ROZZEMILIA (a ciascuno il suo blocco)

boia

Un giorno avrò modo di scrivere del mio percorso politico, magari prima riesumando qualche vecchio scritto. Perché l’esasperazione delle elezioni emiliano romagnole mi hanno portato ad una serie di considerazioni politically uncorrect, chi ha orecchie per udire oda, chi dissente mi dispiace per lui. Se ne farà una ragione.

Chi mi segue da tempo, sui vari blog che ho avuto, sa che ho un sinistro passato politico, poi, data l’impossibilità dell’allora sinistra sedicente radica-chic-progressista de mecojoni, di trovare un’alternativa ideologico programmatica all’odio viscerale per Berlusconi e ciò che rappresentava, ho deciso di abbandonare la militanza, preferendo all’epoca, la cronaca e la critica.

Tutto bene, finché rientravo comunque in un recinto liberal, che non vuol dire liberale, ma che comunque mi allargava il raggio dalla restrizione combat-salottiera di Bertinotti, passando per il moralismo giustizialista di Di Pietro (di fatto il precursore dei Cinque Stelle) fino ad approdare al Fanfani 2.0 di nome Matteo Renzi.

Il partitone, come lo chiamano da queste parti, non mi è mai piaciuto, ho sempre preferito guardare ai lati di questa enorme piovra che scandisce i ritmi di chi vive tra il Po e il Cimone, tra l’Adriatico e l’oltrepò Pavese e… tra la via Emilia e il West. Lo spaccone fiorentino sembrava una vaga possibilità di ammodernamento del partitone, soprattutto dalle incrostazioni ideologico-sovietiche ma, per chi conosce le dinamiche, già quando si impossessò dei vertici del partito, la base era rimasta fedele alla linea e, tra un referendum e un’elezione i risultati si sono visti… Poi che il Bomba fosse tutt’altra cosa rispetto a quel che ha fatto vedere agli inizi, beh, quello è una triste realtà.

Fatto sta, che gli emiliano romagnoli, un po’ per paura, un po’ per pragmatismo, un po’ perché è l’usato sicuro (ma questa riflessione va comunque letta), fedeli alla linea lo sono stati, fin troppo, anche se, vivaddio, governeranno si spera, con un po’ di pepe al culo, ammesso e non concesso che la nuova opposizione a trazione leghista faccia il suo dovere.

Ma non è di questo che dobbiamo parlare. Sì perché queste elezioni, vuoi anche perché per la centralità della regione e il significato politico che di conseguenza hanno assunto, hanno creato un clima d’isteria collettiva diviso tra “arrivano i barbari”, “i fascisti alle porte”, “liberiamo la nostra terra”, nuove resistenze e via dicendo. Un clima pesantissimo, un’aria irrespirabile soprattutto sui social dove, inspiegabilmente, gente che hai conosciuto fisicamente, con la quale sei rimasto virtualmente in contatto in virtù dei social ma che normalmente, né ti mette like, né ti chiede in privato come stai; d’improvviso si sveglia perché una notizia condivisa, non rispecchia quella fedeltà alla linea che scorreva un tempo da Piacenza a Rimini. E passi per i militanti, che in quanto tesserati debbono obbedire militarmente a ogni cosa recepita come provocazione “fassista”e che ad un certo punto devi bloccare per poter sopravvivere. Ma gli elettori semplici, quelli che si stupiscono per una tua obiezione, un cambio di bandiera dovuto a un fare semplicemente i conti con una drammatica realtà, quelli che ti commentano ogni starnuto che destabilizza la loro tranquillità piatta, monotona, moderna, attrezzata, benservita, consumata; quelli SONO PEGGIO dei militanti, sono robot lobotomizzati dal pensiero unico demokratiko popolare, intriso di metoo, gretinismo, politically correct ma morte a Salvini, razzismo al contrario e quant’altro.

