Parità degenere

Fa notizia nella stampa di settore, parliamo di pallavolo, l’ingaggio in serie A2 femmilie di Tiffany Pereira De Abreu, nulla di che se non fosse che l’atleta brasiliana in questione è transessuale (un tempo si chiamava Rodrigo). La prima di campionato di Tiffany ha avuto numeri impressionanti, ma data la sua natura d’origine in tanti hanno avuto dubbi. A questo si aggiunga che le regole del CIO, per quanto aprano al transessualismo, non sono proprio eque, specie se si parla del passaggio di un atleta da un genere all’altro.
Il punto però diventa un altro: che senso ha battersi per la parità di genere se poi, il cambio dello stesso, comporta degli squilibri? Lo sport è pieno di questi casi ma sono, per l’appunto casi minoritari che hanno lasciato dubbi, sospetti di doping con conseguenze talvolta drammatiche. Delle due l’una, o si elimina la differenza di genere nello sport, oppure si crea il terzo genere, con buona pace di chi griderà all’apartheid.
Tempo addietro su questo stesso blog, mi ponevo il caso delle “quote”. Già, perché dato che oggi si bypassa la meritocrazia introducendo le quote rosa, creando così una riserva indiana anziché lavorare sui fondamenti della discriminazione di genere; casi come quello di Tiffany sono altrettanto discriminatori poiché si sceglie sì un’atleta formata, ma la formazione è avvenuta con tutt’altro livello: se un domani Ngapeth decide di diventare donna, le sue schiacciate non saranno meno violente! Qui non stiamo parlando della Pellegrini che aveva scelto di allenarsi con gli uomini per diventare più performante in vasca, qui parliamo di atleti maschi che, dopo il cambio di sesso, giocano con le femmine ma NON come femmine. E la discriminazione diventa doppia perché viene preferito il transgender all’atleta con regolare percorso di genere.
Si badi bene che qui non si mette in discussione la libera scelta di Rodrigo di diventare Tiffany, né si accusa l’atleta in questione di aver preso una “scorciatoia” per arrivare ad alti livelli. Qui si mette in discussione una questione di principio: è parità di genere quella che consente a un ex uomo di competere con le donne? Dal mio punto di vista no, e risulta pure dannoso e, una volta di più discriminatorio per le donne. Anche perché, nei casi al contrario (donne che sono diventate uomini), l’incidenza sulla prestazione non è così evidente, se Elena Delle Donne decidesse di diventare un uomo, dubito che passerebbe dalla WNBA alla NBA, ma se LeBron James facesse il passo, avremmo finalmente delle super schiacciate anche nel basket femminile.
La pallavolo in Italia, è l’unico sport che gode di una considerazione quasi alla pari tra uomini e donne, questo caso rischia di creare pericolosi precedenti e da qui alle quote transgender il passo rischia di essere breve, non solo nello sport, ma in tutti i settori dell’economia, con buona pace di chi ha lottato per la parità di genere.

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