Un sabato a Milano

Diario del weekend

Negli ultimi anni sono stato spesso a Milano, dal 2018 almeno una volta all’anno per formazione o altre vicende. Sempre andata e ritorno in giornata, il più delle volte in treno, le altre volte in auto, come quest’ultima, un po’ perché la zona da raggiungere era più periferica (il Gallaratese), e un po’ perché la paranoia da Covid-19 mi fa vedere il treno, mezzo che adoro (soprattutto la Tav) con altri occhi.

Milano non la conosco, ci sono passato, ci sono stato, ma non mi ci sono fermato. Conosco la stazione centrale, so prendere la metro, sono passato per piazzale Loreto, ma la totalità delle volte Milano è stata un passaggio, un episodio, una meta esotica o meglio, una passeggiata in America. Si perché se per me che vivo a un’ora di macchina dal Passo dell’Abetone, Bologna mi fa l’effetto di “Topolino va in città”, Milano mi sa di America, con buona pace dei Timoria.

Il quartiere dove mi sono recato è di fatto di fianco al paese di Pero, intuisco che da lì Novara si raggiunge in breve tempo, mentre aspetto di ripartire faccio un giro in auto, cerco di capire il funzionamento delle Ztl, vedo uno scorcio dello stadio Meazza, l’ippodromo di San Siro e un parco enorme delle vicinanze. Per me che è grande il parco Ferrari a Modena (quello del Modena Park di Vasco Rossi per intenderci), vi faccio pensare cosa mi sia potuto sembrare.

Probabilmente ai residenti di zona, non avrà fatto una gran differenza trovarsi un montanaro in pantaloncini corti e maglietta armato di taccuino che passeggiava avanti e indietro semmai, possono essersi domandati chi fosse quel disgraziato che, in un centro commerciale, era entrato senza mascherina. Sì perché se a Pavullo nel Frignano qualche temerario senza mascherina in giro lo trovi e nemmeno viene guardato troppo di traverso. Invece (avrete capito che il disgraziato ero io) non mi sono mai sentito così osservato e così additato a vista come criminale, come nei minuti che ho passato cercando una farmacia nella quale acquistare un pacchetto di benedette mascherine. Un’autentica figura da campagnolo.

Non ho potuto fare a meno di provare claustrofobia pensando a tutti quei grattaceli che somigliano a termitai. Nei paesoni di montagna (a meno che non capiti a Sestola dove c’è l’unico grattacielo a 1020 metri di quota in zona) al massimo le palazzine sono di tre/quattro piani. A Modena certi direzionali sono enormi, se poi capiti all’ErreNord quasi ti spaventi per la sproporzione rispetto a quello che vedi in città. A Milano invece, i maxi condomini sono normali e ti chiedi come diavolo hanno fatto a sopravvivere in quei termitai durante il lockdown.

Poi ritorni, e conoscendo Milano più per i video de “Il Milanese Imbruttito” che non per esperienza personale, rimani stupito dalla scorrevolezza della tangenziale ovest. Sarà che è il weekend e c’è meno traffico, ma quando verso la fine del tuo viaggio di ritorno ti imbatti in quella circonvallazione improvvisata a una corsia e mezzo che è via Bottegone tra Madonna dei Baldaccini e Miceno, e poi fai la Pratolino-Malandrone, tutto per evitarti i cantieri e i semafori del Carrai e bypassare Pavullo; e nel farlo incontri colonne di automobili che non hai visto nemmeno a Milano…

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Cronache dal fine settimana

Diario del weekend.

Secondo i propostiti della fase 1+n, la rassegna ad alta quota nel weekend si riposa. Niente più video, semmai post sommari di impressioni varie. Il che non vuol dire che non abbia letto i giornali anzi, ma mentre pensavo se fare un riassunto dei giornali del fine settimana ha preso forma l’idea, per questa tornata, per la prossima vedremo tra sette giorni, di raccontare alcuni squarci di quotidianità.

Ieri sono tornato a fare un giro Bologna, città che non amo particolarmente e dove non andavo dall’1 marzo; e mentre aspettavo gli che gli impegni altrui venissero portati a termine, mi sono fatto un giro per il centro, via Riva di Reno, via Ugo Bassi, Piazza Maggiore e ritorno, un tentativo di visita in Sala Borsa ma era chiusa. Per me, che sono un provinciale, il classico giro da Topolino va in città.

