lambrusco e pop corn

E così, pare che la notizia sia che Ligabue, nel senso del cantante, abbia sbancato i botteghini oltreoceano. Le foto documentano il sold out anche in quella promise land che il buon Luciano avrà sognato un sacco di volte, consumando i dischi di Bruce Springsteen. Tutto esaurito, dopo che in Italia ha esaurito le strategie per imporsi al pubblico. E allora cosa c’è di meglio che raccontare di un tour mondiale, addirittura toccando l’America? E magari nel farlo avvalersi di una strategia di marketing e comunicazione che faccia pensare che in terra a stelle e strisce è arrivato il messia del rock italiano? Perché diciamoci tutto, se Ligabue un pregio ce l’ha, è quello di sapersi vendere come prodotto vincente: è un re del marketing e, il vero successo in America, ce l’ha avuto il suo ufficio stampa, diversamente non si spiega perché un articolo come questo descrive le cinque date negli Stati Uniti come un successo strepitoso, invece che per quello che è: un saluto agli italiani residenti a New York, Toronto, Los Angeles, San Francisco e Miami. Perché chi legge o ha letto un po’ di riviste specializzate nel settore, sa come funzionano queste cose e Ligabue non è certo il primo a provare in terra americana. Battisti fallì clamorosamente nonostante le aspettative anche da parte dei colleghi di lingua inglese (Pete Townshend e David Bowie ad esempio) e, più di recente, la Pausini ha vinto un Grammy, ma con un album in lingua spagnola, perché il suo tentativo in inglese non se l’è filato nessuno. Little Luciano (perché Big era Pavarotti) non ha nemmeno fatto lo sforzo di tradurre i suoi testi in inglese, e lo sanno anche i sassi che gli album cantati in italiano, eccezion fatta per Ramazzotti, Conte e pochi altri, al di là del Canton Ticino non vendono. Che poi voglio dire, artisti con meno seguito, in termini di pubblico soprattutto dal vivo, come Cristina Donà, Carmen Consoli e gli Afterhours, per lo meno quando hanno tentato il salto per il mercato anglosassone, hanno giocato la carta dei testi in inglese. E solo gli Afterhours hanno suscitato un interesse degno di questo nome, pur se limitato al circuito “indie”. Per avere notizia di un gruppo italiano con un successo di pubblico che sia andato oltre al vezzo di farsi un coast to coast e suonare nei locali storici del rock’n roll (grazie ai buoni uffici dei vari management) bisogna risalire alla PFM che, tra il 1974 e il 1978 girò in lungo e in largo gli Stati Uniti, con estenuanti tour e pubblicando album studiati per quel mercato. Oggi, nonostante la menino ancora con la storia di quei tour (la cui scaletta, assieme al concerto con De Andrè in patria è un evergreen) al di là dell’oceano non se li ricorda nessuno.
A cosa è servito allora il “Mondovisione Tour” versione “Mondo”? A fare ulteriore pubblicità all’album stesso e al tour, facendo credere che l’album e il concerto son talmente buoni che anche in America hanno voluto sentirli. E forse anche ad abbellire un viaggio che, diversamente sarebbe stata una gita con annessa registrazione nello studio di David Grohl (in foto non c’è e probabilmente quando glie lo diranno esclamerà “Ligabue chi?”), dato che oramai è risaputo che oltreoceano sono più professionali e attrezzati che non in Italia e con un miglior rapporto qualità prezzo. Chiedere a Rigo Righetti, ex bassista di Little Luciano che, quando ha inciso il suo secondo album solista, lo ha fatto in New Mexico.
Detto questo, Caro Liga, sappi che ti ho stimato e apprezzato, ritengo “Buon compleanno Elvis” un gran bel disco e “Il giorno di dolore che uno ha” una delle più belle canzoni italiane. Se devi fare il figo pero’ fallo bene diamine! Pubblica una raccolta di tuoi successi tradotti in inglese e prova a pubblicare un album per il mercato anglosassone. Non hai più niente da perdere, a noialtri son 25 anni che propini gli stessi accordi e c’è Federico Guglielmi che ti chiede da almeno 20 di provare a fare un “Nebraska” in versione bassa emiliana. Va bene che fai il fighetto facendo vedere che Mauro Pagani ti ha insegnato a suonare il bozuki, ma caspita, ce la fai a rischiare qualcosa dopo 25 anni? O il massimo che ti concedi è il concerto per gli italiani all’estero? Complimenti al tuo ufficio stampa.

Jack

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