Un esperimento sociale riuscito

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Ce l’ho fatta. Ho rimosso la mia data di compleanno (31/12) dai social (aggiunta al fatto che, per motivi che non sto a spiegare, impedisco alla gente di pubblicare sul mio profilo Facebook), così da vedere al netto dei social chi veramente mi avrebbe fatto gli auguri. Conto una decina di persone, per lo più famigliari, a cui aggiungo una vecchia conoscenza, compagna di studi all’università, che non vedo da dieci anni. Il resto muto. Ah no, la chat della banda è vero. Un’altra decina di persone. Finito. Poi al solito qualche ritardatario pizzicato per caso in questi giorni di riposo.

Dispiaciuto? In realtà no. Sono peggio gli auguri finti e obbligati su Facebook, soprattutto da persone che non hai mai conosciuto in carne ed ossa, che non le vere dimenticanze. E’ così, fingere non mi piace più, i social amplificano le balle, essere popolari lì sopra vuol dire essere ricchi a Monopoli. Basta. Quando serviranno li adopereremo.

E allora perché questo post tre giorni dopo? Per far sentire in colpa qualcuno? No, altre volte ho scritto in passato sui miei vecchi blog per il mio genetliaco, e li ho sempre pubblicati, con identico risultato: chi vuol leggere lo fa, chi no passa oltre. Ecco passiamo oltre.

Relativamente a questo blog, riprenderemo dopo l’epifania, forse con un po’ di costanza forse no, a riaggiornare la #rassegnaadaltaquota anche qui sopra e non solo su Instagram. Scriveremo quando ci andrà e se ci andrà, non è più una priorità, non deve essere un’idolatria.

Quanto a me mi dedicherò a ciò che mi farà stare meglio. E’ l’unico proposito del nuovo anno che ho è essere me stesso. Buon anno a tutti.

Prima di conoscere l’eterno

Ogni promessa è debito o, per lo meno, dovrebbe. Quando ho aperto questo spazio su Blogger, e ormai la storia la sapete, promisi che avrei ripreso, ripescato e ripubblicato i contenuti del vecchio “Jack Tempesta’s Chronicles”. Per certi versi quella promessa è stata mantenuta, soprattutto quando ho deciso di riadattare l’erede del vecchio “Chronicles” ad archivio. Ma l’operazione non poteva essere completa, perché mancavano i contenuti più importanti e sì, che ci crediate o meno, seri. Mancavano le vecchie poesie, quelle che forse erano le più apprezzate. Mi piace pensarlo perché alla fine mi ero creato un seguito. Un seguito che forse, anche in base alle mie attività di cronista sempre più discontinue, non ho mai perso. Magari ne ho anche qualcuno di nuovo chissà, però quel nuovo non conosce questo sommerso che si è perso nell’etere. Ora l’ho recuperato e lo potete trovare qui. Può essere una buona lettura sotto l’ombrellone.

Grazie fin da ora.

Stefano

Dieci

Ridendo e scherzando, o meglio scrivendo, sono passati dieci anni da quando Jack Tempesta ha preso forma. Ragion per cui abbiamo ritenuto opportuno che venisse fatto un po’ di ordine. Abbiamo aggiunto le schede che rimandano ai predecessori di questo blog, in particolare abbiamo ribattezzato il vecchio “Le pagine della Tempesta” in “Gli archivi della Tempesta”. Questo perché quando fummo costretti a sbaraccare dalla defunta piattaforma di Splinder, avevamo deciso che questo doveva essere la soluzione di continuità del vecchio “The Jack Tempesta’s Chronicle”. Ora, siccome esiste “Outside The Wall” abbiamo ritenuto più opportuno fare un restyling e realizzare il famoso archivio del vecchio Jack da sempre promesso fin da quando abbiamo preso dimora su Blogger. E per cominciare abbiamo messo un bel post autocelebrativo risalente al 2010 quando Jack compì il suo terzo anno di vita. Di qui in avanti, negli archivi troverete le vecchie pubblicazioni tra il 2007 e il 2011, oltre a scritti inediti e fuori blog.
Chi invece sarà ripristinato con l’attualità sarà “L’isola della Tempesta” blog nato sempre su Splinder con lo scopo di accogliere i pezzi che mi venivano segati dalle testate per le quali collaboravo. Sarà uno spazio esclusivamente dedicato alla cronaca e si raccorderà, quando lo riterremo opportuno, col mio profilo su Blasting News dove, sempre quando lo riterremo opportuno, faremo le nostre pubblicazioni.
E qui? Beh, qui ci sarà tutto il resto, le opinioni, le poesie e i pazzeggi in forma scritta. Non ci si ferma quindi. E meno male che volevo smettere di scrivere.
Ci si legge!
Steve

Chi ben comincia intanto ringrazia!