Non sono disposti ad accettare che un’operaio voti qualcos’altro, perché dall’alto delle élites di cui sono entrati a far parte si sentono comunque inclusivi, non sono abituati a pensare che una partita iva possa essere un lavoratore onesto che deve sopravvivere a tasse, burocrazie e un mercato sempre più spietato; no, quello è un evasore a prescindere. Non pensano che non si vive tutti in case sicure, che fuori dai loro quartieri belli e ordinati e dalle loro posizioni di rendita si possa star male. Non pensano che chi vive in provincia sia condannato all’isolamento o alla mobilità (in)sostenibile. No.

Pensano che occorre fermare i barbari, che bisogna resistere, resistere, resistere,  e allora il tuo spazio di pensiero deve essere neutralizzato, ogni occasione è buona per provocare. E se provi ad argomentare loro ti ribattono con un muro di insolenza misto spocchia, il fottuto complesso dei migliori, misto a quella sensazione che “ti verremo a prendere a casa” una volta che sarà finito tutto. Non possono votare e basta, no, devono spiattellarti che il loro è l’unico voto giusto, con buona pace del libero pensiero. E se tu dici di aver cambiato idea nel corso degli anni, fingono di accettarlo, ma per loro sei sulla via della perdizione, devi essere rieducato. E’ così, è drammaticamente così, può sembrare un banale commento a un post, ma nasconde un’idea di vigilanza che ricorda più l’osceno gesto di Mondovì che non la citofonata goliardica (e stupida) di Salvini. Come se ci fossero delle spie social che poi riferiranno alla Volante Rossa di turno.

E allora resta un’arma, l’unica che i social ti consentono: il blocco. Perché tu puoi fare il democratico, quello che non censura nessuno per principio, perché non vuoi abbassarti di livello. Ma la provocazione fine a se stessa (perché di questo si tratta dato che lo scambio di opinioni è un altra cosa e, soprattutto, non è logorante) non la reggo più, soprattutto non l’accetto. Non accetto di lasciare l’ultima parola. Sono infantile? No, mi sono rotto i coglioni. Perché i ragionamenti non sono possibili, non più. Ti vengono a cercare proprio e non vedono l’ora che ci caschi con un bel vaffanculo che si meritano, ma che ti fa immediatamente passare dal torto e fa il loro gioco. E io non ho tempo da perdere con queste cose. Io non ho bisogno di aver ragione. Se sono convinto delle mie idee, o di ciò che condivido, non lo devo giustificare.

Allo stesso modo, non devo giustificare chi vuole commentare, chiunque lo può fare ma nei limiti della mia personale discrezione. Non giustifico il continuo ribattere, che vuole portare a dovermi giustificare per ciò che penso, come se avessi torto per qualunque cosa che faccio che non appartiene alla fedeltà alla linea. Volete l’ultima parola? Andate a cercarla da un’altra parte. Vi sentite censurati? Non è più un problema mio, portate rispetto per quello che condivido, ma non rompete i coglioni. Diversamente da un po’ di tempo a questa parte la porta è, anche se non vi piace, in fondo a destra.

Buon Compleanno Jack (18 gennaio 2010)


