dalla polvere al cielo: La celebrità criminale- un’anticipazione (6/10/2011)

qui di seguito, un’anticipazione del mio primo saggio, di prossima pubblicazione in formato elettronico col titolo “La celebrità criminale”. trovo utile fare un’anticipazione soprattutto in relazione a quanto di recente è accaduto col processo di Perugia. il saggio è il riadattamento della mia tesi di laurea discussa lo scorso marzo. buona lettura

Capitolo 4. Il concetto di “celebrità criminale”: inquadramento teorico.


1. La “celebrità criminale” e il ruolo di vittima e carnefice.

Che cosa si intende per celebrità criminale? Si tratta di quei soggetti che sono autentici fenomeni mediatici la cui origine è scaturita da fatti di cronaca nera e giudiziaria i cui protagonisti, sfruttando i canali offerti dai mass media1, divengono soggetti equiparabili per notiziabilità ai VIP2. La celebrità criminale è, al pari della celebrità classica, un fenomeno mediatico in cui un soggetto che si è reso autore di un delitto diventa un personaggio pubblico, le cui vicende sono seguite dai mass media, in quando suscitano interesse presso il pubblico.
Il descrivere questo fenomeno come una forma di celebrità, non è legato al semplice fatto che un soggetto criminale viene posto sotto ai riflettori, in quanto si è reso autore di un delitto e la cronaca riporta la sua vicenda; è legato all’aspetto che va oltre la vicenda, e cioè la rappresentazione del criminale successivamente alla notizia in sé.
Quindi, quando un evento criminoso si verifica questo viene riportato dalla notizia di cronaca, la quale espone i fatti avvenuti e i soggetti che ne hanno preso parte. Se la vicenda suscita interesse attorno a coloro che si sono resi protagonisti della vicenda, l’evento criminoso passa in secondo piano rispetto agli autori del delitto. Un esempio di questo lo ha riportato Massimo Polidoro nel suo “Cronaca Nera” quando nell’introduzione descrive brevemente il caso di Rita Fort, una donna che si era resa colpevole di omicidio plurimo sterminando la famiglia dell’amante. Il caso Fort aveva inaugurato l’epoca dei “processi celebri”: alle udienze il pubblico si presentava come se andasse a teatro, per la donna veniva invocata la pena di morte ma allo stesso tempo le donne ne copiavano l’abbigliamento e gli uomini ne sembravano attratti3. Quindi, parlando di celebrità criminale, ci riferiamo ad un soggetto resosi autore di un delitto che diventa un personaggio centrale in una certa fase della vita pubblica, diventando un modello o per lo meno un termine di paragone.
La celebrità criminale, così intesa, si inserisce nel contesto delle devianze, in quanto è un comportamento che viene rappresentato in un contesto, quello mediatico, che offre spunti di emulazione.
Un aspetto importante è quello riguardante il rapporto tra gli autori di delitti e le vittime nella rappresentazione mediatica. Sovente accade che questi due ruoli, per via degli spazi concessi dai media all’uno o all’altro, vengano invertiti, spostando quindi l’attenzione dal soggetto vittima che diventa carnefice, al soggetto carnefice che diventa vittima. Un esempio di questo è riportato nel libro “Maleficium” di Massimo Del Papa il quale, elencando alcuni fatti di cronaca che hanno caratterizzato gli ultimi anni, descrive la contraddizione che coglie l’opinione pubblica che in un primo momento, a fronte dell’evento criminoso, condanna senza mezzi termini gli autori dei delitti per poi passare in un secondo momento dalla parte degli stessi autori4.
Esiste, in vittimologia, la percezione della vittima “criminalizzata” e consiste nell’impostazione in cui accanto al criminale vi è una vittima che ha partecipato all’evento delittuoso e quindi in questi casi, non solo non è sempre totalmente innocente, ma in alcuni casi può essere essa stessa responsabile del reato5. Questo accade quando viene individuato un ruolo di responsabilità della vittima nell’evento criminale, e questo ha portato spesso all’espressione di un giudizio morale sul suo comportamento. Ad esempio, in numerosi processi penali per violenza sessuale l’estremizzazione di posizioni simili ha posto la vittima in una situazione in cui è stata diffusa la convinzione che in un certo qual modo la vittima avesse provocato l’aggressione, spostando di conseguenza il soggetto vittima in una posizione in cui veniva giudicata moralmente e colpevolizzata. Questo avviene soprattutto quando le posizioni vengono estremizzate in forma mediatica6.
