Riflessioni a caldo

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Ritorna la rassegna ad alta quota con una piccola riflessione sulle elezioni del #25settembre…

Appello a Draghi, Benozzo ai Rettori: “Dimettetevi e forse vi dimenticheremo”

di Francesco Benozzo per La Pressa

‘Concedete agli studenti, ai dottorandi, agli assegnisti, ai giovani ricercatori una speranza per un futuro non asservito agli interessi mercatisti, globalisti e transumanisti: dimettetevi’. A firmare questo provocatorio appello ai rettori delle università italiane con una lettera aperta è il professore modenese Francesco Benozzo dell’università di Bologna insieme al collega romano Luca Marini.
‘Egregi colleghi, ci rivolgiamo a voi in questi termini, senza inutili orpelli, ricordando le volte in cui ciascuno di voi e chi vi ha preceduto si è rivolto a noi docenti utilizzando la stessa terminologia (“Caro collega”) al solo scopo di ottenere il voto. Ovviamente non vi abbiamo mai votato. Come non abbiamo mai votato i vostri predecessori. Per la semplice ragione che il nostro sistema di valori è talmente distante dal vostro e dai “colleghi” che voi rappresentate, da indurci a chiedervi una sola, semplice cosa: dimettetevi – scrivono Benozzo e Marini -. Voi che avete sostenuto o, per lo meno, non vi siete dissociati dalla lettera del vostro collega Ferruccio Resta, che ha impunemente utilizzato la qualifica di Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) per veicolare una sua personale dichiarazione di allineamento al sistema, spacciandola per atto collegiale, fate una cosa per il bene della comunità accademica: dimettetevi (e Resta sia il primo a farlo)’.

Ricordiamo che il numero uno della Conferenza dei rettori delle università italiane, Ferruccio Resta, nei giorni scorsi aveva pubblicato, sul sito istituzionale della CRUI (qui), un appello al premier chiedendogli di rimanare a Palazzo Chigi. ‘Caro Presidente Draghi, l’università ha bisogno di lei. Per questo vogliamo farle avere un rinnovato messaggio di stima e allo stesso tempo una richiesta di aiuto: la formazione, la ricerca e soprattutto le giovani studentesse e i giovani studenti del nostro Paese hanno bisogno di esempi da seguire e di riferimenti da ricordare’ – aveva scritto Resta.

‘Concedete agli studenti, ai dottorandi, agli assegnisti, ai giovani ricercatori una speranza per un futuro non asservito agli interessi mercatisti, globalisti e transumanisti: dimettetevi. E a quelli come noi che non credono – perché per esperienza non possono più credere – nell’etica di un sistema chiuso e autoreferenziale, date un motivo per ricredersi: dimettetevi. Dimettetevi e, quando la grande truffa pandemica e ciò che si cela dietro di essa sarà stata svelata, forse saremo disposti a fare una cosa: dimenticarvi’ – chiudono Benozzo e Marini.

Fiera Economia Montana, la difficoltà di creare eventi in montagna

Dall’autunno 2020 si è assistito a un rinvio di manifestazioni sulla scia di parametri che da un giorno all’altro potevano variare

Di Stefano Bonacorsi per La Pressa

Lascia un po’ interdetti la polemica, tutta pavullese, sul rinvio al 2023 della Fiera dell’Economia Montana. Tra la Giunta guidata da Davide Venturelli (nella foto) e il gruppo d’opposizione di Fratelli d’Italia, con Daniele Iseppi che fino allo scorso anno era vice sindaco, è un susseguirsi di  scambi di accuse di incapacità, contro l’esigenza di avere un evento che possa, in una qualche maniera, mantenere le aspettative  legate alla ricaduta in termini di presenze, soprattutto turistiche.

Vero è che nel 2019, anno dell’ultima edizione, si sono registrate oltre 30.000 presenze, ma è altrettanto vero che i motivi del rinvio dello scorso anno sono stati pressoché simili a quelli di questi ultimi mesi. Nel 2021 infatti sia Iseppi sia il presidente dell’Unione dei comuni del Frignano Giovanni Battista Pasini, hanno legato il rinvio della manifestazione all’incertezza della curva epidemiologica, senza nemmeno pensare a un rinvio a fine estate come era stato invece ipotizzato alla fine dello scorso febbraio. Anzi, per parola dello stesso Pasini, siccome si trattava di un evento a forte valenza agricola, il farlo a settembre l’avrebbe snaturata.

