non è mai stato particolarmente significativo, l’amaro in bocca resta, così come resta un cielo vuoto a cui sputare tutte le tue bestemmie e i tuoi perché. perché lo so che se oggi non avessi avuto ‘sta cazzo di febbre un pianto di tristezza me lo sarei fatto, o mi sarei per lo meno commosso. perché è troppo ingiusto, in primo luogo perché non te lo sai spiegare. ma è andata così e non resta che tenersi stretto un pugno d’aria, aggrapparsi al ricordo più bello che hai perché ci sono momenti in cui ci riveliamo per quello che siamo: impotenti davanti a tutto ciò che la vita comporta, morte compresa. e ci sentiamo indifesi, e vorremmo qualcuno a cui stringerci forte per sentirci sicuri quando sicuri non siamo.
perché sarà anche una frase fatta, ma ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e mai come in questi ultimi tre giorni ho capito che può essere così. e allora ben venga godersi una festa lasciandosi andare alle proprie emozioni, ben venga anche la più stupida ma sentita delle cazzate che uno ha voglia di fare, perché saranno quei ricordi a tenerci vivi quando la vita ci toglierà il sostegno da sotto i piedi un pezzo alla volta. per non pentirci di una vita non vissuta, o non aver detto una cosa importante o non aver abbracciato. sempre ammesso che la vita ci dia il tempo per poterci rammaricare.

Jack

l’ultima battuta

voglio pensare che sia stata l’ultima battuta che ti era stata concessa. che quando hanno deciso di spedirti su questa terra, ti avevano dato quel numero di battute da fare e poi stop, non ne avresti potute più fare. e per nascondere questa cosa si sono inventati un malore. sì dev’essere andata così. solo che non lo sapevi, non lo sapevamo noi, non lo sapeva nessuno. un’ultima battuta e poi stop. doveva finire così, sul campo. nell’unica volta che ci siamo davvero sentiti sconfitti.

Jack