La giornata inizia come meglio non potrebbe, si decide una nuova fisionomia del pizzetto e lo si trasforma in ricamo per il viso. Dopodiché si va a fare una colazione programmata ma con sorpresa annessa graditissima. Il tempo scorre veloce e piacevole, la mattina vola via anche se fredda, il pranzo sa di momento di condivisione più di altri. Poi il pomeriggio va sullo stesso filone, si va a trovare amici, ci si scambia gli auguri e si fanno giri nei capoluoghi che hanno già i bar quasi tutti chiusi in attesa del grande compleanno collettivo.
Si rientra, giusto in tempo per ricevere un’altra gradita visita, preparare la porzione del cenone che ti spetta e poi recarsi alla veglia mangereccia di fine anno. Il tutto senza che per un secondo ti invadesse la solita stronza malinconia che da sempre ti accompagna in questo giorno.
Brindisi, zero botti e chiacchiere. Poi si torna a casa, si accende il computer anche se il buon senso direbbe “è ora di dormire”. E conti 72 amici su Facebook, chi più vicino, chi più lontano, improbabili parenti latino-americani scoperti tramite social, persone purtroppo mai conosciute in carne ed ossa ma con cui si ah un rapporto sincero, amici più o meno stretti, qualcuno più caro, qualche altro più di circostanza. Ma tutto ciò ha il suo perché.
Eh si che ognuno ha il suo personale capodanno nel giorno del suo genetliaco e Dio ha voluto che il mio coincidesse col compleanno di massa di questo strano, pazzo, insensato e meraviglioso mondo. Quest’anno sono partito con la volontà di guardare avanti e, così facendo, ho ritrovato anche chi avevo lasciato indietro.
Perciò quest’anno, nel mio solito post auto-celebrativo (quest’anno pure in ritardo!), non parlo di me, ma parlo di voi: questa è una dedica a chi mi legge qui sopra, o a chi soltanto mi segue su Facebook o Twitter o quant’altro. E’ una dedica a chi si è ricordato di me, spendendo un minuto del suo tempo anche se non mi ha mai incontrato occhi negli occhi. Può sembrare banale, ma è tantissimo.
Perciò grazie, e un abbraccio fortissimo a ognuno di voi. E che questo 2017 sia prospero in ogni singolo respiro che vivete. Grazie.

Stefano

Ritorno alle origini

Questo post potrebbe essere un addio alla scrittura. Per lo meno un certo tipo di scrittura per l’esattezza quella giornalistica.

