Il Califfato di cui nessuno parla si trova a due passi dall’Italia – Libero Quotidiano

Il Califfato di cui nessuno parla si trova a due passi dall’Italia – Libero Quotidiano

fine dei giochi

I più acuti c’erano già arrivati nel 2007, ai tempi del primo V-day e no, non stiamo parlando dei monologhi della vagina. V per vaffa, il novello tribuno Grillo lanciò l’adunata degli incazzati e, tempo sei anni, ha costruito un trionfo elettorale. Stupiva lo scorso anno nelle elezioni né vinte né perse da Bersani, il 25% dei consensi a cinque stelle. Stupiva ma, a conti fatti, ci aveva messo tre anni a creare quel consenso, dai primi seggi conquistati alle regionali in Piemonte ed Emilia Romagna nel 2010 (a Berlusconi bastò meno di un anno per imporsi come maggioranza di governo). Solo che, mentre quattro anni fa sono stati sottovalutati, l’anno scorso sono stati sopravvalutati. Perché al consenso, non ha fatto seguito la capacità. Ed ecco arrivare il direttorio, termine riciclato dalla rivoluzione francese, con anche tutti gli oscuri presagi del caso. E quindi uscimmo a riveder le stelle? Eccola servita la rivoluzione del popolo, dopo che i suoi tribunali via web, hanno spazzato via il dissenso, schiumando rabbia per non poter adottare metodi più simili a quelli della Corea del Nord. Solo un altro, l’ennesimo avamposto della politica, altro che mandarli a casa! I mass media, quelli controllati, quelli che nascondono la verità, quelli che boicottano gli onesti, guarda un po’, espongono da un bel po’ almeno due di questi “direttori: Di Maio e Di Battista. Solo un caso?
Compagni anzi, cittadini! Il gioco si fa peso e tetro, siamo alla fine dei giochi. Lasciatevelo dire da uno che c’è passato: la democrazia diretta è una farsa, e sul web è anche peggio. Lasciate queste cose ai movimenti studenteschi, dai quali il Beppe nazionale ha sicuramente attinto. Oramai c’è Salvini, pronto ad accogliervi per le vostre prossime utopie, per tutto il resto, c’è il libro dei sogni di Matteo Renzi! E questo è tutto gente!

Una questione di qualità (o una formalità non ricordo più bene)

E’ in un intervista su La Stampa di oggi a Matteo Ricchetti, deputato PD e mancato sfidante di Bonaccini alle primarie emiliane (il che avrebbe reso il tutto più interessante) la chiave di lettura che più condivido di queste elezioni appena trascorse. Tuttavia, continuo a sostenere che gli emiliani siano sopravvalutati nel loro senso civico. I motivi? Eccone alcuni:

#1 Mai visti così pochi manifesti elettorali in giro come quest’anno. Uno non se lo immagina che si deve votare, se non se lo vede spiattellato in faccia tutti i giorni come alle politiche. Aggiungiamoci la strana cadenza di queste elezioni e lo scarso interesse a livello mediatico nazionale fino a sabato scorso…

#2 Un tempo i giornali più letti in Emilia Romagna erano L’Unità (oggi defunta) per quelli aderenti al partitone, e Il Resto del Carlino per gli oppositori al partitone. Oggi temo che le notizie più lette siano quelle condivise via Facebook, linkate da siti che poco hanno a che fare col giornalismo, che non verificano le fonti e che, dato più triste, vengono lette solo nei titoli.

#3 in molte zone dell’Emilia Romagna il tg regionale che si vede è quello del Veneto. E forse chi ha votato Lega, ha pensato ad un’annessione alla Serenissima.

#4 al comunismo in Emilia si è sostituito il Luogocomunismo. Di conseguenza più che di astensionismo ragionato parlerei di menefreghismo diffuso.

#5 se si voleva davvero punire il partitone (come si suppone in questo articolo), si faceva come a Bologna nel 1999 quando vinse Guazzaloca. Il fatto è che nemmeno Fabbri era un candidato credibile.