Dal canto suo la giunta Venturelli, dapprima giustifca il rinvio con il fatto che per realizzare la fiera in giugno si sarebbe rischiato un contingentamento dovuto ai protocolli covid, dopo di che, il definitivo annullamento della manifestazione è legato alle disdette di molti espositori dovute alla crisi economica, generata anche dalla guerra in Ucraina.

Ciò che nessuno invece osserva è che in montagna è più difficile che da altre parti organizzare eventi che attirino persone, con tanto di assunzione di rischi legati a normative di sicurezza. Dall’autunno 2020 si è assistito a un rinvio di manifestazioni sulla scia di parametri che da un giorno all’altro potevano variare, nonostante alcune amministrazioni coraggiose si siano comunque sbilanciate a favore del rischio e del ritorno economico (si pensi ai Giochi di Cioccolato e Croccante comunque realizzati a Sestola nel 2020 e alla festa della Castagna invece annullata a Montecreto all’incirca nello stesso periodo). Detta come va detta, troppa responsabilità in mano ad amministratori spesso lasciati in balia dell’emotività anziché della programmazione.

Gli strascichi sono sotto gli occhi di tutti, già nel 2020 notavamo su queste stesse pagine come c’era un’eccessiva timidezza nell’intraprendere attività mirate alla ripresa, laddove poi ci si è provato con norme più restrittive l’anno successivo con tutti gli annessi e connessi legati alla certificazione verde (che, per inciso, quando sarebbe dovuta essere calendarizzata la fiera lo scorso anno, cioè a giugno) ancora non era in vigore.

Stupisce che un comune con le spalle larghe come può essere Pavullo nel Frignano sia più timido rispetto ad altri, anche se va detto che le manifestazioni estive non mancheranno, anche se la tradizionale Fiera dell’Economia Montana forse ne sarebbe stata il fiore all’occhiello.

Sarà invece poco più che una pezza l’evento incentrato sulle eccellenze enogastronomiche previsto per settembre e annunciato dall’Assessore al commercio Alessandro Monti. Non si comprende infatti come si possa limitare la visione di Pavullo e del Frignano al mondo agricolo e culinario, quando oramai sono anni che anche in Appennino è avvenuto uno sviluppo industriale e, vivaddio, occupazionale che dovrebbe essere valorizzato, al punto di creare eventi che possano attirare investitori, magari anche con ricadute sul turismo, invece delle solite manifestazioni mangerecce, fatte per riempire i paesi nei weekend.

Carlo era la radio, e ci portò l’America, con lui se ne va un piccolo mondo

Carlo Savigni (1944-2022) fondatore di Modena Radio City

Gianni Galeotti per La Pressa

L’altra sera, dopo avere letto la breve storia sulla nascita di Modena Radio City che Carlo ci ha lasciato postato sul suo profilo Facebook, volevo chiamarlo, per chiedergli se avrei potuto pubblicarla. Qui, su La Pressa. Perché era bella, vera. Quella storia di cui molti 40 o 50enni di oggi conoscono il seguito, quello degli anni ’80, ’90, ma non l’inizio. Quella storia che più volte avevo sperato raccontasse, che in passato gli avevo detto (non chiesto), sarebbe stato bello raccontare. Nero su bianco però, non a voce. In modo che rimanesse lì, scolpita, a futura memoria. Anche a grandi pennellate. L’altra sera non gli mandai nemmeno un messaggio, per dirglielo, ma Carlo continuò stranamente ad essere lì. Riflesso con le stesse pennellate, con quei fulminei flash di vita, di libertà, di pionierismo, in quel film che stavo guardando: C’era una volta a Hollywood. Perché erano quei colori, quelle atmosfere, quei dettagli, che nei film di Tarantino sono sempre nuovi anche alla terza, quarta visione, che si rifletteva ciò che Carlo, per come molti lo hanno conosciuto, ci ha saputo trasmettere. Con il suo essere, forse più che con le sue foto. Quel mondo fatto di giovani liberi, di auto enormi e costose, che Carlo amava e che in parte aveva anche avuto, sulle quali, faccia al vento,  sfrecciavano verso un futuro sconfinato negli slanci e nelle possibilità, generazioni di cappelloni, accompagnati sempre da musica diffusa dalle prime autoradio e dalle prime radio libere che avevano negli speaker americani, così come poco dopo successe in Italia, delle vere e proprie star. Bene, Carlo era quello o, meglio, era anche quello. Era quello spirito, era quell’atmosfera, era quello slancio che con il suo essere, seppe assorbire, trapiantare e fare crescere qui, a Modena, nella nostra città. Decodificando quella visione d’oltre oceano nello spirito modenese. Nella Modena capace, pur nel suo piccolo, di fare tendenza, di essere Centro, di fare cose grandi. Come la radio. Che non a caso nacque con Vasco, a Zocca e con Carlo, con Modena Radio City, che nel nome richiamava quel famoso locale newyorkese, il music hall, con la sola aggiunta di Modena. Che non era poco. L’America delle radio libere portata qui. In questo senso Carlo Savigni non era un innovatore nel senso stretto, ma lo era nel momento in cui, dopo avere assorbito e riprodotto stili, tendenze, progetti, arrivava al punto da potersi permettere di imprimere il suo timbro, dare il suo marchio. Fu così, e lo dichiarò più volte, per la fotografia, e fu così per la radio. In tutti i suoi aspetti. Dagli speaker ai jingle, dai compressori per il suono ai microfoni alle cuffie. Che non capii mai come facesse a tenere così alte nel volume, pur non essendo sordo. Quando nel 1993 tornai da un viaggio negli Stati Uniti (regalo che mi feci per una laurea ormai conquistata), e con uno zaino pieno di musicassette sulle quali avevo registrato centinaia di stacchi e di jingle dei network radiofonici americani, passammo giornate, insieme ad Enrico Pagliarini, ad ascoltarle. Malati, di radio. Le radio americane continuavano a fare scuola, ad essere un riferimento, almeno per noi, ma non c’erano internet e altre possibilità per ascoltarle se non andando là. Io passai metà dei quindici giorni trascorsi negli States ad ascoltare radio e a registrare jingle. Gli amici mi compatirono, Carlo e Paglia mi capirono.