Il deserto.

Sarà che in provincia di certe cose te ne accorgi meno, le file sono relative, sarà che le mie giornate le passo in un villaggio artigiano quindi figurati cosa vedo io del centro dei paesi, sarà che qui, sarà che la, ma l’impressione è stata di vedere persone deformate dal lockdown, facce imbruttite, mascherine per nascondere la paranoia, il sottoscritto alle prese con una sempre più forte intolleranza verso ambulanti, saltimbanchi, buskers, attivisti del WWF eccetera eccetera. Poi saranno stati i primi caldi (ma verso le 17 il cielo s’è coperto di brutto) e allora le strade erano deserte per quello, forse qualcuno è scappato in campagna, in montagna o al mare non lo so, già l’1 marzo comunque si percepiva la paranoia da Covid-19.

L’idea che mi son fatto, per la prima volta in una grande città da quando hanno riaperto le gabbie, è che non è vero che è andato tutto bene e non è vero che il lockdown ci ha reso migliori. E’ vero solo il fatto che ci dobbiamo fidare nient’altro che di noi stessi e delle nostre mani, che non dobbiamo affidarci a governanti, Stati Generali e altre trovate del BisConte, al limite fidarci dei nostri amministratori locali se proprio dobbiamo scegliere qualcuno.

E’ vero che ogni tanto è utile scrivere più per fare un diario che non per riportare notizie. Mi sarebbe piaciuto una sorta di diario di viaggio, mi rendo conto che ho scritto un diario post bellico.

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Reset

Un’altro giorno di pausa

Stavo per ricascarci, stavo per mettermi a fare una rassegna a braccio, in una domenica ventosa in mezzo alla voglia di andare a fare un giro in auto e l’idea di dormire ad libitum per recuperare ancora le forze. Mi sono fermato in tempo. Ho letto giusto due articoli pigramente poco prima di mettermi a scrivere, perché il blog va avanti, è tutto il resto che è da riorganizzare. E siccome quando si riparte, di solito, lo si fa al lunedì, allora ho prolungato di un giorno il mio riposo, perché non si può promettere una cosa e sconfessarla il giorno dopo. Se reset deve essere che lo sia in tutto e per tutto. M’ero promesso di ritornare già oggi, ma oggi ho deciso che impiegherò i prossimi cinque giorni a capire come impostare la rassegna nel week end. Nel frattempo, godetevi le ultime ore della domenica, che tra poco è di nuovo lunedì.

Frammenti di me

Perché oggi non c’è stata la rassegna ad alta quota

Quasi tre mesi di dirette giornaliere, per l’esattezza dal video zero del 10 marzo, fanno 87 giorni consecutivi. Ottantasette giorni in cui ho aggiornato queste pagine quotidianamente, in alcune occasioni due volte al giorno. Mai fatto neanche quando ero uno studente di giurisprudenza al primo anno di specialistica, prima ancora di provare l’esperienza della cronaca di provincia con la Gazzetta di Modena, nel lontano 2007. Una vita fa, sono passati tredici anni.

Se non ho fatto il video numero 88, faccio comunque il post numero 88 consecutivo per spiegare, senza dovermi giustificare (o forse sì, ma giudicate voi), il motivo per cui non ho fatto la rassegna oggi. Se qualcuno sa un po’ di musica, intuisce che nell’immagine c’è una pausa. Ecco, oggi pomeriggio mi sono preso una pausa un po’ da tutto. Sto cercando di coordinare al meglio le mie molteplici attività lavorative, purtroppo o per fortuna sono almeno cinque, una è la scrittura ma è volontariato, l’altra è l’artigianato che assorbe il 95% del tutto, poi ci sono altre tre attività, una in studio espansivo, una in stand by e l’altra ancora devo capire come farla. Avevo bisogno di riordinare le idee e, nel farlo, mi sono accorto che questa rassegna, è un po’ troppo centrale rispetto alle altre attività.