Ebbene sì, mi ritiro. Mi sono rotto, stufato, stancato, scegliete voi la versione che preferite. Ho aperto il mio primo blog nel 2007, nello stesso anno con alcuni compagni di università mettemmo insieme una rivista culturale, durata un paio di anni, senza troppa credibilità. Nel 2008 ho iniziato un’attività di corrispondente per la Nuova Gazzetta di Modena, esperienza esauritasi nel corso del 2011. Per la verità sarebbe meglio dire esperienza scemata: io non mi sono fatto più progressivamente sentire (avevo iniziato a lavorare), loro hanno smesso di farsi sentire. Ho ripreso nel 2013 con Modena Qui poi, nel 2014, i simpaticoni, senza dire nulla hanno deciso di chiudere il giornale cartaceo, lasciando aperto il canale tv, ma i corrispondenti non se li è cagati nessuno. Neanche un grazie, anche si i soldi sono sempre arrivati. Pochi, ma sono arrivati.
Nello stesso anno mi iscrivo su Blasting News, nella speranza che il social journalism mi porti visibilità (poca) e soldi (ancora meno). Ma i lettori non ci sono stati e, per fare il giornalista social occorre, come si dice dalle mie parti, star li col culo, fare più di un pezzo al giorno e cliccare ripetutamente al limite dello spamming su Twitter, Facebook e quant’altro per condividere l’articlo e ottenere i click di utenti unici che ti servono per darti credibilità. Blasting News una sua credibilità nel mondo se la sarà guadagnata, chi ci collabora molto meno. Nell’ultimo periodo, complice una non meglio definita collaborazione con la pagina Facebook di Superbasket (un bel modo per avere collaboratori e articoli gratis, perché il social non è una testata giornalistica e SB un sito non ce l’ha) ho intensificato le pubblicazioni da Blaster, provando anche a seguire la pallacanestro femminile e cercando di ritagliarmi una nicchia. Però non ho pazienza. Per lo meno non più. O funzioni o non funzioni, per lo meno questo è ciò che ho capito. E per quanto mi ritenga bravino, perché bene o male un seguito ce l’ho (ma non è sufficiente a far di me un giornalista ma solo un cronista) probabilmente, come nella vecchia pubblicità dell’Ace, sbaglio candeggio. Nella vita sono artigiano, ma l’artigianato letterario è qualcosa che non può essere un dopolavoro. Un blog invece si.
Così ritorno alle origini, come il vecchio Jack Tempesta del defunto Splinder. Solo un blogger, solo un parolaio, solo uno dei tanti, troppi opinionisti sparsi nell’etere. Occorre un bagno di umiltà, di più non posso dare. Quando ero uno studente ero riuscito a crearmi un seguito, poi varie vicende, la chiusura di Splinder, il tentativo di darsi dei quarti di nobiltà con una veste più seriosa dei blog, il non saper far marketing di se stessi (i veri indipendenti si contano su una mano, chiedete a Massimo Del Papa) hanno fatto si che io non mi sia mai fatto una vera carriera. E lo accetto con serenità, anche se della scrittura avrei voluto farne un mestiere.
Non rinuncio totalmente, ma rinuncio ad un aspetto, quello della cronaca, del raccontare giorno dopo giorno. C’è stato un tempo in cui ci riuscivo, ma poi dovevo anche mangiare, pagarmi i vestiti, eccetera no, non ce la potevo fare. Non in provincia di Modena, sui monti in appennino. Non puoi vivere di questo, e nemmeno farne un hobby lucrativo.
Se proprio devo scrivere lo faccio e basta, come posso quando posso, come mi viene senza applausi o fischi. Vendere non passa tra i miei rischi, almeno con le parole.
Scendo qui, poi ci saranno altre tappe, ma almeno non proverò a fare di un’utilitaria una fuoriserie.
Ci si scrive (e ci si legge) più avanti.