La partecipazione della vittima al crimine è quindi un canale attraverso il quale è possibile ribaltare i ruoli della vittima e del carnefice facendo leva sullo strumento mediatico. Un esempio di questa modalità di difesa che hanno i soggetti delinquenti lo possiamo fare prendendo spunto dal processo Wanna Marchi messo in onda dalla trasmissione “Un giorno in pretura” di Rai Tre7, dove, nelle fasi delle testimonianze rilasciate durante il dibattimento, era possibile assistere alla difesa delle imputate8 le quali muovevano accuse ai sistemi adoperati per documentare le loro azioni, mediante i quali, a detta delle imputate, sarebbero state “incastrate”.
In tale contesto, una presa di posizione di certi spettatori nei confronti di determinati soggetti delinquenti può portare ad un inasprimento del giudizio, da parte dell’opinione pubblica, così come può portare ad un’attenuazione di quello stesso giudizio. Se poi il soggetto delinquente fa leva sull’opinione pubblica, passando dalla difesa all’accusa, e i mass media si interessano alle vicende, secondo la modalità di offrire al pubblico una ricostruzione che da un lato punti ad informare, e dall’altro ad appassionare e fare ascolti, gli esiti delle indagini e, ancor di più, quelli processuali, ne possono risultare influenzati9.
Un ulteriore spunto sulla definizione di celebrità criminale ce lo offre la definizione “genio criminale” che è una definizione che porta a mitizzare un soggetto delinquente. Sul tema è stato anche scritto un libro di carattere divulgativo i cui autori, Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi, riportano alcuni casi eclatanti di soggetti criminali, per lo più dediti ai crimini “bianchi”. I due autori scrivono che quando si parla di stupri, aggressioni e fatti similari, nei cromosomi degli autori c’è qualcosa che non va, mentre per imbroglioni, truffatori e rapinatori non si può dire altrettanto10. Tuttavia, determinate logiche criminali, pur essendo “bianche”, spesso hanno un filo diretto con quelle classiche, inoltre la definizione stessa di “genio” porta a leggere la parola “criminale” con un metro diverso rispetto a quello che si riserva al criminale comune, e questo, in un’ottica di esposizione mediatica può risultare deleterio se correlato al contesto delle devianze.
Ciò che col nostro elaborato intendiamo ipotizzare (perché di ipotesi si tratta) è l’esistenza di comportamenti che si verificano in contesti mediatici e che risultano altrettanto pericolosi e devianti alla pari dei comportamenti ritenuti tali, nei contesti reali. La chiave di volta sarà la teorizzazione di un contesto artificiale, una zona grigia che si pone tra la vita così detta “reale” e la ribalta mediatica.
1 Le modalità descritte nelle teorie dell’agenda- setting e della spirale del silenzio (vedi p. 16).
2 Per rendere un’idea di cosa possa essere la celebrità criminale partiamo da un esempio che può essere sì banale, ma che rende bene l’idea. L’esempio è il film “Chicago” di Rob Marshall, interpretato da Renée Zellweger (che interpreta Roxie Hart), Catherine Zeta-Jones (Velma Kelly) e Richard Gere (l’avvocato Billy Flynn). Velma Kelly è una star dei nightclub, la cui celebrità aumenta dopo il suo arresto: ha, infatti, ucciso il marito e sua sorella dopo aver scoperto una relazione tra i due. Roxie Hart non è famosa e sogna di diventare una celebre cantante. Quando spara al suo amante, che le aveva mentito riguardo alla possibilità di farla entrare nel mondo dello spettacolo, viene mandata in carcere. Lì incontra Velma Kelly. Per paura della pena di morte, Roxie assume Billy Flynn, il miglior avvocato di Chicago, che le promette di trasformare il suo caso in uno spettacolo e di farla prosciogliere. Flynn e Roxie manipolano la stampa e l’opinione pubblica e Roxie diventa famosa. Quando Billy riconosce il potenziale di Roxie, Roxie e Velma si scontrano per la popolarità (dal sito http://www.wikipedia.org).