Carlo poteva permettersi il meglio, riusciva a farlo suo e a personalizzarlo. Aveva sempre l’ultima tecnologia disponibile e ci accompagnò nel passaggio dalle jingle machine, con cassettoni a nastro riavvolgibile in automatico con le quali si facevano partire le pubblicità ad una ad una con un dito che premeva su bottoni analogici che potevano anche incastrarsi, ai PC, dai vinili ai compact disc, dalle scalette create sulla base della propria fantasia o quella degli ascoltatori alle programmazioni con gli algoritmi di oggi.

La sua voce aveva un timbro speciale, così del resto lo era quella di Chicca e di Enzo (Natali) che magari, caro Carlo, ti saluterà con un sorriso. Anche lui ci ha lasciato a 78 anni. Voci che grazie ad una banda FM che negli anni ’70, quando Radio City nacque, era sostanzialmente vuota, era possibile ascoltare anche durante le vacanze in Trentino. Perché dalla serie di dipoli delle antenne fissate su un traliccio a Serramazzoni le onde, senza interferenze,  arrivavano fino là. Piene di suono, piene di musica, piene di una Modena che grazie a persone come lui era davvero sempre avanti e che ai tempi ci riempiva di tanto orgoglio. Di Carlo ammiravano e oggi, nel giorno dell’addio formale, molti di noi ricordano e mi piace ricordare la passione per la musica e il suono. La sua discografia personale prima in vinile poi in digitale, era sterminata, così come la sua conoscenza ma altra cosa che lo rendeva unico era la passione che aveva per la qualità del suono. Altra cultura persa, o meglio, ridotta ad una vera nicchia di audiofili. Prima con gli ampli analogici poi con quelli digitali. Era capace di passare ore a tarare, con spostamenti millimetrici di minuscoli pomellini, i compressori audio della radio. Guardando l’Orban come fosse un oggetto di culto. Un lavoro certosino, che ti manda in palla, da orecchio speciale. Come lui aveva, del resto. E che se non ce l’hai, non ce la fai. Capace di percepire le sfumature dei suoni degli amplificatori con standard inglesi, americani o giapponesi. E poteva parlartene, a lungo. Ricordo il ritorno in radio, dopo un periodo di assenza. Strepitoso con Sotto a chi Tocca, di cui la radio aveva fatto anche le magliette e le conduzioni a due con quel gigante buono di Victor Sogliani, dell’Equipe ’84 di cui Carlo era fotografo ufficiale. E si potrebbe, usando una frase fatta, parlarne per ore. Perché Carlo era ben più di un grande testimone di un’epoca, di una Modena davvero grande, Carlo Savigni era una epoca. Non faceva radio, era la radio. Per questo mi è dispiaciuto tanto quando lasciasti che la tua creatura, MODENA Radio City, fosse abbandonata in altre mani, mani che non la amavano e che le hanno tolto prima l’anima, poi il nome. Ma va bene così. Le cose accadono e ora basta. Arrivederci vecchio’