Ultimo giro di valzer

Il 2016 pare l’annun horribilis delle rock star. Lasciando perdere David Bowie o Prince, vi dico io che è vero, verissimo, lo confermo. Perché oggi ci ha lasciato la più grande rock star che io abbia mai conosciuto e che non ha niente da invidiare, come condotta di vita, fedina penale a parte (credo) i vari Keith Richards, Vasco Rossi e compagnia cantante. Perché il rocker venuto a mancare oggi è (era) classe 1922 e si è spento a 94 anni, contro ogni pronostico. Sopravvissuto alla povertà dell’appennino modenese negli anni trenta, sopravvissuto alla guerra dove non ha sparato un colpo, lui perennemente inabile (o rivedibile) alla leva, arruolato nel ’41 e tornato nel ’45 dopo essersi visto, Grecia, Jugoslavia (ma in treno di passaggio) e fatto un giro negli stabilimenti vacanzieri tipici dei tedeschi al confine con la Francia. Sopravvissuto quindi ai campi di lavoro. Liberato dagli americani, mal digeriti in realtà, perché inizialmente, al suo ricordo, erano peggio dei tedeschi. E poi ballavano il bughi-bughi (dubito sapesse anche solo che si scrivesse boogie-woogie) e c’erano “quei soldati neri, le donne erano tutte per loro” mi raccontava. A lui quei balli non piacevano. Sì perché il Nostro era un ballerino provetto, i violini in testa fin da giovane, valzer, mazurke e, perché no, anche il tango. Un tanghero de noantri, mica quelli argentini. Però altro che Fred Astaire! A ballare si conquista, mi raccomandava, io che a malapena ho imparato i passi base e, al contrario di lui, ho imparato a suonare almeno uno strumento. Lui che per tutta la sua vita, o quasi, ha costruito ocarine in terracotta, dal suono squillante delle quali andava molto orgoglioso. Ma che fossero intonate, a volte ho avuto dubbi. Il ballo dicevamo. L’immediato dopoguerra in Francia lo ricordava come il periodo più bello della sua vita. Il ritorno in patria, l’occupazione che non si trova poi, un anno dopo, il Belgio, paradiso terrestre, croce e delizia del nostro “eroe”. Prende moglie nel gennaio del ’49 non proprio giovane per quell’epoca, nel ’50 e nel ’51 nascono le sue figlie, entrambe a Charleroi. Quattordici anni di miniera, birre belghe, gare di Triple-Sec che gli saranno fatali e feste di Santa Barbara (protettrice dei minatori). E il tasso alcolico sale.
In prima linea tra i soccorritori nella catastrofe di Marcinelle del ’56, nel ’61 il ritorno in Patria, a Modena dopo che la miniera l’aveva precocemente pensionato per via della silicosi. La previdenza sociale belga non pensava di doverselo accollare per 56 anni!
Partito con una valigia di cartone era tornato con un camion (quanto ho amato questa frase!) una casa di proprietà, la possibilità di ristrutturare la casa dei suoi genitori nella sua amata Olina. Il boom economico vissuto da migrante. Una vita dignitosa come oggi un ventenne non può nemmeno sognare. Perché non aveva nulla da perdere, nemmeno i vizi. Il fumo però lo lasciò perdere dopo un pneuma toracico negli anni ’70, ma il vino e la birra guai! E non si perdeva un ballo! Ho sempre pensato che, se fossi andato a donne con lui avrei preso una paga incredibile, nonostante io fossi di sessant’anni più giovane.
Fino quasi all’età di novant’anni era capace di fare colazione alla contadina con caffè misto vino e pane inzuppato. Però con l’avanzare degli anni lo stomaco reggeva meno un certo stile di vita che ad un certo punto è diventato, sopra le righe. Non che fosse un mangiatore anzi, sempre stato magro come un chiodo e con poco appetito (un calabrese una volta gli consigliò di mangiare un peperoncino prima dei pasti, per poter stimolare l’appetito. Il pasto avrebbe attenuato il bruciore in bocca). Anche se, negli ultimi anni, la tendenza si era invertita. Nonostante dovesse stare attento (quindi niente più vino, niente più caffè, niente brodini, cibo poco graso) l’appetito era quello che non avevamo mai visto. Anche se però stava cambiando. La perdita della moglie fu un duro colpo, un anno dopo rischiò per un’ischemia. Poi il lento inesorabile entrare e uscire dagli ospedali per via di problemi respiratori che andavano complicandosi. Ma sempre aveva evitato, quando non rifiutato, di usare la bombola di ossigeno. Aveva visto amici cari andarsene così, lentamente e inesorabilmente e lui, aveva evitato questo destino. La bombola era un’onta per lui. E ce l’ha fatta fino all’ultimo respiro. Lo scorso autunno un infarto, ma va avanti ancora, altro che Highlander. Da queste parti, si dice avere più culo che giudizio, quando la vita è caratterizzata da circostanze fortunate.

Io da un po’ di anni le chiamo benedizioni. Eri benedetto e non lo sapevi, perché la fede, non sapevi cos’era. Lo chiamavi destino quello che regolava la tua vita, non eri un bestemmiatore accanito, ma forse da qualche parte covavi la fede. Per lo meno lo spero, ti avrebbe dato una grande mano quando eri alle prese con le tue malinconie, non sopportavi la solitudine, la tristezza. Meglio un bicchiere di vino, un giro di valzer… meglio si. Ma oggi c’è stato l’ultimo. L’ultimo giro di valzer di una vita straordinaria che sicuramente hai vissuto fino in fondo. E che non accettavi che ti stesse scappando. Ma la musica ti accompagnerà, Dio ti accompagnerà in questa ultima danza. E sii felice, perché ti ricorderemo così.

Stefano

Lascerò tutto

Lascerò tutto
anche questo pezzo di carta
per seguirti in capo al mondo,
per avere un posto nella nuova vita
mano nella mano
con chi mi aiuta a vivere
in questa parte del cielo.

Lascerò ogni scampolo di vanità
e solo Tu sai quanto mi costa
ma non mi sta servendo a nulla
se non ad appesantirmi di inquietudini
per un presente scelto a cuor leggero
e desideri del cuore
che brillano di luce riflessa.

Lascerò tutto
e non vorrò rimpiangere niente
il mio guadagno l’ho già avuto
e ci passerò la vita accanto,
e tutto quello che avrò sarà in più
come un giglio nei campi
o un uccello del cielo.