Non perché non sia importante, ho constatato di avere un seguito, che più o meno si palesa, in questi tre mesi ho avuto pochi commenti, svariati like ma, a conti fatti, tanti “followers” anonimi e la cosa tutto sommato mi sta bene. Anche questo blog è seguito e credo, a cascata, ne beneficino per quel che può influire, anche le testate per cui collaboro.

Tuttavia, in una scala di priorità, il giornalismo o l’attività di blogger per me è passione pura, divertimento, ricerca, soddisfazione. A Dio piacendo, ne farei la mia attività principale, ma allo stato attuale è quella che, nella bilancia costi/ricavi, è la più drammaticamente in perdita, ma tant’è. In passato ho messo fin troppo da parte le cose che mi appassionavano, cosa che ora non sono più così disposto a fare. Ciò nonostante non vivo d’aria ho la mia attività da portare avanti e ho altri progetti da sviluppare a breve termine.

Involontariamente ho reso questo blog e la relativa rassegna, il sole attorno a cui gira la mia giornata. Ma se così dev’essere, il resto non può essere trascurato e raffazzonato. Non ho più l’età per fare il poeta maledetto, e non è che la cosa di per sé mi abbia portato a chissà quali benefici.

Mi serviva una boccata d’ossigeno, un momento per fare ordine nelle stanze del mio cervello, cosa per me alquanto difficile, abituato come sono a fare le cose random, in maniera approssimativa e poco metodica.

Una passeggiata all’aria aperta con i miei cani, l’evitare di aprire i giornali, le email e persino i social; limitarsi, nell’orario lavorativo, a sbrigare lavori manuali che richiedono una concentrazione relativa, schiacciare un paio di pisolini per recuperare del sonno perduto e intanto disporre i mattoncini del Tetris nel mio cervello, raccogliere quei frammenti di me che oramai dovrebbero essere quelli di un uomo maturo e non quelli di un eterno cazzaro.

Ci vediamo (e ci leggiamo) domani!

Palinsesto

La rassegna ad alta quota che verrà

L’ho anticipato nel video, dove avevo in realtà qualche incertezza, tuttavia realizzo che è meglio così. Sposto l’orario della rassegna, dal lunedì al venerdì non sarà più alle 14 e 30 ma alle 18 e 30. Più che una rassegna un riassunto di giornata partendo, ovviamente, dalla provincia e magari allargando il tiro. Debbo farlo, i ritmi lavorativi me lo impongono, garantisco una migliore puntualità e magari così facendo, con tutta la giornata davanti mi faccio una scaletta degna di questo nome, affrontando i vari temi non come un sommario di titoli e con gli articoli letti a volte si e a volte no. In più, questo spazio serale che, in questi ormai tre mesi in cui ci diamo appuntamento è noto come “aggiornamento” diventerà una sorta di diario di giornata. Assieme al video postato in replica, riporterò in maniera sintetica (e anche qui avrò modo di stenderlo durante un’intera giornata) le cose che mi avranno interessato e che avrò voglia di condividere. Poi ci sarà sempre spazio per altre escursioni, ma direi che se bazzicate qua da un po’ dovreste aver imparato come porto avanti questo blog.

Ricapitolando: dal lunedì al venerdì rassegna aperitivo con la “Rassegna Ad Alta Quota” alle 18 e 30, al fine settimana orario “vecchio” delle 14 e 30, con probabili variazioni dovute al weekend, ma queste ultime saranno impostazioni che verranno strada facendo. Intanto sistemiamo i giorni feriali e cerchiamo di rendere dinamiche queste pagine. Restate su queste frequenze!

La Rassegna ad Alta Quota…

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Nei nostri Starbucks di provincia

Le prove tecniche di ritorno a una normalità che non sarà mai quella di prima, perché volente o nolente anche quando di questo virus non ci sarà più traccia, nelle nostre teste mancheranno diversi venerdì; c’è la volontà di voler essere parte di questa ripartenza, di questa fase due che sa tanto di fase 1+1. E lo fai non tanto andando a fare il tuo lavoro che di fatto è ripartito da due settimane, ma andando a prendere una brioche e un cappuccino da asporto, presso una pasticceria che durante la quarantena ha fatto i salti mortali per andare avanti. E rifletti.

