Emilia paranoica (preludio sullo scenario politico nazionale)

E quindi uscimmo a riveder le urne. Domenica nell’operosa e industriosa Emilia Romagna si vota, anche se tre quarti della popolazione presumibilmente ignorano questo fatto. La rossa Emilia dunque esce dalla regolare cadenza delle tornate elettorali regionali che si sono succedute da 1970, ed entra in quella discontinuità elettorale dovuta essenzialmente al malaffare, in pessima compagnia con altre, troppe compagini regionali e locali. La prospera e incorruttibile Emilia Romagna ha smesso d’esser tale e, a questo punto, il sacco di Serra è stato solo un triste preludio. Le elezioni emiliane a loro volta saranno preludio di ciò che sarà la scena politica italiana da qui ai prossimi anni, mille giorni permettendo e alcune cose premettendo.

L’Emilia Romagna è la più artificiale delle regioni italiane, perché nonostante esistesse già nella Roma Augustea, dalla fine dell’impero romano fino al 1970, il territorio fu diviso in feudi, comuni, signorie, ducati e poi, con l’unità d’Italia in province. Non è esistita a differenza di altre regioni settentrionali (il centro sud ha una storia unitaria più lunga per cui non so) un’entità statale che abbia più o meno coinciso con gli attuali confini regionali. Gli stati in Emilia Romagna erano tre: Ducato di Parma, Ducato di Modena e Legazioni Pontificie. Un preludio di unità ci fu quando fu fondata la Repubblica Cispadana della quale riprenderei la bandiera per farne quella regionale al posto dell’orrida attuale.

(mi par che ora possiate capire il perché)

L’Emilia Romagna è insomma una regione posticcia, sintesi a livello locale di quello che è l’Italia, e cioè uno stato posticcio, forzatamente unitario e senza un popolo che possa dirsi nazione. A livello di campanilismo gli emiliano romagnoli non hanno niente da invidiare a nessuno (leggasi questo spassoso decalogo per averne un’idea).
Politicamente l’Emilia Romagna ha una strana coerenza monocolore. Romagnolo è stato il primo deputato socialista nel parlamento italiano e socialista è stata la tendenza elettorale tra il Po e gli appennini. Romagnolo è stato anche Benito Mussolini e, l’intera regione ha cambiato radicalmente colore durante il “biennio rosso”, passando dal rosso al nero. Rosso che poi è tornato di moda nel secondo dopoguerra e, dalle prime regionali nel 1970 a oggi, il sol dell’avvenire, col suo capitalismo autogestito, non è mai tramontato.
Tuttavia la rossa primavera, che dal 1989 ha assunto sfumature assai bianche, sta inesorabilmente avviandosi verso l’autunno, e non solo perché la corruzione s’è fatta un baffo della questione morale, ma anche e soprattutto per la stanchezza e la rassegnazione che domina l’elettorato regionale.
Il prossimo presidente della regione (o governatore come va di moda dire oggi) è stato scelto con le primarie del Partito Democratico le quali sono state un preludio di quello che sarà l’affluenza alle urne, e la conseguenza sarà che l’astensionismo, sarà il vero vincitore della prossima tornata.
Dunque con ogni probabilità, il prossimo presidente sarà Stefano Bonaccini, sintesi perfetta del passato e del presente del PD, in quanto fino alle elezioni dello scorso anno era da considerarsi il plenipotenziario di Bersani in terra emiliana e, come il piacentino col sigaro è diventato poca cosa, si è rifatto una verginità da renziano di ferro. Il tutto rimanendo saldamente segretario del partito a livello regionale.
Lo sfidante più credibile, pare Alan Fabbri, sindaco di Bondeno in quota Lega Nord, imposto dal ViceMatteo nazionale sugli altri azionisti del centro destra, in odore di disfatta. La coalizione, coi Fratelli d’Italia e di fascio e quel che rimane di Forza Italia risulta piuttosto deboluccia, soprattutto per quello che riguarda i pretoriani di Berlusconi in terra emiliana, in lizza per un quarto mandato e con uno scontro aperto (anche se sopito) tra i club Forza Silvio, che spingono per il rinnovamento ma sono stati arginati ed emarginati. La Lega, oramai non più solo nord, pare l’unico partito credibile a poter scardinare (o meglio a poter entrare a far parte del) l’establishment emiliano romagnolo. Non si può dire lo stesso del Movimento Cinque Stelle con la sua candidata Giulia Gibertoni dato come seconda forza regionale, alla luce di quanto raccolto alle scorse politiche. La loro volontà di voler essere fuori a ogni costo, da un lato attira simpatie ma dall’altro non li rende credibili. Vero che sarebbe il caso di azzerare tutto, o per lo meno provarci, ma in regione (o a livello locale) è meno possibile che da altre parti per i troppi interessi trasversali a livello socio-economico-culturale. Inoltre proprio in Emilia Romagna, nel 2010 i pentacampeao avevano raccolto un buon 7%, ma avevano già dato prova di enorme fragilità, prima sacrificando Sandra Poppi (oggi con l’Altra Emilia Romagna) prima dei non eletti in virtù di non so quali logiche, e poi espellendo Giovanni Favia che si era riciclato con l’oscuro ex pm Ingroia.
I competitor per la regione si fermano qui, anche se in realtà sono sei, ma va detto che Maria Cristina Quintavalla si presenta con L’Altra Emilia Romagna i quali sono residuati di trotzkismo e verranno votati solo dagli iscritti alla Fiom che lavorano tra Ferrari e Maserati; Alessandro Rondoni è la candidatura di bandiera per quello che sarà il Partito Popolare in chiave italica e Mazzanti Maurizio fa così tenerezza nel suo presentarsi che meriterebbe un voto solo per averci provato.
In realtà, come dicono in tanti, le elezioni emiliano romagnole saranno un preludio per la leadership nazionale. Fosse un libro di Montanelli, da lunedì, parleremo dell’Italia dei due Matteo. Il primo, presidente del consiglio in chiave democristiano-progressista, che ha svecchiato le apparenze ma che governa con le resistenze; il secondo novello tribuno della plebe, che ha spostato l’asse dello statalismo a destra, dimenticando secessioni e (forse) Berlusconi.
Parafrasando Battisti, scopriremo solo vivendo come andrà a finire, anche se credo che al di là del successo leghista (essere secondi dietro al partitone in Emilia Romagna è sempre un gran risultato), l’altra novità sarà la scomparsa più o meno definitiva della sinistra, coalizzata e non. E se questo accade nella terra del comunismo reale, tutto può accadere. Altro che un uomo nuovo.

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