Francesco Benozzo: «Green Pass, così il mondo accademico ha fallito»

Francesco Benozzo scrive agli studenti bolognesi No Green Pass dopo sette mesi di sospensione

Lettera pubblicata da La Pressa il 19 aprile 2022

Francesco Benozzo, professore di Filologia e linguistica romanza all’Università di Bologna, poeta e musicista, ininterrottamente candidato al Premio Nobel per la Letteratura dal 2015 con candidature rese pubbliche dal PEN International, è uno dei due docenti universitari sospesi da ottobre 2020 per la sua disobbedienza civile contro il green pass. Da due anni si batte contro la gestione della crisi pandemica, attraverso libri (Poesia, scienza e dissidenza, 2020; Memorie di un filologo complottista, 2021; Covid. Prove tecniche di totalitarismo e Biopandemismo, questi ultimi scritti insieme a Luca Marini; Cronache da un naufragio, scritto con Fabio Bonvicini) e altre azioni pubbliche. E’ l’autore del primo Appello pubblico contro il Green Pass, uno dei tre organizzatori del Referendum No Green Pass, il co-fondatore dell’Osservatorio contro la Sorveglianza di Stato (OSS), e il promotore – sempre con Luca Marini – del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).
Oggi invia una lettera aperta agli studenti bolognesi No Green Pass dopo sette mesi di sospensione.

Care e cari,
dopo sette mesi di sospensione, in maggio dovrei tornare all’Università, dal momento che nell’ultimo decreto governativo si specifica che non verrà chiesto alcun green pass per potervi accedere e che dunque decadono le ragioni della mia disobbedienza civile. So bene che, quasi certamente, a settembre tornerà tutto come nel settembre precedente, e a quel punto naturalmente metterò in atto scelte più drastiche.
Mi rivolgo a voi in quanto siete stati e siete rimasti i miei unici interlocutori all’interno dell’Alma Mater di Bologna (a parte una collega, un collega, e una ventina di persone dell’area tecnico-amministrativa).
Vi scrivo adesso perché le verità si dicono quasi sempre sulla soglia. E vorrei parlarvi di sensazioni e di visioni, non di idee – idee che ho d’altronde illustrato in libri e interventi pubblici degli ultimi due anni.

La mia sensazione di un fallimento totale del mondo accademico come luogo del dibattito e dello scambio di argomentazioni è ora totale.
Non ho mai ricevuto una sola risposta, nemmeno formale, dal nostro Rettore, a cui ho mandato una novantina di mail, e a cui portai in Rettorato, insieme a voi, che siete i suoi datori di lavoro, la vostra lettera in cui chiedevate, nel settembre del 2021, un dialogo civile sui principi di autonomia dell’Università: quei principi su cui avevamo creduto, erroneamente, che poggiasse la “Magna Charta Universitatum”.
Ho assistito, dapprima allibito, poi sbadigliante e infine quasi divertito, alle prese di posizione contro il green pass di migliaia di colleghi italiani – appelli, interventi pubblici nelle varie trasmissioni televisive, sui giornali, in convegni accademici –: colleghi che intanto hanno continuato a fare lezione con il green pass. Come sapete siamo stati in realtà sospesi in due (io e il professor Marco Villoresi di Firenze) su 70.000 docenti universitari.

Ho seguito con un senso di conforto le vostre tante iniziative di lezioni pubbliche e di dissenso concreto e civile nel senso della disobbedienza pacifica e critica. E ho ancora forte la sensazione di gratitudine nei vostri confronti quando decideste di accompagnarmi e di non farmi sentire solo, il 5 ottobre, nel luogo dove avrei dovuto tenere le mie lezioni e dove mi è stato fisicamente impedito di farlo.
Vorrei specificare che è inesatto dire che in maggio io tornerò “a lavorare”. Noi pochi sospesi abbiamo infatti lavorato e stiamo lavorando alacremente in questi mesi. Abbiamo lavorato e stiamo lavorando per la consapevolezza, per la dignità, per la libertà. È più corretto dire che non siamo stati pagati, pur lavorando anche per chi non la pensa come noi e per chi ci ha da un momento all’altro sbattuto le porte in faccia. Personalmente, posso affermare di non aver mai lavorato tanto come in questi sette mesi.