Rifletti che sì, la pandemia, la quarantena ci ha cambiati, ma non in meglio o in peggio come dicono i vari filosofi nei loro attici di centoventi metri quadri; ma nel cervello. Abbiamo probabilmente constatato, come italiani, e mi viene da dire pure finalmente, che possiamo contare solo su noi stessi e sulla fede in ciò che ci portiamo dentro. Se crediamo in Dio sappiamo di poter confidare su di Lui perché l’uomo, specie quello di governo, ci ha profondamente delusi e forse in maniera irreversibile. Non che prima ne avessimo chissà quale stima, ma si coltivava la speranza che mamma Stato avrebbe in qualche modo provveduto, messo una pezza.

Questa volta però è stata proprio mamma Stato a fare il buco, e va bene che in un’emergenza non sai mai che cappello metterti, ma ad un certo punto è stato palese che ci si voleva mettere un banale impermeabile, mentre fuori imperversava una bufera di neve. Tutti a dire che ci voleva almeno una giacca a vento ma no, meglio un impermeabilino, sono due gocce, che sarà mai…

Se questo paese si rialzerà sarà perché siamo quelli che siamo sempre stati, un popolo di santi, poeti, navigatori e anche imbroglioni. Quando penso a come ci rialzeremo, mi viene in mente il genio dei napoletani, quando due anni fa videro la neve dopo cinquant’anni sul golfo. Giravano foto in cui vendevano palle di neve a un euro. La genialità sta qui, nel riconvertire una situazione sfavorevole.

E già lo abbiamo visto, con un cappuccino da asporto a simulare i nostri Starbucks di provincia, come se fossimo in un’America immaginaria, come quella di Bonelli, a consumare la nostra colazione fugace anziché a un bancone del bar, fermi nel traffico di un eterno cantiere stradale; in questo fermo immagine abbiamo visto la riconversione di quelle attività famigliari che in breve tempo hanno fatto di necessità virtù.

Impareremo anche a riconvertire la nostra onestà, impareremo ad imporre che lacci e lacciuoli ad un certo punto vanno anche tagliati, impareremo che è meglio fidarsi di un Sindaco o di un presidente di Regione che almeno conosce il suo territorio, anziché di un governo che non è mai stato così lontano. Impareremo questo nei nostri Starbucks di provincia. A fare meno affidamento su una croce in un’urna elettorale e un po’ di più in noi stessi e nella nostro essere comunità.

Ripartenza (dopo il disastro della rassegna ad alta quota del 12 maggio 2020)

Stasera neanche metterò il pulsantino di pagamento, tanta è l’amarezza dopo oggi. Direte che non è niente, cosa vuoi mai, non è il tuo mestiere, fai altro, fai di necessità virtù eccetera. Invece no. Invece per me la rassegna ad alta quota, prendetelo anche come un capriccio tardo adolescenziale, è roba seria, una cosa che volevo fare da tempo e che questa situazione del Covid mi ha dato modo di sviluppare. Una forma di volontariato, che magari sarebbe finita con l’emergenza. Invece la voglio trasformare in una rassegna di provincia, la provincia che nessuno racconta, la provincia che è solo sui giornali cartacei locali, e in quelli on line manca per mancanza di fondi.

Stasera avrei potuto scrivere tante altre cose, fare un aggiornamento come faccio di solito, o un pensiero della buonanotte. Stasera sono autoreferenziale. Perché ci può stare di spezzare in due la rassegna per cause di forza maggiore, non ci sta di farla sempre un po’ raffazzonata. Non ci sta di non usare la sintesi. Ho fatto dirette di un’ora perché passavo un’ora a leggere i giornali per intero a chi non li poteva comprare o andare a leggere al bar. Adesso è il momento della sintesi, i bar riapriranno e questa rassegna non diventerà inutile. Ma oggi è stata un disastro.

In realtà, un disastro lo è da alcuni giorni, perché non si può improvvisare una scaletta, rischiando di lasciare argomenti a terra. E’ l’ora dell’impegno, questa è una mia creatura e ci tengo, non so dove mi porterà, ma dopo due mesi è l’ora della maturità.