sì, lo so, il mio è stato due settimae fa. ma il compleanno di Jack Tempesta è il 18 gennaio. Capricorno come me, nato nell’anno del Maiale (secondo l’oroscopo cinese) proprio come me. il 18 gennaio 2007 è nato Jack Tempesta, poi divenuto The Jack Tempesta’s Chronicles. ebbe due post subito, poi fino ad agosto di quello stesso anno più nulla. domani, lunedì, compie 3 anni e, stando al contatore di Splinder, ha ricevuto a tutt’oggi 6614 visite. non poche a pensarci bene. 
di tanto in tanto sfoglio queste pagine, per vedere se la scrittura si è evoluta, se ho trovato un filo conduttore a tutto quello che scrivo, se ho un tema principale negli argomenti che tratto. ed inizialmente era un blog di critica politica, poi di riflessioni di stampo personali, di sfoghi poetici e di altre frivolezze. in pratica, ci ho messo quello di cui m’andava di parlare. ed è piacevole constatare, contando i 323 commenti presenti, che ho suscitato l’interesse di qualcuno. tanto che, per dovere personale, essendo un aspirante giornalista, ed essendo questa la mia prima valvola di sfogo, ho cercato di arricchire queste pagine, riportando notizie confermate, cercando di evitare sparate e magari portare più riflessione e meno spacconeria nello scrivere. in tre anni delle cose si imparano. aggiungiamo che, nel frattempo ho scritto per “Scripta Manent”, “Il Frignano” e tuttora scrivo per “la nuova Gazzetta di Modena”, di modo che ho imparato l’arte del confronto e soprattutto, ho imparato l’umiltà. e ho imparato a riportare le notizie per quello che sono: fatti separati dalle opinioni. e sto ancora imparando e forse non smetterò mai, almeno fino a che vorrò scrivere, conoscere, capire. l’esigenza primaria di chi fa il giornalista, dice Mentana, è di capire noi, prima ancora che far capire. alla fine questo è diventato uno spazio che è la cronaca di me stesso. e io, prima di chi legge, devo capire quello che scrivo e perché. l’esigneza di un blogger, non é quella di scrivere, ma di esporsi. ragion per cui, lo scrivere e il bloggare, cozzano tra loro. ed è il motivo per cui, una volta di più occorre imparare a confrontarsi, specie quando, con un blog, si diventa di fatto, editori di sè stessi, approfittando di uno spazio gratuito. e se l’ambizione primaria di una persona è scrivere, che racconti di vita o che porti il suo mestiere sul web, la prima cosa da fare è misurare le parole. 
ecco allora che cosa è diventato questo blog: un esercizio, una palestra. un posto in cui confrontare in maniera primaria le cose che ho da dire, per crescere e imparare a lasciare altrove storie, racconti, versi ed emozioni. non è facile. non lo sarà mai. a volte penso che a nessuno piaccia quello che scrivo, altre volte invece mi sento bravo. mi chiedo a chi serva questo blog. serve a me e per me.
e allora buon compleanno Jack Tempesta, nome da sovversivo scelto da un adolescente studente di ragioneria, quando credeva di avere la verità in tasca. poi diventò l’indirizzo di posta elettronica di quel ragazzo e successivamente il titolo di un blog. e da quando esiste questo blog, quel ragazzo sa di avere sempre meno verità, e un sacco di domande da fare. e un mestiere da imparare. 

Stefano Bonacorsi

svolte

succede, a volte sono imprevedibili. è incredibile come la vita ti possa cambiare nell’arco di pochi giorni, eppure è così. le chiamano svolte, magari le aspettavi da una vita, cose che ti sembravano parte di te e che improvvisamente (ma neanche tanto) ti rendi conto che diventano zavorre, quasi inutili, se non dal punto di vista dell’esperienza. e anche se c’è un senso di angoscia che fatica a lasciarti andare, sai che la strada nuova è stata imbroccata, non sai com’è, anche se nuove certezze ti dicono che è quella giusta. certezze che due mesi fa neanche pensavi di avere, o che pensavi avresti sempre fatto fatica a ritrovare. e invece eccoti lì, avvolto di luce, ad ascoltare parole di cui faticavi a comprendere il significato. rinnovato, con nuove consapevolezze, un nuovo cammino, anzi, un cammino ripreso e finalmente condiviso. e finalmente promesse che non si ha paura di fare e soprattutto, si ha la volontà di mantenerle. e di colpo, ma neanche tanto, vecchie certezze diventano sabbia, come se di colpo tutto fosse cambiato o come se, invece, quello che sospettavi da tempo, si è rivelato realtà…
e allora fuori dal nido rassicurante, verso un futuro che sì, sarà difficoltoso, ma in cui non sarò solo e di cui non avrò paura.
e in cui finalmente, saprò cosa dovrò fare.