Con ciò non voglio dire che il voto non vada analizzato, ci sono aspetti interessanti quali il fatto che i due partiti che riscuotono il maggior consenso in Emilia Romagna (PD e Lega) sono quelli che hanno una storia nella scena politica italiana, ben radicata anche sul territorio. Quello che non è riuscita a corstruirsi Forza Italia (soprattutto nella fase Pdl) e che i Cinque Stelle non devono perdere l’occasione di farsi. Perché la politica, cari miei, è una macchina complessa che si rinnova per partenogenesi, inutile pensare di “kombattere il $istema!” dall’esterno, senza radicarsi, senza permeare nel tessuto sociale, economico e culturale. Si può fare un exploit, ma al secondo giro se non ti radichi un minimo, sei già a terra. A Forza Italia questo processo è mancato, mentre non sarebbe mancato il tempo per farlo. Pizzarotti da Parma sta già pensando al dopo- Grillo, con buona pace di chi voleva star fuori dal sistema.

Questi sono gli aspetti da cogliere del voto emiliano, non un menefreghismo mascherato da astensionismo ragionato. Bonaccini ha vinto senza sforzo, gli avversari, una volta di più, hanno corso non per vincere la regione, ma per partecipare. Compagni, il gioco si fa peso e tetro, non guardiamo le pagliuzze, quando non si vendo le travi: il voto emiliano è stata una formalità.

Emilia Paranoica Reprise

Volevo arrivare a domani a scrivere qualcosa sulle appena concluse elezioni regionali in Emilia Romagna, ma mi sono rotto le palle con largo anticipo. Il motivo è semplice: le urne sono chiuse da neanche 24 ore, i verdetti sono chiari più o meno dalle tre di questa notte, ma gli argomenti che tengono banco sono: astensionismo, voti persi, voti trovati, strategia politica territoriale, chi ha vinto in realtà ha perso, chi ha perso non ha perso davvero, la sinistra è viva, no invece mantiene viva l’agonia…. come si dice da queste parti dù maròn!
Va bene, l’astensionismo è stato alto, ricordiamoci però, per fare un esempio banale che forse c’entra come i cavoli a merenda, che Obama, alla sua prima elezione nel 2008, vinse con un affluenza alle urne del 60% degli aventi diritto (negli Stati Uniti, circa 300.000.000 di abitanti) e si parlava di affluenza record. Ora, non c’entra nulla con la civica Emilia, per carità, però è per dire che non da tutte le parti si fa una tragedia greca.
Tutti a dire che il PD ha perso voti, fagocitati dall’astensionismo. Vogliam scommettere che se c’era anche solo un avversario credibile, i voti li avrebbero ritrovati eccome?
Tutti a dire che la classe politica non rappresenta più nessuno, che anche in Emilia Romagna c’è sfiducia e quant’altro. Gran scoperta! La sfiducia ce l’ha anche chi va a votare ma pratica regolarmente il diritto concesso dalla costituzione. Semmai a questo giro da un lato non hanno nemmeno fatto lo sforzo di andare a ricevere la propria eucarestia comunista, dall’altro neanche sapevano che si votava!
Perché diciamocelo, gli emiliani sono un tantino sopravvalutati nel loro senso civico. E questo comporta che l’astensionismo, che per una volta non ha fatto vincere la regione al PD con percentuali bulgare (ma era già successo a Modena lo scorso maggio) non è necessariamente dovuto a una precisa presa di posizione, bensì al fatto che… la notizia delle elezioni è passata sotto silenzio. E non per un complotto dei media o chissà cosa, perché sui quotidiani locali la notizia è passata eccome, ma semplicemente è stata trascurata dai più, dato che cronaca e politica, anche nella pomposa Emilia, purtroppo si confondono. A questo aggiungiamoci il fatto che la scadenza elettorale era anomala e non così visibile sul piano nazionale (e non è che si possano fare gemellaggi tra elettori calabresi ed emiliani)…
Poi diciamocelo, Errani sarà anche stato il plenipotenziario assoluto da tre mandati consecutivi, ma Bonaccini ne ha preso degnamente il posto, a conti fatti non rischiava nulla per cui ripeto, con avversari più degni (Fabbri ha avuto la volata tirata da Salvini, diversamente avrebbe raccolto meno) il PD avrebbe avuto più voti, perché molta gente, anche quelli che “hanno mandato un segnale a Renzi” (ma per favore…) si sarebbero turati il naso. A meno di non voler cambiare, ma in quel caso il cambiamento sarebbe nato dall’establishment emiliano- romagnolo.
Quello che è mancato, più che i votanti, son stati gli avversari e il disfacimento a livello regionale di Forza Italia ne è la prova. Berlusconi non passerà alla storia come grande politico perché da un lato non sta lasciando eredi (oppure si bruciano prima del tempo) e soprattutto non ha costruito a livello locale. Per lo meno, quando l’imperatore pubblico-privato era in sella, c’era chi si sforzava di proporre un contrappeso politico e a livello locale questo si vedeva eccome. Ora che c’è un uomo solo al comando, non c’è neanche bisogno di mobilitare gli elettori. E’ questo ciò su cui si deve riflettere. Il resto sono noiose chiacchiere da bar.