L’aggiornamento di oggi è una sorta di promessa, una ripartenza. Anche perché ho dei pezzi in cantiere che voglio fare uscire, oltre a tutta una serie di cose da mettere in fila su altri fronti oltre a quello che più mi appassiona che è quello giornalistico. Ragion per cui, dopo tanto tempo, parlo di me, di quello che sarà questo blog, di ciò che sarà questa rassegna. Un impegno serio, non un cazzeggio estemporaneo in attesa che gli eventi sopraggiungano. Questa è una parte di me che covava da molto tempo e a cui non voglio più rinunciare. Dopo anni di gavetta, anni in cui i compensi per ciò che scrivevo da poco sono passati a niente, ho la possibilità di scrivere quello che mi pare, quando mi pare e come mi pare, modalità con la quale non rubo il lavoro a nessuno, non faccio la guerra ad alcuno e mi faccio leggere da chi può apprezzare. La mia libertà è totale, oggi ho La Pressa e Caratteri Liberi che mi danno asilo, ma ho soprattutto questo spazio che sto imparando ad usare ogni giorno di più.

Insomma, basta cazzeggio. E’ il tempo della maturità, ho scritto tanto, in tanti anni e voglio farlo ancora. E voglio farlo bene. Da domani (lo so che si dice sempre così) si cambia. In meglio.

Indagine di mercato

newsletter

Mi sono posto una domandina in questi giorni: a quanti piacerebbe ricevere una newsletter de “Il Sale della Terra” nella propria casella email? Si badi bene, un conto è l’aggiornamento serale con la rassegna ad alta quota e i link più o meno gratuiti segnalati (e non messi in rassegna) un’altro è invece una newsletter con commenti e soprattutto approfondimenti dedicati. Un po’ perché in rassegna non ci posso far stare tutto, già mi vengono chilometriche perché mi ci perdo in mezzo; un po’ perché comunque l’approfondimento non è una cosa che puoi rinchiudere nello spazio di venti righe che scrivi alla sera quando riediti un video che si sono già sciroppati in alcuni. E a poco serve, in quel caso, una foto accattivante.

Gli approfondimenti non sarebbero solo locali ma anche nazionali o internazionali, però non avrebbero una cadenza giornaliera, mi sarebbe impossibile, soprattutto in vista di una riapertura dove comunque dovrò dedicare del tempo al mio lavoro principale. Pensavo a una cadenza lunedì-mercoledì-venerdì, in modo da darle un senso.

Un particolare importante è che però non sarebbe gratis. Io di mio, per il mio sapere quotidiano acquisto diversi giornali ed è affar mio. Di tanto in tanto collaboro con le testate di cui sapete, La Pressa e Caratteri Liberi, e lo faccio a titolo gratuito in quanto cronista dopolavorista e anche perché queste testate non sono corazzate editoriali che possono ricompensare al di là dei grazie, chi scrive per loro. Caratteri Liberi poi, credo che sia tutta fatta da dopolavoristi tra l’altro…

Ragion per cui, questa iniziativa non sarebbe gratuita. Ho inserito di questi tempi la possibilità di avere la pubblicità nei post e nel blog, oltre al pulsantino di pagamento a offerta libera per chi volesse sostenere questo blog. La rassegna ad alta quota la volevo fare da tantissimo tempo poi l’emergenza Covid-19 mi ha dato la possibilità di farla in modo da offrire un servizio anche di volontariato nel mio piccolo. Siccome però il giornalismo mi piace, ma richiede tempo, una newsletter per abbonati la farò solo se avrò un numero minimo di persone interessate (parto da 10) che saranno disposte a pagare via Paypal un contributo di 3 euro per un abbonamento settimanale, 10 euro mensili o 100 euro annuali.

Si badi bene, questa per ora è un indagine di mercato, quindi per ora le cose restano come sono: rassegna ad alta quota alle 14,30 su Facebook e aggiornamenti serali intorno alle 21,00. Se ci saranno i numeri si partirà, diversamente si continua a fare come adesso.

Stay Tuned.

Prima di conoscere l’eterno/sezione libri

prima di conoscere l'eterno

Siccome questo blog lo sto movimentando sempre di più, come se la quarantena avesse rispolverato le mie vere attitudini, ho aggiunto la pagina “Libri” a questo sito. E quindi riprendo anche un vecchio post pubblicato nel 2017.

