Interviste perdute: Davide Venturelli

Tornano le interviste perdute, rubrica dedicata alle interviste da me raccolte e non pubblicate su nessuna testata eccetto questo blog. Ho riesumato il tag da un mio vecchio blog in cui riponevo per l’appunto materiale giornalistico non pubblicato all’epoca della mia collaborazione con la Gazzetta di Modena. Oggi si ripresenta nella veste di questo blog, in quanto la mia collaborazione con Modena Qui è sospesa, in attesa di sviluppi. Le notizie, specie se urgenti, non possono però attendere, ecco perché ospito su queste pagine Davide Venturelli.

Davide Venturelli è consigliere di minoranza nel consiglio comunale di Pavullo nel Frignano. Da ex partecipante al laboratorio teatrale dell’Istituto Cavazzi- Sorbelli e da conoscitore della realtà giovanile di Pavullo, ha mostrato sensibilità alla possibile chiusura di un progetto che, per 18 anni ha significato tanto non solo per il complesso scolastico pavullese e per il comune, ma per l’intero territorio del Frignano. Una sensibilità che però in consiglio comunale è rimasta isolata, nonostante ci siano state altre persone, che oggi siedono in quel consesso, che in passato hanno partecipato o hanno usufruito indirettamente del laboratorio. Cerchiamo di capire di che cosa si parlerà nella seduta del consiglio comunale del 30 settembre prossimo
 Per cominciare, come ti è giunta la notizia che il laboratorio “salta”..
Quando è stato mandato in scena lo spettacolo a Maggio 2014 la professoressa Paola Nicolai, da sempre promotrice e responsabile del progetto, e tutti i ragazzi e ragazze partecipanti hanno lanciato un accorato appello perché il teatro potesse continuare a esistere, poiché il preside aveva fatto sapere che i fondi erano terminati.
Ho chiesto un appuntamento a Paola Nicolai quest’estate, per chiedere se effettivamente il teatro sarebbe stato soppresso nell‘A.S. 2014/15, e mi ha confermato che, essendo stati ulteriormente tagliati i fondi, c’era la quasi certezza che il laboratorio non venisse riconfermato. In data 26/08 ho avuto un incontro con il preside, che mi ha confermato quanto detto dalla Nicolai. Tuttavia il preside mi ha autorizzato a sottoscrivere la mozione che ho poi consegnato, allegando una copia del progetto di teatro svolto l’anno precedente. Non ti nascondo che durante le commissioni consiliari ci sono stati dei colleghi che hanno manifestato aperto dissenso, anche in modo piuttosto acceso.
E perché si sono arrabbiati? A che titolo?
Mi è stato contestato di non aver portato rispetto alle istituzioni…
In teoria si è per fare il bene comune, non per altre ragioni
E’ quello che ho detto loro: badate alla sostanza! Qui si tratta di mantenere in vita un’eccellenza di Pavullo! Non me ne importa di fare a gara a chi è più bravo, in consiglio ci si va per provare a fare qualcosa di buono per il proprio paese! 
Ma ci sono speranze?
Nonostante tutto spero che i miei colleghi si ravvedano. E se il consiglio comunale respinge la mozione… Tenterò altre strade! Ho già visto ‘morire’ il Laboratorio teatrale in lingua inglese; spero che non succeda la stessa cosa per l’unico Laboratorio teatrale rimasto.
Il teatro, inteso come Mac Mazzieri, potrebbe ospitare una scuola magari sul modello già esistente di Musicfactory? Si tratterebbe di associazionismo e non sarebbe più un laboratorio di dopo scuola, però potrebbe essere una soluzione percorribile…

L’idea della scuola stile Musicfactory è veramente carina, però ci si dovrebbe interfacciare direttamente con il gestore ERT del cinema, perché il comune gli ha delegato tutti i poteri sulla struttura. Tra l’altro il Preside delle superiori ha comunicato che il Comune non coprirà più le spese per la fruibilità del teatro a favore delle scuole…

