Nostri

Non siamo mai stati 
Veramente nostri
Se non in un auto
A centoventi all’ora
Trascinati dall’odore del mare
Alla ricerca di una vita
Che fosse nostra
Un movimento ondoso
Un soffio di vento
Ma senza oscillare
Sospinti da una corrente che sapeva di sogni
Di ambizioni
Di certezze
Di paura e voglia di rischiare.

Non siamo ancora veramente mostri
A respingere le nostre esistenze
A volerci dire in faccia
Quale felicità avevamo strozzato

E ora,
Sotto un cielo capriccioso
Di un’estate che ha voglia di piangere
Guardiamo i lampi di ciò che ci resta
Un altro viaggio
Un altro anello
Un’altra mancanza da unire
Per far sbocciare un fiore dalla merda.

Rassegna ad alta quota del 19 agosto 2020

Podcast

Come ormai d’abitudine, pubblico il podcast della rassegna ad alta quota. Poi capiremo come organizzarci.. buon ascolto!

Un flop che viene da lontano Rassegna ad alta quota

Il referendum sulla giustizia è fallito, vuoi per scarsa promozione, ma soprattutto per la scarsa credibilità di cui lo ha proposto e sostenuto. Non si trattano gli elettori come bambini e poi li si responsabilizza di colpo…
  1. Un flop che viene da lontano
  2. Dove nasce la mala informazione
  3. La crisi #ucraina copre la protesta dei camionisti
  4. In provincia benedicono il green pass… forse.
  5. Il pessimo stato dell’informazione modenese

Ma quali bamboccioni! Oggi un giovane si adatta per sopravvivere

Le libere professioni sono casta, i lavori creativi (attori, musicisti, video maker, fotografi, tecnici di palco…) non sono considerati tali

Fa discutere in questi giorni, la sentenza “anti bamboccioni” della Corte di Cassazione, nata dal ritiro di un assegno di mantenimento da parte di un padre nei confronti del figlio, trentenne, ma insegnante precario di musica. Ora, entrare nel merito della sentenza in sé, vuol dire dare un’occhiata a una situazione famigliare di cui non conosciamo nulla. Ma se la suprema Corte, si mette a fare lezioncine, nel motivare la sentenza, dicendo che i giovani si devono adattare, mi dispiace questo non lo accetto, e non lo accetterò mai.

Io faccio parte della schiera di “gggiovani” (ho 37 anni) che si sono in qualche maniera adattati, magari portando i loro sogni su di un binario parallelo. Poi a quei sogni hanno lentamente rinunciato, ma in virtù di cosa? Di un benessere diffuso? Di una prospettiva rosea? Per la costruzione di una casa, un nucleo famigliare, avere trenta giorni di ferie da dividersi tra mare e montagna? No, niente di tutto questo, perché oggi, un giovane che si adatta, si adatta per la sopravvivenza. Se vuoi aprire una tua attività e non hai le spalle coperte, ti chiedono fior di garanti nella malcelata ipotesi che tu debba fare ricorso all’accesso al credito. Se vuoi fare un lavoro da dipendente, preparati a una via crucis fatta di contratti precari, mediante i quali qualsiasi bancario ti rifiuterà un mutuo sulla casa, qualsiasi concessionario ti chiederà un garante per l’acquisto di un’automobile anche usata; oppure il tuo potenziale padrone di casa, ti chiederà le tue buste paga per sapere se, col tuo lavoro che chissà quando mai sarà a tempo indeterminato, potrai pagargli il canone di locazione.

Le libere professioni sono casta, i lavori creativi (attori, musicisti, video maker, fotografi, tecnici di palco, liutai, artigianato artistico e quant’altro) non sono considerati tali, non parliamo poi di voler fare giornalismo free-lance, laddove free significa solo gratis.

E tutto questo perché? Perché siamo finiti seppelliti dalla burocrazia, da un costo della vita che si è alzato senza che si alzassero gli stipendi, perché chi fa un’attività in proprio è considerato evasore a prescindere, perché il lavoro stagionale è per l’appunto stagionale, non puoi costruirci una vita sopra.

Se poi il lavoro si concentra a ridosso dei grandi centri urbani apriti cielo. Provateci voi a fare un lavoro creativo se nascete e vorreste vivere in Appennino, magari siete disposti a spostarvi ogni giorno in auto, ma vi mettono la museruola come vi avvicinate in città, perché inquinate, e vi ammazzano con le accise dei carburanti. Per non parlare di prender casa, sempre in Appennino: gli affitti sono per lo più per i vacanzieri, ed è un boom di invenduto di quelle ex seconde case che restano lì ad ammuffire, figlie di un’epoca che non c’è più, quella del turismo residenziale, e che hanno prezzi per nulla abbordabili e, per affrontarli serve il solito garante di cui sopra.

