Nei nostri Starbucks di provincia

Le prove tecniche di ritorno a una normalità che non sarà mai quella di prima, perché volente o nolente anche quando di questo virus non ci sarà più traccia, nelle nostre teste mancheranno diversi venerdì; c’è la volontà di voler essere parte di questa ripartenza, di questa fase due che sa tanto di fase 1+1. E lo fai non tanto andando a fare il tuo lavoro che di fatto è ripartito da due settimane, ma andando a prendere una brioche e un cappuccino da asporto, presso una pasticceria che durante la quarantena ha fatto i salti mortali per andare avanti. E rifletti.

Rifletti che sì, la pandemia, la quarantena ci ha cambiati, ma non in meglio o in peggio come dicono i vari filosofi nei loro attici di centoventi metri quadri; ma nel cervello. Abbiamo probabilmente constatato, come italiani, e mi viene da dire pure finalmente, che possiamo contare solo su noi stessi e sulla fede in ciò che ci portiamo dentro. Se crediamo in Dio sappiamo di poter confidare su di Lui perché l’uomo, specie quello di governo, ci ha profondamente delusi e forse in maniera irreversibile. Non che prima ne avessimo chissà quale stima, ma si coltivava la speranza che mamma Stato avrebbe in qualche modo provveduto, messo una pezza.

Questa volta però è stata proprio mamma Stato a fare il buco, e va bene che in un’emergenza non sai mai che cappello metterti, ma ad un certo punto è stato palese che ci si voleva mettere un banale impermeabile, mentre fuori imperversava una bufera di neve. Tutti a dire che ci voleva almeno una giacca a vento ma no, meglio un impermeabilino, sono due gocce, che sarà mai…

Se questo paese si rialzerà sarà perché siamo quelli che siamo sempre stati, un popolo di santi, poeti, navigatori e anche imbroglioni. Quando penso a come ci rialzeremo, mi viene in mente il genio dei napoletani, quando due anni fa videro la neve dopo cinquant’anni sul golfo. Giravano foto in cui vendevano palle di neve a un euro. La genialità sta qui, nel riconvertire una situazione sfavorevole.

E già lo abbiamo visto, con un cappuccino da asporto a simulare i nostri Starbucks di provincia, come se fossimo in un’America immaginaria, come quella di Bonelli, a consumare la nostra colazione fugace anziché a un bancone del bar, fermi nel traffico di un eterno cantiere stradale; in questo fermo immagine abbiamo visto la riconversione di quelle attività famigliari che in breve tempo hanno fatto di necessità virtù.

Impareremo anche a riconvertire la nostra onestà, impareremo ad imporre che lacci e lacciuoli ad un certo punto vanno anche tagliati, impareremo che è meglio fidarsi di un Sindaco o di un presidente di Regione che almeno conosce il suo territorio, anziché di un governo che non è mai stato così lontano. Impareremo questo nei nostri Starbucks di provincia. A fare meno affidamento su una croce in un’urna elettorale e un po’ di più in noi stessi e nella nostro essere comunità.

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