Lascerò tutto
e non temerò, né tremerò di paura
tutto quello che serve
è seguire una poesia vecchia di millenni
ma sempre nuova e sempre viva
sempre vera come la vita
che ho scelto di vivere
quando ho deciso di non morire.

Lascerò tutto
anche se pensavo di aver già lasciato
anche se so che avrò paura
anche se so che mi parrà impossibile
ma se un tempo mi sarei dato del pazzo
a dedicarti delle mie parole
oggi non mi vergogno
di dire che Credo.

Lascerò tutto
anche quest’attesa
di veder compiere l’impossibile
di voler per forza vedere per credere
di voler essere testimone
della tua misericordia.

Lascerò tutto
perché so che avrò di più
senza pretenderlo
sperando di mantenere una promessa
senza abusare
di un’altra già mantenuta.

A volte ritorno

C’eravamo lasciati coi campioni del mondo della Germania Merkeliana, multietnica e perfino simpatica. Da qualche giorno sono tornati gli spunti per scrivere, dopo lo stop apatico dovuto alla perdita di motivazione a seguito della decisione dell’editore Modena Capitale Mediagroup di cessare le pubblicazioni del quotidiano Modena Qui. Continuo a fare il corrispondente per Tv Qui ma con meno frequenza perché non ho dimestichezza coi media televisivi. In altre parole, devo imparare e farò passare l’estate (o per lo meno agosto, visto che la stagione si fa attendere) e in autunno mi auguro di postare le mie corrispondenze video dall’Appennino modenese. Rimane il blog, questo piccolo blog che avrei la pretesa di aggiornare in tempo reale o quasi. Manca il tempo, ma è un buon segno dato che vuol dire che il lavoro mi assorbe, visti i tempi… Purtroppo la scrittura non è ancora la mia prima occupazione. Mi premeva comunque riprendere i contatti con voi che leggete, giusto per farvi sapere che continuo a pubblicare e che è mia intenzione dare una soluzione di continuità a queste pagine. A presto! 

Stefano

Metamofosi di un blog(ger)