Stefano Bonacorsi

Luci sul palco

Copio-incollo un appello di un insegnante di teatro, la mia insegnante di teatro. Lo faccio perché riguarda qualcosa di bello, forse uno dei pochi bei ricordi che conservo delle scuole superiori. In questi giorni si parla della possibile cancellazione del laboratorio teatrale dell’istituto Cavazzi- Sorbelli di Pavullo nel Frignano. Per chi non è di Modena e provincia, Pavullo è un comune montano, di 18000 abitanti che ospita il più grande comparto scolastico di scuole superiori nell’appennino modenese (due istituti tecnici, due professionali e due licei). Queste scuole sono importanti per tutto il comparto dell’Unione dei comuni del Frignano, un territorio da 40.000 abitanti. Il laboratorio teatrale è un doposcuola altamente formativo, partito nel 1998 e da lì diventato sempre più grande. Molti ragazzi vanno a scuola motivati dall’esistenza di quel laboratorio, vivono come se lo scopo fosse frequentarlo e non essere promossi alla fine dell’anno. Ora, io non sono un sostenitore dei carrozzoni dello spettacolo finanziati dal Fus, perché spesso prevalgono logiche politiche e non meritocratiche. Però qui stiamo parlando di altro, di un doposcuola in un territorio ostile, la montagna non è diversa da certe periferie estreme delle grandi metropoli. Parliamo di cibo per la mente, di dare la possibilità di offrire stimoli che vanno oltre alla formazione scolastica. E siccome la formazione scolastica ancora non prevede l’insegnamento del teatro o del cinema o della musica nei suoi percorsi, è importante che esista un doposcuola in merito. Soprattutto in un territorio disagiato. Soprattutto perché offre spiragli di una buona scuola pubblica. Non solo: offre spiragli di una buona comunità, perché non è solo un laboratorio teatrale scolastico, ma il punto di incontro di un territorio, un germoglio di cultura. Chiuderlo sarebbe un disastro, sociale prima ancora che culturale.

Stefano Bonacorsi

p.s.: di seguito la lettera di Chiara Mori. Il titolo del post, richiama quello di uno spettacolo realizzato dal laboratorio Cavazzi-Sorbelli, nel lontano 2002.