J.

solo un passatempo (dieci anni dopo)

(dieci anni dopo la maturità sono questo, e anche qualcosina in più)
in realtà volevo e dovevo scrivere d’altro, ma il veder postare sui social network gli auguri per i maturandi e i rimpianti per i bei tempi andati mi ha solleticato diversamente. e m’è venuto da pensare che la maturità l’ho data dieci anni fa, allora come oggi c’era una manifestazione calcistica internazionale in corso (l’infausto mondiale di Corea e Giappone 2002), all’epoca avevo seri problemi a livello caratteriale per via di un’operazione chirurgica che mi aveva fatto perdere molti giorni di scuola, due mesi di educazione fisica e che aveva alimentato all’inverosimile il mio cinismo (mi sono ripreso a fatica e ci ho messo anni), ed era il primo di una breve serie di esami di maturità a commissione interna e presidente esterno (io ho preso il peggio della pubblica istruzione, la commssione interna, il 3+2 all’università… l’unica formazione seria l’ho avuta a fare shiatsu). tra l’altro mi presentati con due materie sotto, un bel 4 in matematica (la matematica finanziaria era un incubo) e un altro in economia aziendale (per la cronaca ho fatto il tecnico quindi al pari di Fantozzi, sono un ragioniere), oggi sarebbe impensabile. non me ne fregava assolutamente nulla di nulla, feci il peggior tema della mia carriera (già allora scrivere mi dava parecchie soddisfazioni) e presi 12/15, la seconda prova fu un disastro (5/15) la terza fu la replica di una che avevamo già fatto durante l’anno scolastico (e lo scoprimmo tramite soffiata di professori complici, a dieci anni di distanza si può sputtanare la cosa anche sul web, ma lo sapevano tutti già allora) e fu il mio miglior scritto 13/15. l’orale credo che fu qualche giorno dopo la finale che vide il Brasile laurearsi pentacampeon con due gol di Ronaldo (che di lì a poco sarebbe andato dall’Inter al Real Madrid) ad una Germania che pur non essendo granché arrivo a giocare quella che era la settima finale per entrambe le contendenti al titolo. un mondiale pietoso, del resto la Turchia arrivò terza, quarta la Corea del sud. non ricordo molto di quell’orale (l’ultima domanda sì, il mio prof. di lettere -un faro per me- che mi chiede “ma tu lo manderesti via Trapattoni?”), ma sommato ai crediti accumulati dalla terza alla quinta più gli scritti, arrivai a un onesto 65/100. minimo sforzo massimo rendimento. rimpianti? pochi, della mia classe di allora sono rimasto in contatto con pochi, uno di questi è bancario nella banca dove sono correntista, un’altra lavora per un’associazione di categoria, un’altra coordina un’associazione culturale, un altro ancora, con cui condividevo il primato negativo in economia aziendale come me è diventato socio in un’azienda. gli altri… c’è chi s’è laureato, chi si è sposato e poi ha divorziato, chi ha figliato con successo, chi messo in piedi famiglia e chi non ho più visto o ho perso di vista… io sono rimasto quello che sono, ho sorpreso quasi tutti perché c’era chi non credeva che sarei stato bravo a fare certe cose, che sarei diventato così intraprendente che mi sarei laureato… certo, non sono mai stato un fenomeno, ci ho messo il mio tempo e sono sempre il più eccentrico (ergo anche quello più preso per il culo) di quella che era la 5^ A del Cavazzi 2001/2002 però… le mie rivincite me le sono riprese tutte, e a volte anche se mi sembra di essere stato immobile, mi guardo indietro e penso che di cose ne ho fatte e parecchie. saranno anche solo esperienze, ma hanno pagato, magari non ho una vita così normale, ma del resto, che me ne faccio io della loro normalità? è vero che a volte la rimpiango, che vorrei essere più semplice, avere anch’io una stabilità di fondo, e forse è solo perché così come allora non la trovo oggi quella stabilità, faccio così tante cose, onnivoro di tutto quello che non è il corso naturale della vita, perso nella mia fantasia in quel mondo che gli altri stentavano a capire, chissà se mai ci hanno provato… ho trovato altri lidi su cui appoggiarmi, altri eccentrici, o forse solo curiosi come me, certamente meno “normali” o solamente con la pretesa di volere di più dalle aspettative della vita. so che da dieci anni a questa parte o forse per alcuni qualcuno di più, ho solidi appigli a cui aggrapparmi, pur se tra alti e bassi. e la maturità in tutto questo è stato solo un episodio, un ricordo minore. un percorso che ho fatto sì, ma che poi non è stato così importante. della scuola in fondo, mi manca solo il laboratorio teatrale. sì è vero, dovevo anche studiare, ma era solo un passatempo…