Ma ci dobbiamo sentir dire, da dei giudici che chissà con quali salti di carriera e quali aiuti sono arrivati al Palazzaccio, che ci dobbiamo adattare. E non contenti abbiamo pure i giornalisti dei giornaloni che ci vengono a fare la morale. Poi lamentatevi se non vendete più una copia neanche a regalarla, voi, dall’alto delle vostre poltroncine calde da ufficio che più che essere letti, meritereste un bel dito medio alzato in faccia.

Pubblicato su La Pressa il 18 agosto 2020

Pavullo, quel patto tra il Partigiano Armando e la Brigata Nera

Il libro di Giovanni Fantozzi racconta un pezzo di storia che la narrazione ufficiale ha volutamente scordato

Giovanni Fantozzi è un autore coraggioso, amante della verità, e che non ha paura di confrontarsi con miti istituzionalizzati che poi si rivelano più costruiti che non reali.

Ne “Il Patto” la sua ultima fatica letteraria, edita da Adelmo Iaccheri editore in Pavullo, affronta un fatto storico conosciuto, ma che la storiografia ufficiale non ha mai riportato: quello tra i pavullesi Mario Ricci detto Armando, storico capo partigiano e poi sindaco del paese; e Giordano Bruno Rivaroli, capo della Brigata Nera; per salvaguardare il più possibile il loro paese e i loro concittadini da tutto quello che poteva accadere in quel periodo tra il 1943 e il 1945 che vide alternarsi gli scenari della guerra civile, la guerra di occupazione tedesca e la guerra di liberazione.

Ai pavullesi, nel pomeriggio di domenica 16 agosto, è stata offerta l’opportunità, nella cornice del Palazzo Ducale, di poter toccare con mano la ricerca di Fantozzi, in una presentazione che ha visto un pubblico “delle grandi occasioni” e che non si è lasciato intimorire dall’accenno di un’acquazzone che avrebbe potuto guastare l’evento. Evento presentato dall’amministrazione comunale di Pavullo e che ha visto presenti il vice sindaco Iseppi e l’assessore Muzzarelli, oltre alla partecipazione del ex Senatore Carlo Giovanardi e del Senatore Stefano Corti. Il tutto coordinato dall’editore Adelmo Iaccheri e da Gianni Braglia dell’associazione Terre e Identità.

Fantozzi, nel presentare il suo volume, ha sottolineato come “a distanza di quasi ottant’anni la pressione sui fatti della guerra civile, anziché diminuire aumenta e questo complica le cose, soprattutto a livello di ricostruzione. La storia è più usata come pretesto di legittimazione politica, laddove occorrerebbe basarsi sui fatti e io, per questo libro, come per tutti gli altri che ho scritto, mi sono sempre lasciato convincere dai documenti.”

Documenti che però, soprattutto per la ricostruzione di questo patto di non belligeranza tra capi partigiani e fascisti pavullesi, sono stati di difficile reperibilità. Come anche riporta l’introduzione del libro, l’archivio del CLN di Pavullo è sparito e quello comunale è molto lacunoso sia durante il periodo bellico che quello post bellico.  Non fosse stato per il ritrovamento nel fondo della corte d’assise straordinaria di Modena del fascicolo di Rivaroli, il più voluminoso tra quelli dei repubblichini montanari accusati di collaborazionismo, più altre fonti scoperte negli anni dall’autore, il patto di pavullo sarebbe rimasto un fatto storico confinato al detto e non detto di quegli anni.

L’opera di Giovanni Fantozzi, oltre a rendere merito a tante figure che hanno caratterizzato quegli anni drammatici (su tutte Vincenzo Ghibellini che fu il promotore del patto), fa luce sugli scenari del territorio montano, riportandone sfaccettature che possono aiutare a capire non solo il nostro passato, ma anche il presente. Basti pensare a quanto possano apparire distanti eventi come la battaglia di Benedello o la strage di Monchio, pur se avvenuti relativamente a pochi chilometri di distanza ma con caratteristiche totalmente diverse che a volte, gli stessi abitanti del luogo nemmeno conoscono.

Un’operazione di verità, mediante la quale si può portare avanti un tentativo di conciliazione che, a distanza di quasi ottant’anni appare ancora irraggiungibile a livello formale, ma che in realtà sotto gli scontri delle fazioni più ideologizzate, vive di patti che mantengono in vita le comunità (e quindi anche tutta la nostra disgraziata Repubblica), che mirano realmente alla salvaguardia del bene comune e non hanno bisogno di chissà quali riflettori o di verità ufficiali, per garantirsi il quieto vivere.

Pubblicato su La Pressa il 17 agosto 2020

Ferragosto in Appennino: una occasione sprecata

Nessuno che abbia pensato a tour tra castelli e borghi antichi, nessuno, come al solito, che abbia pensato di fare veramente sistema

Boom di presenze in Appennino, ed effettivamente non vedevamo così tanto afflusso da anni. Eppure la sensazione è quella di aver perso comunque un treno che, volente o nolente, la pandemia da Covid-19 ha offerto.