Al  Consiglio Comunale del Comune di Pavullo
Per favore non chiamatelo Laboratorio Teatrale, purtroppo non lo è stato. Nonostante le più rosee previsioni e l’impegno di tutte le persone coinvolte l’esperienza fatta in questi 18 anni al Cavazzi Sorbelli non possiamo chiamarla Laboratorio Teatrale, è spiacevole doverlo ammettere da parte mia che ho iniziato questo viaggio nel 1996 con Paola Nicolai.
 No un laboratorio Teatrale è un luogo dove si mettono in scena i testi dei grandi autori Pirandello, Shakespeare, Brecht, ma no, a noi non è capitato. Nelle due ore che abbiamo condiviso settimanalmente in questi anni è successo di tutto tranne questo. I testi ce li siamo inventati noi, cuciti addosso come vestiti nuovi. I personaggi che abbiamo fatto parlare sembrava che arrivassero da testi antichi, ma noi li abbiamo stravolti, calati dentro il nostro animo, gli abbiamo messo in bocca le parole degli adolescenti . Un Laboratorio Teatrale chiede ai ragazzi di scimmiottare e copiare i grandi attori, noi in questo abbiamo fallito. I ragazzi sul palco sono spontanei, e tutti sono stati a loro modo protagonisti. Anche chi faceva fatica a parlare, chi sapeva solo esprimersi con la musica, solo con i gesti.  Ogni ragazzo e ragazza ha avuto il diritto di esprimere la propria particolarità. In questo modo abbiamo integrato tutti, nessuno è stato escluso. Noi non abbiamo mai fatto audizioni, non abbiamo mai cercato il phisic du role, ci siamo accontentati di quello che avevamo: adolescenti in crescita con le ansie, i dubbi, le rabbie, i sogni di tutti;  con questo abbiamo costruito gli spettacoli.
Certo questo ha fatto sì che le relazioni tra di noi fossero relazioni che durano ancora oggi. A dispetto dei 30, 40 anni che ci separano. Se un obbiettivo è comune si annullano le distanze, non ci sono più le barriere della lingua, delle abitudini, dell’età, si è insieme, e questa è l’idea della comunità. Alla chiusura del sipario sapevamo che nessuno avrebbe dimenticato i momenti di paura, allegria, cadute, e risate che ci hanno accompagnato nell’inverno. Non si fa questo, ora lo so, perché se no i ragazzi poi credono che l’istituzione scolastica sia un luogo che ascolta i ragazzi, che i professori siano coloro che hanno a cuore la loro crescita, che la scuola sia il centro della comunità, e poi diventati grandi rimarranno delusi . Non capiranno come mai la loro crescita abbia poggiato su valori come il merito, la cultura, la condivisione.
 Abbiamo usato internet in modo intelligente, per poterci parlare: quando ci veniva un’idea alle 3 del mattino avevamo un luogo virtuale e sicuro dove confrontarci,  abbiamo aperto un blog. Per  mettere le nostre foto abbiamo usato i social network. E non per i selfie, ma per scegliere il costume migliore, la musica più adatta.
 Non ci è bastato condividere il nostro impegno con la comunità locale: con la Biblioteca, con il Palazzo Ducale, con la piazza, e allora siamo andati a cercarci i Festival  dove abbiamo trovato persone come noi a Cesena, a  Serra San Quirico,a Bologna e nel mondo: con Shakespeare International abbiamo rappresentato l’Italia con tutti i ragazzi del globo.
 E non possiamo proprio chiamarlo Laboratorio Teatrale, perché abbiamo anche fatto anche  i video, che hanno avuto riconoscimenti  nazionali, e c’è anche chi ha fatto la sua tesi di laurea su questa esperienza. Già e c’è anche chi ha messo le basi per diventare giornalista, tecnico luci, produttore musicale, scrittore, regista, esperto in comunicazione, psicologo, cantante,infermiere, insegnante, mamma.  Ma attori, no, nessuno. E allora a cosa serve un Laboratorio Teatrale se non forma degli attori ma solo delle persone consapevoli delle proprie possibilità,  persone equilibrate e coraggiose che possono affrontare la vita e le sue  difficoltà, consapevoli di far parte di una comunità alla quale si darà ciò che si è ricevuto? Che la cosa pubblica è responsabilità di tutti e non solo di chi lo fa di mestiere?
 Già, questo Laboratorio di teatro è stato un fallimento, ma un luogo come questo, chiamatelo con il nome che volete Fucina delle idee, la casa dei Puffi, è indispensabile per gli adolescenti, e forse anche per gli adulti. E le istituzioni dovranno dare risposte chiare ai giovani che vogliono studiare, sudare, impegnarsi e condividere i valori di una società sana. A chi si rifiuta di essere bamboccione, a chi vuole pensare con la propria testa. E le Istituzioni dovranno decidere cosa rispondere a quei 1000 cittadini che si aspettano per i propri figli quello che hanno ricevuto loro dal Laboratorio Teatrale.
Io non sono più l’operatore che dirige il Laboratorio di Pavullo, sono partita per altre strade, per aprire nuove esperienze, ma credo di dover dire la mia: grazie ai ragazzi e alle ragazze  che hanno condiviso con me questa esperienza. Perché grazie a loro anche io, adulta, ho avuto il privilegio di essere accolta, ascoltata, criticata, sostenuta.
Gli amministratori hanno un compito importante, scegliere ciò che è meglio per la città, quindi lasciate perdere di finanziare un Laboratorio Teatrale fallimentare, finanziate piuttosto un luogo dove, all’interno delle istituzioni, i ragazzi e le ragazze si sentano a casa propria e costruiscano il proprio futuro. Chiamatelo pure come volete ma sappiate che per costruire questa esperienza ci sono voluti 18 anni di fatiche e la dedizione di parecchi adulti. Ma basta pochissimo per azzerare tutto.
Chiara Mori
I numeri
 18 anni di attività
Circa 800 allievi coinvolti
20 insegnanti /assistenti che si sono avvicendati nel tempo
18 spettacoli prodotti
Circa 10.000 spettatori 
Istituzioni coinvolte
Istituto Cavazzi Sorbelli, Associazione Civico 27, Comune di Pavullo, Cassa di Risparmio di Modena, Cineteca di Bologna, banche del territorio, sponsor privati.
Partecipazione a rassegne
Rassegna Nazionale del Teatro Scuola Serra san Quirico (AN)
Rassegna Teatro Bonci Cesena
Globe Theatre Londra
Premio  Luca de Nigris
Festival di Teatro Marano sul Panaro
Teatro di Classe Modena
Premi e riconoscimenti
Scuola selezionata premio Luca de Nigris
Scuola vincitrice Festival Nazionale della Scuola serra san Quirico (AN)
Scuola vincitrice rassegna del Teatro scuola Bonci Cesena
Premio della critica Michele Mazzella per la drammaturgia giovane