Voglio anche affermare che la mia dissidenza poetica non terminerà certo col mese di aprile. In un certo senso, anzi, la vera dissidenza comincia proprio adesso. Più consapevole. Con ancora meno vergogna. Più spudorata.
Saremo come quei pochi bardi celtici del VI secolo che, errabondando sulle scogliere del Galles, hanno salvato l’Occidente in declino con i loro canti sciamanici. Lontani dal chiacchiericcio dei dispositivi di potere che proprio allora incominciavano a plasmare, con la caduta degli Imperi, le nuove geografie di egemonia politica dell’Europa. In società e comunità dilaniate dalla violenza e dalle guerre.

Sono certo che il mese di maggio – la stagione cantata dai trovatori come rinascita del mondo e dei mondi – porterà nuove immagini e nuovi potenti modi per immaginare un futuro diverso da quello che hanno pensato per noi.
Grazie ancora per le vostre visioni non accecate dal bieco tentativo di decomposizione del pensiero. Ai miei occhi voi rappresentate l’unica Università credibile.

Francesco Benozzo

Reggio, Nanetti: “Dico no alle armi contro la Russia, cacciato da FDI”

‘Sono le conseguenze del dissenso dal pensiero unico sempre più oppressivo e guerrafondaio

‘Come mi aspettavo, rimanendo apertamente non allineato alla sottomissione atlantista di Giorgia Meloni, dopo ripetuti avvisi, mi hanno ufficialmente revocato le cariche di coordinatore territoriale e presidente della sezione di Correggio, da me fondata (quindi ora estinta). Non proprio espulsione che sarebbe più clamorosa (e sincera) ma una degradazione, che da l’avvertimento ai tanti, che la pensano come me, ma tacciono… [Continua a leggere su La Pressa]

Il caso di Andrea Nanetti mette in evidenza l’appiattimento di tutta la politica italiana, ma del resto s’era già visto con la finita opposizione al Green pass, che puntualmente Nanetti ha denunciato, andando contro al suo partito che ha protestato di facciata, ma non è mai sceso in piazza accanto a quelli che definisce “compatrioti”…

Pavullo, con Venturelli vince la vecchia (e buona) politica

Articolo de La Pressa

Cominciamo col dire una cosa: Davide Venturelli non è un politico anti sistema, né ha un nuovo modo di fare politica. Venturelli è parte del sistema, semmai è un non allineato ma dieci anni di consiglio comunale qualcosa vorranno dire. Ma soprattutto, il neo sindaco di Pavullo, è uno che non si è limitato a sedersi in consiglio comunale, ma lo ha portato fuori dalla sala consiliare, pubblicando gli esiti delle riunioni sui social e, soprattutto, riportando la politica nel territorio. Un vecchio modo di fare politica che, non usando più appare nuovo, così come nuovo appare il suo schema civico, slegato dai partiti dai quali sarà, da oggi in avanti corteggiassimo, e bravo lui se riuscirà a fare il suo lavoro senza apparentarsi strada facendo.

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Dal Fronte

dove va l’Italia?

Photo by Anna Rye on Pexels.com

Probabilmente pensavano che gli Italiani avrebbero ingoiato anche il rospo del green pass, ma qualcosa è andato storto. Agli Italiani piace l’uomo forte, si abituano all’autoritarismo ma, come tutte le cose, anche le abitudini possono stufare. E gli Italiani negli ultimi dieci anni si sono abituati nell’ordine a Monti, alle larghe intese di Letta e al nazareno di Renzi, al contratto di Salvini e Di Maio e alle giravolte di Conte. Se Draghi e Speranza non avessero forzato la mano fin da subito, tra impianti di risalita mai riaperti e coprifuoco mai levati, fino ad arrivare all’abominio giuridico del Green Pass, forse gli Italiani si sarebbero sorbiti pure il Lucertolone, per dirla con Max Del Papa. Invece, come dicevamo, qualcosa è andato storto e pazienza se i media di regime se la raccontano, come se gli Italiani ancora si bevessero tutto ciò che passa il convento. Lasciate strepitare Liguori, lasciate basita la Merlino, lasciate Labate ai suoi onanismi col qr code e Mentana ai suo fact chekers che ampliano o restringono il loro grandangolo a piacimento. Fatevi un giro su Telegram, usate il canale di questa rassegna e troverete tutti i collegamenti con chi è stato veramente sul pezzo. Oggi si è aperto un fronte inedito in Italia. Vedremo dove si finirà.