Jack

e sia

e sia, che diamine, me ne sto a casa. me ne sto a casa perché non ci ho un cazzo da fare, tanto che, per ammazzare la domenica ho pure portato avanti del lavoro. me ne sto a casa perché fuori piove, perché oggi ha tirato il terremoto e mi é saltato un programma già fatto, perché ad un certo punto la pigrizia ha vinto sulla solitudine, o perché chi avrei dovuto incontrare non era chi avrei voluto incontrare. e allora sto a casa, con un incredulo padre a cui fa strano che io perda i miei 28 anni dietro a un computer, in casa, collegato a social network che hanno tutto per non dare niente. sto a casa, svogliato, incazzato e frustrato, in vista dell’ennesimo cambio di stanza o trasloco che dir si voglia, in quasi due anni ho cambiato più letti che fidanzate, e se facciamo conto che sono single da tre anni…
sto a casa e ascolto la pioggia, l’unica cosa che mi rilassa, me ne sto col mio computer, l’unico oggetto che non ho dovuto rinchiudere in una scatola e dare alla polvere, mentre buona parte di libri cd e quant’altro renda la mia vita un puzzle, sta confinato in angoli e dio solo sa quando potrò rimetterci mano. questo perché accadono eventi che quando arrivano ti sconvolgono la vita e l’eccezione diventa la normalità. ma quando la normalità rimane eccezione, nonostante di eccezionale non ci sia più nulla, alla lunga le palle ti girano eccome. e se non riesci a far scorrere le cose come vorresti, se non riesci a capire cosa c’è in te che non va, che cosa ti impedisce di poter dire noi anziché io, ogni tanto ti senti in diritto di incazzarti, specie quando, per ampliare un semplice giro di conoscenze, le tue parole vengono prima fraintese e poi ti viene offerta tutt’altra opportunità, e la cosa ti spiazza, io mica cercavo un’agenzia matrimoniale, volevo solo parlare. e sì, magari ci può anche stare, ma chi ti dice che io dietro ad un avatar sono quello che pensi che ti abbiano detto?!? e comunque non importa, avrò una domenica in cui sarò meno scazzato o sarò semplicemente meno pigro.
fatto sta che sto in casa, a leggere di bombe attribuite troppo in fretta, di terremoti che sconvolgono e spaventano, a sentire la pioggia, a sentirmi brontolare perché sto in casa. in fondo non c’è niente di drammatico, la benzina costa, e comunque la mia vita sociale pur essendo strana e stramba è buona: ho pur sempre due gruppi uno musicale e uno teatral-musicale, ho un giro di amici neanche troppo largo ma che so buono, e faccio shiatsu. che voglio di più? cosa mi toglie una domenica a casa? nulla. e allora sto a casa. e sia!