Capriccio

La scorsa settimana è circolata sul web una foto e una polemica sulle adozioni alle coppie gay. Non entro nel merito della polemica tra la Meloni e Luxuria, limitandomi a dire che i Fratelli d’Italia mi sanno sempre di fratelli di fascio e Luxuria, come si dice dalle mie parti, non ha colpa: così è e, purtroppo, così ce lo dobbiamo tenere. Se a questo aggiungiamo che gli paghiamo pure il vitalizio da ex deputato ogni tanto, ragione ai pentacampeao del Chavez ligure mi viene da dargliene.
Tuttavia non riesco ad astenermi sul merito della polemica sulle adozioni ai gay, ma prima devo fare una premessa.

Io ho un passato di sinistra militanza nel senso che ho accompagnato i miei studi universitari, tra le altre cose, partecipando attivamente alla vita politica dell’ateneo modenese in formazioni di sinistra movimentista-radicale-radical chic. Il tutto nell’arco di sei anni, dal 2003 al 2009 anno in cui ho lasciato la militanza in attesa che, nel 2010 mi scadesse il mandato rappresentativo nel consiglio di amministrazione dell’università. Ma questa è un’altra storia.
Sta di fatto che non sono stato immune dai dibattiti di ogni tipo e, lo scrivo, tra le cause sostenute c’era anche quella della lotta all’omofobia. Non ho cambiato idee nei confronti degli omosessuali da allora ad oggi e ritengo che la questione di genere non debba essere una discriminante ma, a differenza di più di un lustro fa, non ho più perplessità riguardo alla questione delle coppie di fatto e delle adozioni. Perché se all’epoca coltivavo dubbi e mi dividevo tra permissivismo e scetticismo oggi mi dico serenamente contrario. E già che ci sono faccio cadere, nel mio piccolo, un velo di ipocrisia: la sinistra radical-chic che tanto ostenta l’appoggio alla questione GLBT, è piena di persone che davanti si battono per la causa e dietro fanno le classiche battute e i classici sfottò (quando non fanno di peggio) che oggi rischierebbero di passare per dichiarazioni omofobe. Non a caso la questione è diventata politicamente trasversale e più che liberale è libertaria.

Passiamo alle motivazioni. La prima, quella che farà sicuramente discutere di più e farà salire sugli scudi chi mi conosce, è la mia fede. Da due anni a questa parte mi sono convertito al cristianesimo (si badi bene, non al cattolicesimo) e, stando alla Bibbia, l’omosessualità non rientra nell’ordine delle cose volute da Dio (sia in Deuteronomio che in Apocalisse ci sono riferimenti in merito). Ciò non vuol dire che discrimino o punto il dito, semmai esigo rispetto per quella che è la mia fede. Come io, da persona civile e residente in uno stato democratico rispetto chi non la pensa come me, esigo rispetto per quella che è la mia fede e, preferirei che non ci fossero atteggiamenti, soprattutto da parte dello Stato, che la discriminino. A giustificare questa mia esigenza linko un post da un mio vecchio blog, pubblicato in tempi non sospetti e in cui mi ponevo la domanda su come si sarebbe evoluta la laicità soprattutto in relazione a quelle che sarebbero diventate le rivendicazioni della comunità GLBT, degli immigrati di matrice musulmana e della convivenza di questi col femminismo e i temi di  bioetica. L’ho riletto prima di mettermi a scrivere e la domanda è ancora attuale.
A chi, leggendo a proposito della mia fede, vorrà darmi del bigotto e dell’intollerante (e perché no, del fondamentalista) replico invitandolo a guardare verso oriente, là dove spunta la mezzaluna dei jidaisti dell’Isis e paesi limitrofi, ricordando che i già i musulmani così detti moderati, storcono il naso di fronte all’omosessualità, quando non la condannano apertamente e spesso con la morte. Ai sostenitori dell’accoglienza e dell’integrazione, che magari non disdegnano il sostegno ai diritti delle coppie di fatto, ricordo che Islam e omosessualità non sono compatibili. Non voglio fare la Fallaci di turno (o il Magdi Allam per citare casi odierni) ma davanti a queste persone, che già non si pongono problemi a dire che le nostre tradizioni li infastidiscono (o addirittura non le tollerano e scomodano il razzismo), come si permetterebbero di reagire i festaioli da gay pride? Con un corteo? Denunciandoli per omofobia come farebbero con un chierichetto qualsiasi? Vista la normale accondiscendenza degli italiani quando vengono accusati di razzismo, questa scena non me la vorrei proprio perdere. E’ uno dei paradossi del multiculturalismo a cui nessuno mi ha mai risposto e di cui in europa esistono già dei precedenti.

