Un sabato a Milano

Diario del weekend

Negli ultimi anni sono stato spesso a Milano, dal 2018 almeno una volta all’anno per formazione o altre vicende. Sempre andata e ritorno in giornata, il più delle volte in treno, le altre volte in auto, come quest’ultima, un po’ perché la zona da raggiungere era più periferica (il Gallaratese), e un po’ perché la paranoia da Covid-19 mi fa vedere il treno, mezzo che adoro (soprattutto la Tav) con altri occhi.

Milano non la conosco, ci sono passato, ci sono stato, ma non mi ci sono fermato. Conosco la stazione centrale, so prendere la metro, sono passato per piazzale Loreto, ma la totalità delle volte Milano è stata un passaggio, un episodio, una meta esotica o meglio, una passeggiata in America. Si perché se per me che vivo a un’ora di macchina dal Passo dell’Abetone, Bologna mi fa l’effetto di “Topolino va in città”, Milano mi sa di America, con buona pace dei Timoria.

Il quartiere dove mi sono recato è di fatto di fianco al paese di Pero, intuisco che da lì Novara si raggiunge in breve tempo, mentre aspetto di ripartire faccio un giro in auto, cerco di capire il funzionamento delle Ztl, vedo uno scorcio dello stadio Meazza, l’ippodromo di San Siro e un parco enorme delle vicinanze. Per me che è grande il parco Ferrari a Modena (quello del Modena Park di Vasco Rossi per intenderci), vi faccio pensare cosa mi sia potuto sembrare.

Probabilmente ai residenti di zona, non avrà fatto una gran differenza trovarsi un montanaro in pantaloncini corti e maglietta armato di taccuino che passeggiava avanti e indietro semmai, possono essersi domandati chi fosse quel disgraziato che, in un centro commerciale, era entrato senza mascherina. Sì perché se a Pavullo nel Frignano qualche temerario senza mascherina in giro lo trovi e nemmeno viene guardato troppo di traverso. Invece (avrete capito che il disgraziato ero io) non mi sono mai sentito così osservato e così additato a vista come criminale, come nei minuti che ho passato cercando una farmacia nella quale acquistare un pacchetto di benedette mascherine. Un’autentica figura da campagnolo.

Non ho potuto fare a meno di provare claustrofobia pensando a tutti quei grattaceli che somigliano a termitai. Nei paesoni di montagna (a meno che non capiti a Sestola dove c’è l’unico grattacielo a 1020 metri di quota in zona) al massimo le palazzine sono di tre/quattro piani. A Modena certi direzionali sono enormi, se poi capiti all’ErreNord quasi ti spaventi per la sproporzione rispetto a quello che vedi in città. A Milano invece, i maxi condomini sono normali e ti chiedi come diavolo hanno fatto a sopravvivere in quei termitai durante il lockdown.

Poi ritorni, e conoscendo Milano più per i video de “Il Milanese Imbruttito” che non per esperienza personale, rimani stupito dalla scorrevolezza della tangenziale ovest. Sarà che è il weekend e c’è meno traffico, ma quando verso la fine del tuo viaggio di ritorno ti imbatti in quella circonvallazione improvvisata a una corsia e mezzo che è via Bottegone tra Madonna dei Baldaccini e Miceno, e poi fai la Pratolino-Malandrone, tutto per evitarti i cantieri e i semafori del Carrai e bypassare Pavullo; e nel farlo incontri colonne di automobili che non hai visto nemmeno a Milano…

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Cronache dal fine settimana

Diario del weekend.

Secondo i propostiti della fase 1+n, la rassegna ad alta quota nel weekend si riposa. Niente più video, semmai post sommari di impressioni varie. Il che non vuol dire che non abbia letto i giornali anzi, ma mentre pensavo se fare un riassunto dei giornali del fine settimana ha preso forma l’idea, per questa tornata, per la prossima vedremo tra sette giorni, di raccontare alcuni squarci di quotidianità.

Ieri sono tornato a fare un giro Bologna, città che non amo particolarmente e dove non andavo dall’1 marzo; e mentre aspettavo gli che gli impegni altrui venissero portati a termine, mi sono fatto un giro per il centro, via Riva di Reno, via Ugo Bassi, Piazza Maggiore e ritorno, un tentativo di visita in Sala Borsa ma era chiusa. Per me, che sono un provinciale, il classico giro da Topolino va in città.

Il deserto.

Sarà che in provincia di certe cose te ne accorgi meno, le file sono relative, sarà che le mie giornate le passo in un villaggio artigiano quindi figurati cosa vedo io del centro dei paesi, sarà che qui, sarà che la, ma l’impressione è stata di vedere persone deformate dal lockdown, facce imbruttite, mascherine per nascondere la paranoia, il sottoscritto alle prese con una sempre più forte intolleranza verso ambulanti, saltimbanchi, buskers, attivisti del WWF eccetera eccetera. Poi saranno stati i primi caldi (ma verso le 17 il cielo s’è coperto di brutto) e allora le strade erano deserte per quello, forse qualcuno è scappato in campagna, in montagna o al mare non lo so, già l’1 marzo comunque si percepiva la paranoia da Covid-19.

L’idea che mi son fatto, per la prima volta in una grande città da quando hanno riaperto le gabbie, è che non è vero che è andato tutto bene e non è vero che il lockdown ci ha reso migliori. E’ vero solo il fatto che ci dobbiamo fidare nient’altro che di noi stessi e delle nostre mani, che non dobbiamo affidarci a governanti, Stati Generali e altre trovate del BisConte, al limite fidarci dei nostri amministratori locali se proprio dobbiamo scegliere qualcuno.

E’ vero che ogni tanto è utile scrivere più per fare un diario che non per riportare notizie. Mi sarebbe piaciuto una sorta di diario di viaggio, mi rendo conto che ho scritto un diario post bellico.

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