Jack

normale

a volte vorrei davvero essere uno normale, uno qualunque. non avere interessi particolari, seguire il campionato la domenica, leggere (ammesso che lo voglia fare) solo qualche best seller consigliato da altri lettori di best sellers, vedere solo i film che guardano tutti, avere poche fisse, poche passioni, una vita mediocre, in mezzo ai mediocri, una relazione ordinaria, niente da spiegare, niente da far capire. eppure sono un mediocre, uno qualsiasi, certo, ma fuori dai miei confini, lontano dal mio paese, dai miei affetti. dentro quei confini, non sono uno qualunque, sono il Cug, sono Jack Tempesta, sono il figlio del tale che fa quelle belle cose, sono quello che scrive per il giornale. sono semplicemente me stesso alla fine, ma alle volte questo essere me stesso, mi stanca. non potrei essere io se non facessi le letture musicate, se non suonassi, se non trovassi buono ogni pretesto per esibirmi a livello artistico, se non scrivessi questi blog che scrivo. non potrei senza “la ridda di corni, fagotti e ottavini che cornacchie e pettirossi mi muovono in testa”. e più passa il tempo, più sento la verità nei complimenti che mi fanno, sento che divento un pochino sempre più bravo, e ne sono consapevole che la mia vita è anche questa vita. una vita in cui mi spiego a pezzi, dietro a un microfono, con parole spesso di altri, solo la mia voce che non tradisce le mie emozioni. non potrei essere io se non fossi questo. comincio a pensare che mi basterebbe meno, anche se non rinuncerei a quello che e sono. eppure c’è un senso di vuoto che accompagna i miei gesti, il dopo. il prima e il durante non sono un problema, il dopo sì. ed è quel chiedersi se serve veramente a qualcosa tutto questo, se uno sguardo sognante è davvero appagante, se sono stato utile. a volte non mi sembra così essenziale.
lo faccio per me, tutto questo, prima di tutto è vero. ma è una frase egoistica che non giustifica. l’appagamento c’è, ma poi mi chiedo cosa è restato e non me lo spiego. eppure ne ho bisogno. eppure vorrei essere un mediocre a volte, mediocre ma felice. è pur vero che questo mio esser nomale mi piace, e mi rende a sua volta felice, è che forse vorrei che quella felicità avesse un che di speciale. e invece è normale e dura poco. come tutto quello che è normale.

Jack

un incontro

mi hanno detto grazie ma, a conti fatti, sono io che devo ringraziare loro. perché un pò, grazie a loro, la mia vita è migliorata, o meglio, grazie a loro ho riscoperto il gusto di certe cose, compreso l’agrodolce gusto dell’ingenuità. chi sono loro? sono il gruppo Pi.A.Se.Mo, un gruppo vicariale o un gruppo di dopo-cresima inter- parrocchiale. un bel gruppo di folli. un gruppo nato anni fa sulla spinta di un consacrato, e oggi retto da quegli stessi ragazzi con cui aveva cominciato. sono entrato in contatto con loro, tramite un’amica storica, che mi aveva chiesto di fare un piccolo service audio per un piccolo spettacolo di Natale. poi, sempre quest’amica, che oggi è una delle animatrici di questo gruppo, mi chiese lo scorso Natale, se collaboravo come musico alla realizzazione di uno spettacolo che avrebbero messo in scena a pasqua. siccome non so dire di no, specie alle cose artistiche, ho accettato. a me queste cose piacciono inoltre mi si presentava l’occasione di essere un semplice gregario (nel mio piccolo bagaglio esperienziale di attore-suonatore m’è capitato di rado, può sembrare vanità ma è così). così ho preso i miei pomeriggi al sabato e sono andato a provare con questi ragazzi, in un teatrino parrocchiale che dio solo sa perché è stato lasciato andare, e che grazie al fatto che questi monelli avevano bisogno di uno spazio, è stato riscoperto. il posto era freddo ma ospitale, diciamo che il calore umano non è mancato. a questo si sono aggiunte le varie pizzate organizzate e fatte dagli stessi animatori, a cui venivo invitato assieme al fratello n.2 (che parteciperà in veste di fonico audio allo spettacolo) e in cui non potevo fare a meno di sentirmi un pò… zio! che quando hai 27 anni (ora 28) e l’età media sotto i 18 se non addirittua i 17… poco alla volta il ghiaccio s’è rotto e anche per loro sono diventato il cugino (o meglio, il cug, ma questa è una storia lunga che vi spiegherò un altro giorno). Ammetto che per via del mio essere dubitante mi sono sentito a disagio nell’essere presente ai loro momenti di preghiera, ma alla fine si trattava di un problema mio e non loro e poi va anche detto che l’entusiasmo dei ragazzi è contagioso e al gruppo si respira una bella energia, per cui. grazie a loro ho incontrato il serial killer con cui, assieme ad altri ho dato vita ai Sunday’s Players (il gruppo in cui canto) e con cui ho potuto rinnovare gli OceanoBar, assieme all’amica storica di cui sopra. sempre grazie a loro ho conosciuto le incaute fanciulle con cui ho iniziato a ri-vivere quasi pericolosamente la mia esistenza. e poi sì grazie a loro ho riscoperto il gusto di divertirsi nel fare spettacolo, una sensazione che mi mancava dai tempi del laboratorio teatrale alle superiori. che sì, negli anni ho fatto cose più belle e anche più professionali, però mancava quel qualcosa… forse il non prendersi troppo sul serio, non so. fatto sta che a Pasqua le cose sono andate bene, durante l’estate ho avuto occasione di incrociarli in diversi incontri e nelle feste appena trascorse, lo spettacolo, il recital “Alla ricerca di Amore” scritto diretto e interpretato da questi ragazzi, è stato replicato due volte. ammetto che si è trattato di una sfacchinata allucinante, perché oltre a suonare ho fatto il facchino (monta e smonta gli impianti audio e luci) e nell’ultima replica ho anche dovuto sostituire uno degli attori. per la cronaca la trama dello spettacolo è a sfondo religioso, così come il personaggio che ho dovuto fare era un San Francesco, scippato al musical “Forza venite gente”; per la serie, mettiamo nell’angolo il nostro scetticismo, se si sta bene insieme, non importa se ci sono divergenze di vedute. E poi potrei aver torto io. Ma anche questa è un’altra storia. 
Insomma, i Pi.A.Se.Mo. sono una bella esperienza, che sicuramente mi ha formato in quest’ultimo anno. Perché alla fine è bello scoprire che si può imparare qualcosa da dei ragazzi e sapere che potrai avere fiducia in loro per il futuro, non tanto perché crescono con valori sani, ma perché hanno voglia di fare e vengono stimolati a fare, in una terra che non offre granché soprattutto per l’età che hanno. Perché vengono invitati a condividere esperienze e la condivisione al giorno d’oggi è abbastanza rara. Perché fanno parte di un gruppo in cui vengono esaltate le singole qualità, in cui possono essere prima di tutto loro stessi. Poi può darsi che io esageri, forse mi sono lasciato contagiare un po’ troppo, forse anche in virtù del fatto che mi hanno “adottato”, anche se non c’entro molto con loro, mi trattano come se fossi uno di loro. In fondo è bello sentirsi dire “ci vediamo sabato” e un po’ ti dispiace deluderli dicendo loro che… non ci sarai perché la “tournée” è finita. Io non so se, come ha detto una mamma che parlava di loro, sono stati toccati dalla grazia di Dio, io in queste cose ci credo poco. Però so che hanno toccato il mio cuore.