Emilia paranoica (preludio sullo scenario politico nazionale)

E quindi uscimmo a riveder le urne. Domenica nell’operosa e industriosa Emilia Romagna si vota, anche se tre quarti della popolazione presumibilmente ignorano questo fatto. La rossa Emilia dunque esce dalla regolare cadenza delle tornate elettorali regionali che si sono succedute da 1970, ed entra in quella discontinuità elettorale dovuta essenzialmente al malaffare, in pessima compagnia con altre, troppe compagini regionali e locali. La prospera e incorruttibile Emilia Romagna ha smesso d’esser tale e, a questo punto, il sacco di Serra è stato solo un triste preludio. Le elezioni emiliane a loro volta saranno preludio di ciò che sarà la scena politica italiana da qui ai prossimi anni, mille giorni permettendo e alcune cose premettendo.

L’Emilia Romagna è la più artificiale delle regioni italiane, perché nonostante esistesse già nella Roma Augustea, dalla fine dell’impero romano fino al 1970, il territorio fu diviso in feudi, comuni, signorie, ducati e poi, con l’unità d’Italia in province. Non è esistita a differenza di altre regioni settentrionali (il centro sud ha una storia unitaria più lunga per cui non so) un’entità statale che abbia più o meno coinciso con gli attuali confini regionali. Gli stati in Emilia Romagna erano tre: Ducato di Parma, Ducato di Modena e Legazioni Pontificie. Un preludio di unità ci fu quando fu fondata la Repubblica Cispadana della quale riprenderei la bandiera per farne quella regionale al posto dell’orrida attuale.

(mi par che ora possiate capire il perché)