Più o meno scrivo da quando ho finito le medie. A scuola ero bravo nei temi, forse avrei dovuto fare il liceo classico anziché ragioneria ma tant’è. Quando avevo 16 anni scrivevo immaginari editoriali di calcio o di altri sport. A 23 anni ho aperto il mio primo blog, era il 18 gennaio 2007 e sulla defunta piattaforma di Splinder apparve il primo Jack Tempesta. Sull’origine del nome recupererò prima o poi un vecchio post, non è questa la sede. Sempre nel 2007 nacque una rivista culturale che ebbe breve vita, “Scripta Manent”, opera di un pugno di presunti intellettuali universitari modenesi tra cui il sottoscritto. Durò circa due anni, poi morì principalmente per incuria e, va detto, se la sono filata in pochi. A giugno 2008 ho iniziato a collaborare con la nuova Gazzetta di Modena come corrispondente dal mio comune e, se riuscivo, anche da zone limitrofe. Il gran difetto di quello che è probabilmente il miglior quotidiano dell’ex ducato, è che ingaggia collaboratori come se piovesse col rischio di creare sovrapposizioni e soprattutto una pseudo-guerra fratricida che, per quattro euro a pezzo e uno a foto… Durante quell’esperienza mi sono laureato e siamo alla primavera del 2011 e ho cominciato a “lavorare seriamente” nel senso di fare qualcosa per vivere e guadagnare soldi. Un’attività artigianale in proprio condivisa coi miei fratelli, una scelta dettata più dallo sfinimento del percorso universitario e dal fatto che le prospettive per i laureati in giurisprudenza non erano proprio rosee. Una scelta a posteriori non tra le migliori che potessi fare ma, va detto, non ho avuto del tutto torto dato che a Modena di avvocati, ce n’è uno ogni 300 abitanti e il lavoro, anche di recente, mi han detto che scarseggia. Il passaggio da un’attività intellettuale a una manuale mi portò gradualmente ad abbandonare la scrittura, in primis quella giornalistica complice anche un’attività parallela che avevo affiancato al mio lavoro ufficiale e che, sul momento pareva più redditizia per arrotondare, che non scorrazzare su e giù per i monti a quattro euro il pezzo. Nel novembre del 2011 apprendo che Splinder chiuderà di li a poco e all’occorrenza devo trasferire le mie attività di blogger. Dal 2010 le pagine erano diventate due, perché avevo scelto di creare un altro blog dove mettere i pezzi che non mi pubblicavano sulla Gazzetta. Li riaprii entrambi su questa piattaforma e decisi di cambiare i connotati a Jack Tempesta, facendolo diventare “Le Pagine della Tempesta” sulla scia della pagina Facebook che avevo creato a mo’ di marchio editoriale e dove condividevo i contenuti. L’altra invece l’avevo battezzata “L’isola della tempesta- approdo per scritti senza pagine” su Splinder e tale rimase. Il punto però è che lentamente l’attività di blogger scemava, “L’isola” stava lentamente diventando inutile perché non scrivendo praticamente più per il giornale era il mio spazio per l’attualità, ma non l’aggiornavo mai. “Le pagine” invece era uno spazio più personale ma anche lì, complice il fatto di aver trovato di meglio da fare, non aggiornavo quasi più. Le trovate ancora entrambe e potete leggere i contenuti perché sono ancora in attesa di trasferire quei vecchi scritti qui dentro a mo’ di archivio.
E veniamo ai giorni nostri. L’anno scorso in dicembre decido di tornare al blog unico ma decido di farlo in maniera diversa, ripartendo da zero. Il pretesto mi viene offerto inconsapevolmente (e anch’io ne ero inconsapevole) dal fatto che a giugno iniziai una nuova collaborazione con una testata locale, Modena Qui riprendendo quindi l’attività giornalistica. Nel buttarmi in questa nuova avventura, inizialmente mi curo solo di guardare quando i miei pezzi vengono pubblicati, andando a sbirciare sul sito, poi, anche per invogliare le persone a leggere gli articoli, condivido i link sul mio profilo Facebook. Siccome però la voglia di aggiungere parole, di voler dire la mia non solo come fatti riportati su carta, ma anche come opinioni, decido che sì, ci vuole un nuovo blog ed eccoci qui.
Chi ha seguito le mie scorribande letterarie avrà visto mutare molto il formato delle cose che propongo. Causa tempo mancante, su queste pagine, il grosso dei contenuti altro non sono che i link degli articoli che mi vengono pubblicati (e più raramente i link dei telegiornali dove è riportato un mio servizio); più raramente ho scritto qualcosa per soddisfazione personale come questo post che state leggendo, o link riportati da altri blog.
Questo per mettere in chiaro ai lettori il percorso fatto fino a qui, un po’ per quelli che mi seguono da quando ho iniziato, un po’ per quelli che lo hanno iniziato a fare da poco. Col tempo, ci sarà più alternanza tra il riportare le mie corrispondenze col giornale e altri scritti. Abbiate pazienza e… buona lettura!

Stefano

p.s.: qualche post fa avevo mostrato come sceglievo di segnalare link di vari siti e i miei dati personali. Bene, imparando ad usare meglio ciò che Blogger mette a disposizione, qui a fianco trovate una colonnina dove sono riportati i siti che più mi interessa leggere, i post più letti, la cronologia ecc. L’ho fatta solo più semplice, ma non vi avevo avvisato del cambiamento.

A new beginning?

La prima domanda è: cosa facciamo qui? E la risposta più immediata è: ripartiamo. Ripartiamo da dove abbiamo lasciato di fatto, e cioè da due blog aperti su questa piattaforma (le pagine della tempesta e l’isola della tempesta) in sostituzione dei due che erano sulla piattaforma Splinder, defunta nel 2011. Si torna al blog unico, nel senso che faccio fatica a seguirne due soprattutto quando non so come collocare gli argomenti dato che “L’isola” è più giornalistico e “Le pagine” più personale. Li ho lentamente abbandonati per mancanza di tempo, per un po’ potrete trovarli ancora poi, poco alla volta saranno assorbiti affinché possiate leggere i vecchi post anche qui sopra. Outside the wall (dall’omonima canzone dei Pink Floyd) si propone di essere un blog di informazioni (qui saranno linkati gli articoli che scrivo per un quotidiano locale con cui collaboro) e di riflessioni di stampo giornalistiche, poetiche e personali, insomma tutto cambia ma solo nella forma, anziché due blog, ne avrò solo uno come agli inizi sul vecchio Jack Tempesta’s Chronicles di splinderiana memoria. Si ricomincia nel 2014 (magari qualcosina prima vedremo dato che siamo agli sgoccioli) e ci auguriamo, a differenza di quest’ultimo anno e mezzo, di essere un po’ più costanti. Fin da ora, buona lettura.

Stefano Bonacorsi e Jack Tempesta

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