Cug


il giorno che odio di più

alla fine lo so qual’è il giorno che odio di più: questo. li batte tutti, il mio compleanno (il 31/12), il Natale, la pasqua, ogni santi e il ferragosto. non c’è verso che riesca a farmelo piacere questo giorno in cui, nella migliore delle ipotesi, la vivi come una domenica qualunque, dove non trovi compagnia neanche a pagarla oro perché tutti troppo impegnati a riprendersi dai postumi o dai loro cicli vitali sballati. non c’è musica o lettura che sia in grado di smorzare le mie angosce, che oggi più che in altri giorni si fanno pressanti. e non vedi l’ora che sia un’altra volta notte, e poi di nuovo giorno, finisce che desideri l’ordinario, perché quella eccezionalità, quel primo giorno dell’anno, ti da enormemente fastidio. e non sai che fartene di quel fastidio. non sai che fartene di un pranzo ben augurale di inizio anno in piena tradizione-style, dei postumi se ce li hai, della fiacca che non ti porta a fare un benamato, del ciclo sonno- veglia sballato. può esser vero che capodanno è la più stupida delle feste esistenti, ma la verità è che nessuno ha mai inventato un dopo capodanno all’altezza della situazione. può esser pur vero che nessuno ci obbliga a inseguire la notte, nella notte più pericolosa dell’anno (non dimentichiamoci che capita d’inverno, quindi ghiaccio, e che paesi come il mio, diventano scenari di guerra), ma è altrettanto vero che il primo di gennaio, è un giorno non convenzionale anche per chi vorrebbe che lo fosse. è un obbligo sociale, una dannata consuetudine. forse è un problema solo mio, ma non c’è altro giorno nell’anno, in cui mi senta più imprigionato. imprigionato dal tempo, dalla stanchezza e dall’angoscia. e meno male che è un inizio, altrimenti ci sarebbe da finirla subito.