3 Polidoro M., Cronaca neraindagine sui delitti che hanno sconvolto l’Italia, Piemme, Casale Monferrato (AL), 2005, p. 7.
4 Citando dal libro: “[…]a Roma, esplode un altro orrore: un rumeno violenta e annienta una quarantasettenne romana, Giovanna Reggiani, al posto sbagliato, cioè ovunque in città, nel momento sbagliato cioè sempre. Altra ondata di furia, dopodiché partono le prime misure di contenimento. E qui gl’italiani cambiano repentinamente umore: impietositi dalle immagini televisive dei baraccati, che fino a ieri maledivano trovandosi a sfiorarli ogni giorno, se ne innamorano: guai a chi li tocca, la sinistra, radicale o benpensante, insorge, vigliacco chi sbaracca (all’assassino, Romulus Nicolae Mailat, verrà risparmiato in primo grado l’ergastolo con l’allucinante motivazione per cui la vittima non ha rinunciato a difendersi).
Vicino Ascoli un rom ventiquattrenne, delinquente conclamato, dedito a truffe e a rapine, ubriaco alla guida di un furgone falcia quattro ragazzini in motorino. Lo vogliono linciare, compaiono anche i cani arrabbiati del neofascismo che tuttavia non si vedono mai quando il pirata è un italiano, vale a dire almeno una volta al giorno. Va a finire che invece di linciarlo, il rom lo mettono a svernare in un residence in riva al mare, dal quale riprende subito a delinquere mentre c’è chi gli offre cinquantamila euro per un libro e gli propongono di firmare una linea di moda”; Del Papa M.,Maleficium, e-book autoprodotto da Massimo Del Papa, Fermo, 2009, p. 45.
5 Nivoli G. C., Lorettu L., Milia P., Nivoli A., Nivoli L.F., Vittimologia, in Volterra V. (a cura di),Psichiatria forense, criminologia ed etica psichiatrica, Elsevier Masson, Milano, 2010, p.47.
6 Nivoli G. C., Lorettu L., Milia P., Nivoli A., Nivoli L.F., op. ult. cit.
7 I documenti in merito sono stati reperiti sul sito di You Tube al link http://www.youtube.com/watch?v=8Hpmz6mgAc0 e filmati correlati
8 Wanna Marchi e Stefania Nobile, sua figlia.
9 Un esempio di questo è riportato nell’introduzione di “Cronaca Nera” di Massimo Polidoro, a proposito del delitto di Cogne “Il delitto del piccolo Samuele, si legge nel rapporto […] dell’osservatorio di Pavia, diventa il pallido referente di un evento mediatico di portata immensa […] capace di generare una quantità di notizie che esulano dall’ambito strettamente giudiziario […] e spostano altrove l’accento della vicenda, per esempio sull’aggessivo atto di accusa della procura di Aosta da parte di Annamaria Franzoni, che sposta dal Foro alla televisione la sede dell’accertamento della verità giudiziaria, coinvolgendo lo spettatore in una sorta di giuria popolare all’americana”; in Polidoro M., Cronaca Nera, op. cit.
10 Lucarelli C., Picozzi M., Il genio criminale, Mondadori, Milano, 2009, p. 4.

dalla polvere al cielo: laicità del futuro (9/12/2010)

ho ritrovato un contributo che avevo realizzato per il numero 5 di Scripta Manent, mai uscito per ragioni di tempo, collaborazioni sfilacciate,e negligenza nella gestione. ammetto che le responsabilità furono mie in gran parte, da poco avevo assunto la direzione, ma i costi di pubblicazione in primis, e in secondo luogo tutte le vicende relative al reperimento dei contributi e degli articoli mi sono sfuggite di mano, arrivando così ad avere un pugno di articoli non sufficenti per una stampa. nel frattempo gli stessi fondatori del progetto (io e altri tre amici) ci siamo persi di vista mandando in vacca la nostra creaturina che, va detto, era carente in termini di distribuzione (e a nulla valsero i miei sforzi di trovare un editore).
fatto sta che, facendo pulizia nella mia casella di posta, ho ritrovato questo scritto, che credevo perso con la morte della mia chiavetta usb. è uno scritto polemico, perché quel fantomatico numero 5 doveva avere come tema la laicità e in quel perido di polemiche ve ne furono parecchie. vi rimando alla lettura di questo articolo, scritto un anno e mezzo fa (era estate) invitandovi ad una riflessione in merito. riflessione che, oggi è più che mai attuale visti gli scenari incerti della nostra Repubblica. buona lettura.

