Francesco Benozzo: «Green Pass, così il mondo accademico ha fallito»

Francesco Benozzo scrive agli studenti bolognesi No Green Pass dopo sette mesi di sospensione

Lettera pubblicata da La Pressa il 19 aprile 2022

Francesco Benozzo, professore di Filologia e linguistica romanza all’Università di Bologna, poeta e musicista, ininterrottamente candidato al Premio Nobel per la Letteratura dal 2015 con candidature rese pubbliche dal PEN International, è uno dei due docenti universitari sospesi da ottobre 2020 per la sua disobbedienza civile contro il green pass. Da due anni si batte contro la gestione della crisi pandemica, attraverso libri (Poesia, scienza e dissidenza, 2020; Memorie di un filologo complottista, 2021; Covid. Prove tecniche di totalitarismo e Biopandemismo, questi ultimi scritti insieme a Luca Marini; Cronache da un naufragio, scritto con Fabio Bonvicini) e altre azioni pubbliche. E’ l’autore del primo Appello pubblico contro il Green Pass, uno dei tre organizzatori del Referendum No Green Pass, il co-fondatore dell’Osservatorio contro la Sorveglianza di Stato (OSS), e il promotore – sempre con Luca Marini – del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).
Oggi invia una lettera aperta agli studenti bolognesi No Green Pass dopo sette mesi di sospensione.

Care e cari,
dopo sette mesi di sospensione, in maggio dovrei tornare all’Università, dal momento che nell’ultimo decreto governativo si specifica che non verrà chiesto alcun green pass per potervi accedere e che dunque decadono le ragioni della mia disobbedienza civile. So bene che, quasi certamente, a settembre tornerà tutto come nel settembre precedente, e a quel punto naturalmente metterò in atto scelte più drastiche.
Mi rivolgo a voi in quanto siete stati e siete rimasti i miei unici interlocutori all’interno dell’Alma Mater di Bologna (a parte una collega, un collega, e una ventina di persone dell’area tecnico-amministrativa).
Vi scrivo adesso perché le verità si dicono quasi sempre sulla soglia. E vorrei parlarvi di sensazioni e di visioni, non di idee – idee che ho d’altronde illustrato in libri e interventi pubblici degli ultimi due anni.

La mia sensazione di un fallimento totale del mondo accademico come luogo del dibattito e dello scambio di argomentazioni è ora totale.
Non ho mai ricevuto una sola risposta, nemmeno formale, dal nostro Rettore, a cui ho mandato una novantina di mail, e a cui portai in Rettorato, insieme a voi, che siete i suoi datori di lavoro, la vostra lettera in cui chiedevate, nel settembre del 2021, un dialogo civile sui principi di autonomia dell’Università: quei principi su cui avevamo creduto, erroneamente, che poggiasse la “Magna Charta Universitatum”.
Ho assistito, dapprima allibito, poi sbadigliante e infine quasi divertito, alle prese di posizione contro il green pass di migliaia di colleghi italiani – appelli, interventi pubblici nelle varie trasmissioni televisive, sui giornali, in convegni accademici –: colleghi che intanto hanno continuato a fare lezione con il green pass. Come sapete siamo stati in realtà sospesi in due (io e il professor Marco Villoresi di Firenze) su 70.000 docenti universitari.

Ho seguito con un senso di conforto le vostre tante iniziative di lezioni pubbliche e di dissenso concreto e civile nel senso della disobbedienza pacifica e critica. E ho ancora forte la sensazione di gratitudine nei vostri confronti quando decideste di accompagnarmi e di non farmi sentire solo, il 5 ottobre, nel luogo dove avrei dovuto tenere le mie lezioni e dove mi è stato fisicamente impedito di farlo.
Vorrei specificare che è inesatto dire che in maggio io tornerò “a lavorare”. Noi pochi sospesi abbiamo infatti lavorato e stiamo lavorando alacremente in questi mesi. Abbiamo lavorato e stiamo lavorando per la consapevolezza, per la dignità, per la libertà. È più corretto dire che non siamo stati pagati, pur lavorando anche per chi non la pensa come noi e per chi ci ha da un momento all’altro sbattuto le porte in faccia. Personalmente, posso affermare di non aver mai lavorato tanto come in questi sette mesi.

Voglio anche affermare che la mia dissidenza poetica non terminerà certo col mese di aprile. In un certo senso, anzi, la vera dissidenza comincia proprio adesso. Più consapevole. Con ancora meno vergogna. Più spudorata.
Saremo come quei pochi bardi celtici del VI secolo che, errabondando sulle scogliere del Galles, hanno salvato l’Occidente in declino con i loro canti sciamanici. Lontani dal chiacchiericcio dei dispositivi di potere che proprio allora incominciavano a plasmare, con la caduta degli Imperi, le nuove geografie di egemonia politica dell’Europa. In società e comunità dilaniate dalla violenza e dalle guerre.

Sono certo che il mese di maggio – la stagione cantata dai trovatori come rinascita del mondo e dei mondi – porterà nuove immagini e nuovi potenti modi per immaginare un futuro diverso da quello che hanno pensato per noi.
Grazie ancora per le vostre visioni non accecate dal bieco tentativo di decomposizione del pensiero. Ai miei occhi voi rappresentate l’unica Università credibile.

Francesco Benozzo

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