Ferragosto in Appennino: una occasione sprecata

Nessuno che abbia pensato a tour tra castelli e borghi antichi, nessuno, come al solito, che abbia pensato di fare veramente sistema

Boom di presenze in Appennino, ed effettivamente non vedevamo così tanto afflusso da anni. Eppure la sensazione è quella di aver perso comunque un treno che, volente o nolente, la pandemia da Covid-19 ha offerto.

Perché se la quarantena e il confinamento hanno portato al bisogno del ripensamento degli spazi abitativi, allora occorre fare un ragionamento che non riguardi solo l’offerta turistica, ma che punti a strutturare un Appennino a misura di montanaro e non solo per il turista. Perché una cosa che ho notato da molti anni a questa parte, è che non si può avere la pretesa di offrire al turista chissà quali cose, se poi non sei in grado di offrire nulla a chi il territorio lo vive ogni giorno.

Ed è vero che le amministrazioni si sono chi più chi meno reinventate gli eventi estivi, è vero che c’è stato un boom di dehors per i ristoratori beneficiati dal caldo e dal bel tempo (altrimenti era un bagno di sangue), ma è anche vero che gli operatori del settore non sono andati oltre al salto indietro di trent’anni fa, quando il turismo era prevalentemente residenziale e poco più.

Un’Appennino mai così pieno come quest’anno ha visto sagre annullate, iniziative culturali ridotte al lumicino, poca propensione a fare di necessità virtù, come se la logica fosse quella del “passata la paura prendiamo quel che viene”. 

E forse è proprio questo il punto, la paura. Il giornale unico del virus non fa altro che alimentare la paura e allora stretta sulle discoteche per via dell’aumento dei contagi (o meglio dei positivi, ma non dei malati, le terapie intensive sono vuote), però a fine agosto partirà la solita festa dell’Unità, coi menestrelli di regime e lì vedremo se ci sarà qualcuno che griderà agli assembramenti.

La paura ha paralizzato ogni cosa, e dire che oggi come oggi, che il mostro lo conosciamo, dovremmo avere gli strumenti per prevenire e curare, senza girare con mascherine con 30° all’ombra, distanziamenti sociali che fanno scappare da ridere, e balli guancia a guancia solo tra congiunti.

Lo scorso anno di questo periodo uno studio Lapam denunciava la scomparsa di 600 imprese in dieci anni in Appennino; si dice che a settembre inizieranno le vere rese dei conti tra chi non alzerà più la saracinesca e chi proverà a sopravvivere. Nel frattempo, la tipica inventiva italiana, quella qualità di rialzarsi anche quando tutto appare improbabile e impossibile, è spezzata come una spiga di grano sotto la grandine, e in Appennino ce ne siamo accorti tutti. Qualche lampo di qualche esercente, Pro loco timide, parrocchie impaurite, piazze piene di gente ma senza niente da fare se non un po’ di shopping, qualche mangiata, un giro in bicicletta o le escursioni.

Nessuno che abbia pensato a tour tra castelli e borghi antichi, nessuno, come al solito, che abbia pensato di fare veramente sistema anziché riempirsi solo la bocca di belle parole.

Io non faccio testo, il mio lavoro è un altro, ma tra le cose che faccio, c’è quella di osservare. E osservo che c’era l’occasione per rifondare, ma è stata persa. Peccato.

Pubblicato su La Pressa il 16 agosto 2020

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