laicità
In tempi recenti l’opinione pubblica ha avuto modo di assistere, in modo più o meno attivamente, al fervente dibattito che ha ruotato sui temi etici e sulla laicità dello stato. Gli argomenti cruciali sono stati senz’ombra di dubbio il caso di Eluana Englaro, e quindi il testamento biologico; e la sentenza della Corte Costituzionale relativa alla legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita. In entrambe i casi, ciò che si è più contraddistinto è stato l’immobilismo legislativo, oltre al fatto che sono prevalsi i toni dello scontro ideologico, piuttosto che il buonsenso.
Nel momento in cui scrivo queste righe, un altro argomento, squisitamente politico tiene banco: le dichiarazione del Presidente della Camera Gianfranco Fini, in merito alla possibilità di riconoscere il diritto di voto agli immigrati. L’argomento in sé è datato, le prime proposte emersero nei governi di matrice ulivista (parliamo del secolo scorso) e Fini non è certo nuovo a queste uscite.
Il lettore si chiederà il nesso di queste due vicende, apparentemente separati. Ma il nesso è semplice e merita un piccolo preambolo. In primavera, mi sono trovato a seguire, per dovere di cronaca, una conferenza sulla fecondazione assistita, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, in particolar modo rivolta ai risvolti futuri che questa comporterà. A conclusione della conferenza ho posto la domanda ai relatori, su come in futuro la questione laicità, diritti e salute potrà venire affrontata in relazione ai processi di integrazione con gli immigrati di altre religioni. Perché se oggi lo scontro è tra laici e Chiesa Cattolica, domani, tra gli interlocutori di peso, potrebbe esserci anche l’Islam.
In Italia, su una popolazione di 60 milioni di abitanti, quasi il 7% sono stranieri, vale a dire quattro milioni e mezzo di persone, di questi, una cifra non meglio precisata, ma che si aggira intorno al milione sono musulmani.  E comincia ad essere un numero influente per quello che può riguardare determinate scelte politiche.
Il 97% della popolazione è battezzato secondo il rito della Chiesa cattolica, e un dato rilevante, a giudizio di chi scrive, è che quando si parla di temi etici, c’è un 3% che viene puntualmente escluso. Se si volesse dare più importanza e più valore alla laicità, e quindi sviluppare il nostro sistema civico su di un modello simile a quello francese, dove prevale l’etica di stato, non ci sarebbero problemi di sorta. Ma in Italia la direzione non è questa, di conseguenza sulla bilancia dei valori, in merito alle decisioni da prendere sui temi etici, prevale un indirizzo di carattere religioso,nel senso di cattolico.
Si fa un gran parlare, in questo paese, dell’accoglienza, soprattutto nei confronti di chi viene da fuori dei nostri confini. Un parametro questo, che viene puntualmente smentito dalla falsa tolleranza che caratterizza la cittadinanza italiana, prima permissiva ai limiti dell’inverosimile, poi reazionaria in eguale misura non appena gli stranieri commettono un passo falso. E le generalizzazioni sono d’obbligo, con la conseguenza che a tutt’oggi, l’Italia non brilla per le sue politiche sull’immigrazione. Ma è una colpa, questa sì generalizzata, ben divisa tra cittadini e istituzioni.
Le cronache locali, quelle dei quotidiani di provincia, mettono in luce situazioni che si sono venute a creare nei centri urbani d’Italia, soprattutto nelle zone più industrializzate, dove il fenomeno migratorio è più presente, e sono situazioni di richiesta di spazi per luoghi di culto o per luoghi di sepoltura dei morti, e queste richieste attirano maggiormente l’attenzione e dividono l’opinione pubblica quandosi provengono dalle comunità musulmane. È quindi un dato di fatto, che questa componente della società italiana è presente e vuole la sua parte di diritti a cui naturalmente dovranno conseguire dei doveri.
Ma la richiesta dei diritti, e soprattutto l’ottenimento degli stessi, passa, in liberaldemocrazia, per il gioco delle rappresentanze e di conseguenza per il voto.