L’Emilia Romagna è insomma una regione posticcia, sintesi a livello locale di quello che è l’Italia, e cioè uno stato posticcio, forzatamente unitario e senza un popolo che possa dirsi nazione. A livello di campanilismo gli emiliano romagnoli non hanno niente da invidiare a nessuno (leggasi questo spassoso decalogo per averne un’idea).
Politicamente l’Emilia Romagna ha una strana coerenza monocolore. Romagnolo è stato il primo deputato socialista nel parlamento italiano e socialista è stata la tendenza elettorale tra il Po e gli appennini. Romagnolo è stato anche Benito Mussolini e, l’intera regione ha cambiato radicalmente colore durante il “biennio rosso”, passando dal rosso al nero. Rosso che poi è tornato di moda nel secondo dopoguerra e, dalle prime regionali nel 1970 a oggi, il sol dell’avvenire, col suo capitalismo autogestito, non è mai tramontato.
Tuttavia la rossa primavera, che dal 1989 ha assunto sfumature assai bianche, sta inesorabilmente avviandosi verso l’autunno, e non solo perché la corruzione s’è fatta un baffo della questione morale, ma anche e soprattutto per la stanchezza e la rassegnazione che domina l’elettorato regionale.
Il prossimo presidente della regione (o governatore come va di moda dire oggi) è stato scelto con le primarie del Partito Democratico le quali sono state un preludio di quello che sarà l’affluenza alle urne, e la conseguenza sarà che l’astensionismo, sarà il vero vincitore della prossima tornata.
Dunque con ogni probabilità, il prossimo presidente sarà Stefano Bonaccini, sintesi perfetta del passato e del presente del PD, in quanto fino alle elezioni dello scorso anno era da considerarsi il plenipotenziario di Bersani in terra emiliana e, come il piacentino col sigaro è diventato poca cosa, si è rifatto una verginità da renziano di ferro. Il tutto rimanendo saldamente segretario del partito a livello regionale.
Lo sfidante più credibile, pare Alan Fabbri, sindaco di Bondeno in quota Lega Nord, imposto dal ViceMatteo nazionale sugli altri azionisti del centro destra, in odore di disfatta. La coalizione, coi Fratelli d’Italia e di fascio e quel che rimane di Forza Italia risulta piuttosto deboluccia, soprattutto per quello che riguarda i pretoriani di Berlusconi in terra emiliana, in lizza per un quarto mandato e con uno scontro aperto (anche se sopito) tra i club Forza Silvio, che spingono per il rinnovamento ma sono stati arginati ed emarginati. La Lega, oramai non più solo nord, pare l’unico partito credibile a poter scardinare (o meglio a poter entrare a far parte del) l’establishment emiliano romagnolo. Non si può dire lo stesso del Movimento Cinque Stelle con la sua candidata Giulia Gibertoni dato come seconda forza regionale, alla luce di quanto raccolto alle scorse politiche. La loro volontà di voler essere fuori a ogni costo, da un lato attira simpatie ma dall’altro non li rende credibili. Vero che sarebbe il caso di azzerare tutto, o per lo meno provarci, ma in regione (o a livello locale) è meno possibile che da altre parti per i troppi interessi trasversali a livello socio-economico-culturale. Inoltre proprio in Emilia Romagna, nel 2010 i pentacampeao avevano raccolto un buon 7%, ma avevano già dato prova di enorme fragilità, prima sacrificando Sandra Poppi (oggi con l’Altra Emilia Romagna) prima dei non eletti in virtù di non so quali logiche, e poi espellendo Giovanni Favia che si era riciclato con l’oscuro ex pm Ingroia.
I competitor per la regione si fermano qui, anche se in realtà sono sei, ma va detto che Maria Cristina Quintavalla si presenta con L’Altra Emilia Romagna i quali sono residuati di trotzkismo e verranno votati solo dagli iscritti alla Fiom che lavorano tra Ferrari e Maserati; Alessandro Rondoni è la candidatura di bandiera per quello che sarà il Partito Popolare in chiave italica e Mazzanti Maurizio fa così tenerezza nel suo presentarsi che meriterebbe un voto solo per averci provato.
In realtà, come dicono in tanti, le elezioni emiliano romagnole saranno un preludio per la leadership nazionale. Fosse un libro di Montanelli, da lunedì, parleremo dell’Italia dei due Matteo. Il primo, presidente del consiglio in chiave democristiano-progressista, che ha svecchiato le apparenze ma che governa con le resistenze; il secondo novello tribuno della plebe, che ha spostato l’asse dello statalismo a destra, dimenticando secessioni e (forse) Berlusconi.
Parafrasando Battisti, scopriremo solo vivendo come andrà a finire, anche se credo che al di là del successo leghista (essere secondi dietro al partitone in Emilia Romagna è sempre un gran risultato), l’altra novità sarà la scomparsa più o meno definitiva della sinistra, coalizzata e non. E se questo accade nella terra del comunismo reale, tutto può accadere. Altro che un uomo nuovo.