Ogni promessa è debito o, per lo meno, dovrebbe. Quando ho aperto questo spazio su Blogger, e ormai la storia la sapete, promisi che avrei ripreso, ripescato e ripubblicato i contenuti del vecchio “Jack Tempesta’s Chronicles”. Per certi versi quella promessa è stata mantenuta, soprattutto quando ho deciso di riadattare l’erede del vecchio “Chronicles” ad archivio. Ma l’operazione non poteva essere completa, perché mancavano i contenuti più importanti e sì, che ci crediate o meno, seri. Mancavano le vecchie poesie, quelle che forse erano le più apprezzate. Mi piace pensarlo perché alla fine mi ero creato un seguito. Un seguito che forse, anche in base alle mie attività di cronista sempre più discontinue, non ho mai perso. Magari ne ho anche qualcuno di nuovo chissà, però quel nuovo non conosce questo sommerso che si è perso nell’etere.

Il libro l’avevo già pubblicato, nel 2017 appunto, su Smashwords, ma la mia scarsa dimestichezza con l’inglese, e il non essere particolarmente attrezzato o sul pezzo, mi ha spinto a ritirare questa piccola silloge e ad aspettare tempi migliori. Ecco, forse sono arrivati o forse no, ma vi rimando alla piattaforma Lulu dove avrete modo di leggere una piccola anteprima e, se vorrete, potrete fare un acquisto buono per passare la quarantena.

Grazie fin da ora.

ROZZEMILIA (a ciascuno il suo blocco)

boia

Un giorno avrò modo di scrivere del mio percorso politico, magari prima riesumando qualche vecchio scritto. Perché l’esasperazione delle elezioni emiliano romagnole mi hanno portato ad una serie di considerazioni politically uncorrect, chi ha orecchie per udire oda, chi dissente mi dispiace per lui. Se ne farà una ragione.

Chi mi segue da tempo, sui vari blog che ho avuto, sa che ho un sinistro passato politico, poi, data l’impossibilità dell’allora sinistra sedicente radica-chic-progressista de mecojoni, di trovare un’alternativa ideologico programmatica all’odio viscerale per Berlusconi e ciò che rappresentava, ho deciso di abbandonare la militanza, preferendo all’epoca, la cronaca e la critica.

Tutto bene, finché rientravo comunque in un recinto liberal, che non vuol dire liberale, ma che comunque mi allargava il raggio dalla restrizione combat-salottiera di Bertinotti, passando per il moralismo giustizialista di Di Pietro (di fatto il precursore dei Cinque Stelle) fino ad approdare al Fanfani 2.0 di nome Matteo Renzi.

Il partitone, come lo chiamano da queste parti, non mi è mai piaciuto, ho sempre preferito guardare ai lati di questa enorme piovra che scandisce i ritmi di chi vive tra il Po e il Cimone, tra l’Adriatico e l’oltrepò Pavese e… tra la via Emilia e il West. Lo spaccone fiorentino sembrava una vaga possibilità di ammodernamento del partitone, soprattutto dalle incrostazioni ideologico-sovietiche ma, per chi conosce le dinamiche, già quando si impossessò dei vertici del partito, la base era rimasta fedele alla linea e, tra un referendum e un’elezione i risultati si sono visti… Poi che il Bomba fosse tutt’altra cosa rispetto a quel che ha fatto vedere agli inizi, beh, quello è una triste realtà.

Fatto sta, che gli emiliano romagnoli, un po’ per paura, un po’ per pragmatismo, un po’ perché è l’usato sicuro (ma questa riflessione va comunque letta), fedeli alla linea lo sono stati, fin troppo, anche se, vivaddio, governeranno si spera, con un po’ di pepe al culo, ammesso e non concesso che la nuova opposizione a trazione leghista faccia il suo dovere.