Quello che potrebbe comportare un processo di integrazione che riguardi gli stranieri e i loro credo religiosi, sarebbe, oltre al diritto di voto, anche il diritto/dovere di rappresentanza della propria identità e cultura all’interno delle istituzioni, con l’immediata conseguenza di voler vedere rappresentati i propri valori. E in un paese come il nostro, dove i processi di integrazione sono lenti e farraginosi, la richiesta di rappresentanza di determinati valori, potrebbe confondersi con processi di rivendicazione.
Non è da escludere, che un domani, la comunità musulmana (insisto su questo tasto perché a tutt’oggi è la più numerosa dopo quella cattolica) potrebbe voler dire la sua in merito ai temi etico- sociali oltre al rapporto di questi con la laicità. E in questi termini lo scontro sarà molto più grave di quello attuale.
Il fatto di aver sempre dovuto fare i conti con un’ etica di tipo confessionale, salvo quando le questioni erano trasversali e scuotevano realmente l’opinione pubblica (nei casi di divorzio e aborto), ha fatto sì che nel nostro stato abbia avuto il sopravvento un’incapacità totale di legiferare su temi etico-sociali senza dover prima avere l’avvallo delle gerarchie ecclesiastiche.
Con il fenomeno migratorio in costante crescita, e col costante inserimento in società di altri credo religiosi (è un dato di fatto che anche senza politiche per l’integrazione questi inserimenti avvengano) sarà inevitabile che un giorno, anche questa fetta di popolazione vorrà avere la sua rappresentanza in nome dei propri diritti. E allora sarà ancora più difficile far prevalere una linea laica, in un paese caratterizzato da diverse tipologie di scontro che talvolta arrivano a superare il paradosso. Prova ne sono gli esempi emersi dopo l’11 settembre, le contraddizioni evidenti che emergevano nel mondo femminista, il quale sposava il ciecopacifismo e contemporaneamente dimenticava la condizione delle donne nell’Islam; o le contraddizioni di una certa area di sinista radicale, la quale nel difendere a spada tratta l’Islam, ne scordava le avversioni di questo, nei confronti dell’omosessualità. Di conseguenza non è improbabile vedere in futuro, una eventuale presa di posizione dei laici a favore delle mozioni islamiche, solo per il principio di avversare la Chiesa Cattolica. In questo paese c’è da aspettarsi questo ed altro.
In un paese come il nostro, incapace di politiche di integrazione su tutti i fronti, e incapace di cogliere le reali esigenze di carattere etico-sociali; ci sarà da aspettarsi, in futuro, uno scontro aperto e violento, quando non sarà più possibile ignorare le istanze provenienti dal mondo dell’immigrazione e che, attraverso le seconde generazioni, e attraverso l’imposizione di fatto nel tessuto cittadino, sarà influente nelle decisioni della vita del paese.
I portavoce della laicità ma anche quelli dell’integrazione, dovranno farsi carico di questo processo. L’Italia non può più fingere di dimenticare i problemi sociali al suo interno, dalle coppie di fatto, alla fecondazione assistita, il testamento biologico, i trattamenti salariali, le questioni abitative, la ghettizzazione delle città e l’integrazione tra le diverse fasce sociali. Di conseguenza occorre una seria presa di posizione che, per una volta, vada nella direzione di prevenire il problema, anziché trascinarlo. E la soluzione, per una migliore convivenza di tutti i fattori che si verranno a creare, dovrà andare in direzione della laicità. Laicità come mezzo di dialogo, laicità come mezzo di integrazione, laicità come mezzo di salvaguardia della democrazia e del pluralismo.
Occorrerà farlo senza cecità e nella garanzia del più ampio dialogo possibile. A prevalere però dovrà essere, allora più di oggi, la ragion di stato, per una migliore convivenza di tutti i cittadini. Solo così si potranno trovare soluzioni etico-sociali che avranno sì un impatto sulle comunità religiose, ma ne favoriranno in qualche modo la convivenza, di fronte all’esigenza, di dover adempiere prima ai doveri civici, che non a quelli religiosi.
Il confronto tra laici e cattolici, un giorno sarà più ampio, e quel giorno potrebbe essere più vicino di quanto si pensi.

Stefano Bonacorsi