Jack

i natali che scegliamo di vivere

e anche quest’anno il Natale è arrivato, dopo anni lo rivedo bianco, una nevicata nel pomeriggio ci ha regalato l’atmosfera “coca-cola style”, mancano solo i camion e siamo a posto. in compenso dal Cimone in giù sono contenti perché erano alcuni anni che a Natale tirava solo scirocco, almeno quest’anno la neve sulle piste per le feste ce l’hanno. rimarrà da scoprire se ci saranno i turisti, visti i tempi…
 tempi che scorrono inesorabilmente, e siamo di nuovo alla fine di un anno. un anno iniziato con tutte le angosce con cui avevamo chiuso il precedente, che mi ha visto sciare per la prima volta, mi ha visto laurearmi (finalmente!) mi ha visto prendere decisioni importanti. un anno positivo, insomma, di cui alla fine si può dire che, nonostante accadimenti spiacevoli, si è rivelato pieno di sorprese, in particolare da luglio a questa parte (e alcuni neo- affezionati di queste pagine ancora in trasloco sanno cosa voglio dire). saranno giorni intensi questi, ma oramai vi ho abituato (male purtroppo) al fatto che queste pagine sono oramai aggiornate poco, o per lo meno, non con un’intensità quotidiana (che voglio dire, la quotidianità non c’è mai stata, però la cadenza settimanale non è male riuscire a tenerla). giunti a questo punto, c’è spazio per gli auguri di rito, non per le promesse e per le smancerie tipiche del Natale. non ne ho bisogno, quest’anno poi, l’ho sentito stranamente poco il suo arrivo, e per poco, non mi scordavo di fare i regali. non c’è spazio per le promesse perché tra poco non ci sarà più spazio neanche per la speranza, e a noi non resterà altro che aggrapparci a noi stessi pur di uscirne. l’augurio è che questo Natale sia riflessivo, non tanto per capirne il significato (religioso o commerciale che sia), ma per capire il nostro di significato. non esistono natali belli o brutti, esistono i natali che scegliamo di vivere. auguri a tutti (religiosi e non).

Jack

scazzi di vita quotidiana

ogni tanto capita, anche se non è poi così grave. agli scazzi si sopravvive in fondo, il più è conviverci nel momento in cui si presentano. un pò come quando ti chiedono <> e tu, per non essere banale rispondi <>. insomma alle situazioni ti ci devi adattare, non è che puoi metterti a piangere e pensare che la sfiga ti abbia preso di mira. anche se poi, alle volte, l’impressione è un pò quella vuoi per il fatto che si avvicinano anniversari grotteschi, vuoi per il fatto che, per quanti sforzi hai compiuto, intorno a te si è creato un temporaneo vuoto, il cellulare non riceve le dovute risposte, le chat sono deserte, il tempo fuori è ostico e non hai voglia di metterti a girare da solo. ribadisco, sono cose che capitano, anzi, mi ritengo fortunato a poter affermare che non avevo ricordo di come ci si sente scazzati in un venerdì sera in cui tutti i programmi ti sono saltati e la miglior prospettiva si rivela quella di guardare il letto non tanto come appiglio dopo una notte brava, ma come luogo di… riposo. e sì che proprio adesso che scrivo di questo mio scazzo, mi sento sollevato, come se il macigno che ho sullo stomaco (e garantisco che non ho mangiato pesante) poco alla volta si sgretolasse. cosa volete mai, questo in fondo è quello che succede quando si è abitudinari, non tanto nell’avere le serate programmate del tipo venerdì-uscita-amici-birra&chiacchiere, ma nell’avere la certezza che comunque qualcosa accadrà. nel darlo per scontato ecco. e invece nulla è scontato, ragion per cui, lo scazzo, facciamocelo passare please.

Jack