Ma non è di questo che dobbiamo parlare. Sì perché queste elezioni, vuoi anche perché per la centralità della regione e il significato politico che di conseguenza hanno assunto, hanno creato un clima d’isteria collettiva diviso tra “arrivano i barbari”, “i fascisti alle porte”, “liberiamo la nostra terra”, nuove resistenze e via dicendo. Un clima pesantissimo, un’aria irrespirabile soprattutto sui social dove, inspiegabilmente, gente che hai conosciuto fisicamente, con la quale sei rimasto virtualmente in contatto in virtù dei social ma che normalmente, né ti mette like, né ti chiede in privato come stai; d’improvviso si sveglia perché una notizia condivisa, non rispecchia quella fedeltà alla linea che scorreva un tempo da Piacenza a Rimini. E passi per i militanti, che in quanto tesserati debbono obbedire militarmente a ogni cosa recepita come provocazione “fassista”e che ad un certo punto devi bloccare per poter sopravvivere. Ma gli elettori semplici, quelli che si stupiscono per una tua obiezione, un cambio di bandiera dovuto a un fare semplicemente i conti con una drammatica realtà, quelli che ti commentano ogni starnuto che destabilizza la loro tranquillità piatta, monotona, moderna, attrezzata, benservita, consumata; quelli SONO PEGGIO dei militanti, sono robot lobotomizzati dal pensiero unico demokratiko popolare, intriso di metoo, gretinismo, politically correct ma morte a Salvini, razzismo al contrario e quant’altro.

Non sono disposti ad accettare che un’operaio voti qualcos’altro, perché dall’alto delle élites di cui sono entrati a far parte si sentono comunque inclusivi, non sono abituati a pensare che una partita iva possa essere un lavoratore onesto che deve sopravvivere a tasse, burocrazie e un mercato sempre più spietato; no, quello è un evasore a prescindere. Non pensano che non si vive tutti in case sicure, che fuori dai loro quartieri belli e ordinati e dalle loro posizioni di rendita si possa star male. Non pensano che chi vive in provincia sia condannato all’isolamento o alla mobilità (in)sostenibile. No.

Pensano che occorre fermare i barbari, che bisogna resistere, resistere, resistere,  e allora il tuo spazio di pensiero deve essere neutralizzato, ogni occasione è buona per provocare. E se provi ad argomentare loro ti ribattono con un muro di insolenza misto spocchia, il fottuto complesso dei migliori, misto a quella sensazione che “ti verremo a prendere a casa” una volta che sarà finito tutto. Non possono votare e basta, no, devono spiattellarti che il loro è l’unico voto giusto, con buona pace del libero pensiero. E se tu dici di aver cambiato idea nel corso degli anni, fingono di accettarlo, ma per loro sei sulla via della perdizione, devi essere rieducato. E’ così, è drammaticamente così, può sembrare un banale commento a un post, ma nasconde un’idea di vigilanza che ricorda più l’osceno gesto di Mondovì che non la citofonata goliardica (e stupida) di Salvini. Come se ci fossero delle spie social che poi riferiranno alla Volante Rossa di turno.

E allora resta un’arma, l’unica che i social ti consentono: il blocco. Perché tu puoi fare il democratico, quello che non censura nessuno per principio, perché non vuoi abbassarti di livello. Ma la provocazione fine a se stessa (perché di questo si tratta dato che lo scambio di opinioni è un altra cosa e, soprattutto, non è logorante) non la reggo più, soprattutto non l’accetto. Non accetto di lasciare l’ultima parola. Sono infantile? No, mi sono rotto i coglioni. Perché i ragionamenti non sono possibili, non più. Ti vengono a cercare proprio e non vedono l’ora che ci caschi con un bel vaffanculo che si meritano, ma che ti fa immediatamente passare dal torto e fa il loro gioco. E io non ho tempo da perdere con queste cose. Io non ho bisogno di aver ragione. Se sono convinto delle mie idee, o di ciò che condivido, non lo devo giustificare.

Allo stesso modo, non devo giustificare chi vuole commentare, chiunque lo può fare ma nei limiti della mia personale discrezione. Non giustifico il continuo ribattere, che vuole portare a dovermi giustificare per ciò che penso, come se avessi torto per qualunque cosa che faccio che non appartiene alla fedeltà alla linea. Volete l’ultima parola? Andate a cercarla da un’altra parte. Vi sentite censurati? Non è più un problema mio, portate rispetto per quello che condivido, ma non rompete i coglioni. Diversamente da un po’ di tempo a questa parte la porta è, anche se non vi piace, in fondo a destra.