Perché se la quarantena e il confinamento hanno portato al bisogno del ripensamento degli spazi abitativi, allora occorre fare un ragionamento che non riguardi solo l’offerta turistica, ma che punti a strutturare un Appennino a misura di montanaro e non solo per il turista. Perché una cosa che ho notato da molti anni a questa parte, è che non si può avere la pretesa di offrire al turista chissà quali cose, se poi non sei in grado di offrire nulla a chi il territorio lo vive ogni giorno.

Ed è vero che le amministrazioni si sono chi più chi meno reinventate gli eventi estivi, è vero che c’è stato un boom di dehors per i ristoratori beneficiati dal caldo e dal bel tempo (altrimenti era un bagno di sangue), ma è anche vero che gli operatori del settore non sono andati oltre al salto indietro di trent’anni fa, quando il turismo era prevalentemente residenziale e poco più.

Un’Appennino mai così pieno come quest’anno ha visto sagre annullate, iniziative culturali ridotte al lumicino, poca propensione a fare di necessità virtù, come se la logica fosse quella del “passata la paura prendiamo quel che viene”. 

E forse è proprio questo il punto, la paura. Il giornale unico del virus non fa altro che alimentare la paura e allora stretta sulle discoteche per via dell’aumento dei contagi (o meglio dei positivi, ma non dei malati, le terapie intensive sono vuote), però a fine agosto partirà la solita festa dell’Unità, coi menestrelli di regime e lì vedremo se ci sarà qualcuno che griderà agli assembramenti.

La paura ha paralizzato ogni cosa, e dire che oggi come oggi, che il mostro lo conosciamo, dovremmo avere gli strumenti per prevenire e curare, senza girare con mascherine con 30° all’ombra, distanziamenti sociali che fanno scappare da ridere, e balli guancia a guancia solo tra congiunti.

Lo scorso anno di questo periodo uno studio Lapam denunciava la scomparsa di 600 imprese in dieci anni in Appennino; si dice che a settembre inizieranno le vere rese dei conti tra chi non alzerà più la saracinesca e chi proverà a sopravvivere. Nel frattempo, la tipica inventiva italiana, quella qualità di rialzarsi anche quando tutto appare improbabile e impossibile, è spezzata come una spiga di grano sotto la grandine, e in Appennino ce ne siamo accorti tutti. Qualche lampo di qualche esercente, Pro loco timide, parrocchie impaurite, piazze piene di gente ma senza niente da fare se non un po’ di shopping, qualche mangiata, un giro in bicicletta o le escursioni.

Nessuno che abbia pensato a tour tra castelli e borghi antichi, nessuno, come al solito, che abbia pensato di fare veramente sistema anziché riempirsi solo la bocca di belle parole.

Io non faccio testo, il mio lavoro è un altro, ma tra le cose che faccio, c’è quella di osservare. E osservo che c’era l’occasione per rifondare, ma è stata persa. Peccato.

Pubblicato su La Pressa il 16 agosto 2020

Rassegna ad alta quota del 17 agosto 2020

Rassegna avvelenata oggi, perché sebbene io non frequenti le discoteche non mi va affatto giù che debbano chiudere, soprattutto quando i treni regionali sono stipati e, soprattutto quando il caso più grave in terapia intensiva a Modena è di West Nile. Poi c’è la Cassazione che pontifica sui giovani… buon ascolto…

Ascolta l’episodio più recente del mio podcast: Rassegna ad alta quota del 17 agosto 2020 https://anchor.fm/frignano-notizie/episodes/Rassegna-ad-alta-quota-del-17-agosto-2020-ei8sse

L’inferno dentro

Proverai a capirmi 
E soffrirai
Cercherai di soccorrermi
E ti dirò che saranno guai
Proverò a essere adulto
A prendermi cura di te
Ma mi dirai
Che non ho amato mai.

E allora lasciami qui
Io sto scendendo agli inferi
Per redimermi
Sono un cumulo di macerie
E abominevoli abitudini
Ho provato ogni cosa
Per conoscere i miei abissi.

Proverai a comprendermi
E rinuncerai
“Mi faccio già male da sola”
Saranno le tue scuse
Ma ti capisco, anche se non lo crederai
Ho una valigia piena di specchi
Dentro ai quali non guardo mai
Troppo grande è il dolore
Di non sapere chi sei
Un pagliaccio, un poeta?

Prenditi il tuo spazio
Non puoi morire per me
L’ha già fatto un altro
Che mi ha già messo nella sua rete
Io scalpito e vorrei fuggire
Ma ho un destino che non so capire.

Eppure perdo tutto
Un pezzo alla volta
Un giorno rinasco e subito mi confondo
Vorrei consolarmi
Ma sbaglio l’abbraccio
Mi guardo dentro e ripenso
Qual’è l’approccio?

Rassegna ad alta quota di ferragosto

Eccoci qua, anche a ferragosto con la nostra rassegna. Un po’ sacrificata magari su queste pagine, però presente. Buon ferragosto e buon ascolto.

Ascolta l’episodio più recente del mio podcast: Rassegna ad alta quota del 15 agosto 2020 https://anchor.fm/frignano-notizie/episodes/Rassegna-ad-alta-quota-del-15-agosto-2020-ei6835