storia di una storia

Si può scadere nella retorica? Se la risposta è no è affar vostro, a questo giro ci finisco dentro a piedi pari. Oggi (è ancora il 2 giugno quando inizio questo post) ero in viaggio in pullman e, a differenza di altri giorni di festa in cui mi scordo volontariamente di avere una vita social, clicco l’icona di Facebook sul mio smartphone e, passate in rassegna le notifiche, curioso le vite degli altri. Incappo in un post che mi insospettisce assai, di un conoscente che commemora un suo cugino che conosco assai meglio. Basito indago, il profilo di questa persona è pieno di “R.I.P”, al che sguinzaglio i cani e via whatsapp chiedo notizie più approfondite. Poi scorro ulteriormente la bacheca e, volente o nolente, mi trovo davanti a questo articolo.

Dicono che quando muori ti passa la vita davanti, ma non ho mai conosciuto nessuno che me lo potesse raccontare. Di certo so, che quando muore qualcuno che conosci e col quale hai condiviso qualcosa ti passa davanti la vita che hai incrociato con lui. E se penso a quando la mia penna ha incrociato quella di Francesco, mi passano davanti i miei sette anni di presunto giornalismo: l’ho conosciuto da neo corrispondente della Gazzetta di Modena, mentre lui, transfugo del Resto del Carlino, collaborava con “L’Informazione di Modena”. Poi, in concomitanza con la chiusura de “L’informazione” passava in Gazzetta mentre io lentamente ne uscivo, autocongolato nel mio ruolo di corrispondente, anche se sarebbe meglio dire demotivato e approdato su altri lidi (e impieghi).
Scongelata la propensione alle corrispondenze, le nostre strade si sono incrociate nuovamente nel mio anno a “Modena Qui” per poi incontrarsi, a seguito della chiusura della testata, in altri ambiti lavorativi.
Quasi colleghi, mai (purtroppo) amici nel senso vero che si da a questo termine. Buoni conoscenti, leali, ci siamo scambiati un paio di fonti e foto, qualche battuta e commenti sparsi. Vita vissuta nei meandri di un Appennino che ci piaceva raccontare assieme agli altri colleghi con cui ci si trovava a un convegno, un consiglio comunale, una conferenza stampa, uno spoglio elettorale. 
Ora è solo la storia di una storia, la foto di una notizia che se l’avessi voluta leggere, avrei voluto aspettare almeno altri 44 anni e almeno altri corrispondenti per raccontarla. E invece resta l’amarezza, il ricordo di averti letto non più tardi di ieri e un ultimo incontro, informale e casuale, io a ritirare la mia prima lavatrice (stavo traslocando) e tu che andavi in uno dei tanti uffici che il tuo lavoro, quello al quale affiancavi le corrispondenze, ti portava a visitare. Uno scambio di battute, le previsioni sulla stagione turistica che sarebbe stata e poco altro, non ricordo se c’eravamo scambiati gli auguri di Natale, forse si. Forse. Importa poco ora che non potrò più dire “vediamo cosa ha scritto Chicco” quando in un bar, per prendere un caffè mi troverò davanti la Gazzetta e mi resterà l’amarezza di un saluto che non ho fatto, di un punto di vista col quale non potrò più confrontarmi.
E dire che in confronto al cugino di cui sopra, o di tua moglie o dei tuoi cari, il mio dolore è solo quello di chi si vede passare accanto sette anni di una vita neanche troppo parallela, ma solo un gioco dove protagonisti sono penne, fogli, computer e tablet. Bazzecole, eppure c’è un pezzo di me che se ne va insieme a te, e non posso fare a meno di scriverlo con una valanga di retorica perché, e lo sai bene, in questi casi non c’è altro modo.
E allora ciao Francesco, e grazie per quel poco che ci siamo scambiati. Inutile dire che mi mancherai, e mi mancheranno i tuoi pezzi. L’Appennino e i suoi racconti non saranno più gli stessi.
Stefano

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