La seconda motivazione è di diritto. Esistono delle regole, delle leggi, che giustamente si adattano anche all’epoca in cui si vive. L’omosessualità ha conosciuto “fortune” alterne a livello di tolleranza, dall’epoca romana fino ai giorni nostri. Oggi un omosessuale può vivere liberamente la propria condizione anche solo rispetto a vent’anni fa. E questo, stando a quanto accaduto nei secoli, è un progresso di civiltà. Il rivendicare però la propria condizione, non legittima ad avere un diritto su misura. Relativamente all’omofobia, io non penso che serva una legge apposta, così come per il femminicidio. Quello che deve cambiare è la testa di chi giudica in sede processuale e soprattutto la cultura dominante. L’omofobia è una semplice discriminazione, così come il femminicidio è, più semplicemente, un assassinio per il quale esiste già una fattispecie nel codice penale. Esiste già un’aggravante per entrambe i casi e si chiama “futili motivi”. Il problema è la cultura di fondo e sbaglia chi dice che serve una fattispecie apposita per tutelare di più donne e omosessuali, perché in questo modo si complicano orrendamente le cose a chi investiga e qui vado per paradossi: un ladro omosessuale che viene fermato e picchiato da un cittadino comune (che magari lo apostrofa pure) può avvalersi dell’aggravante di omofobia per avere uno sconto di pena? Provate a mettere al femminile il caso e avrete la stessa domanda (magari inserendo una discriminazione femminile). Già con la discriminazione razziale (e gli Usa ne sono un drammatico esempio) si rischia parecchio in sede giudiziale; avendo noi giudici inclini a interpretazioni acrobatiche della legge (si leggano a prova di ciò giornali di destra o di sinistra, è un dato di fatto) è un rischio che non ci possiamo permettere.

La motivazione di diritto alla mia contrarietà è ampia e variegata (e per un laico magari è più giustificabile). Ho citato il femminicidio prima, inserendo un altro punto dolente delle questioni di genere in Italia. Ho detto che esiste un problema culturale (la reale considerazione che si ha delle donne e dei gay), il quale è profondo al punto che si inseriscono le quote rosa manco le donne fossero in una riserva indiana e, nonostante questo, continua a mancare un riconoscimento di merito (si veda la questione delle nomine da parte del Governo nella scorsa primavera a capo delle grandi aziende pubbliche: donne nominate presidenti si, amministratori delegati- cioè al posto di comando- no. Si tratta di nomine fatte sul merito o per spot?). La questione femminile nel nostro paese è ancora largamente da risolvere. Oggi abbiamo un’equa divisione nel governo tra uomini e donne, ma trovatemi tra loro, o più in generale tra quelle impegnate in politica oggi, una donna con le capacità e il carisma di una Nilde Iotti. Tutto questo per dire cosa? Che essendo deficitario il fattore culturale e di conseguenza quello meritocratico uno dei “meravigliosi” paradossi a cui ci potremmo trovare di fronte è che un uomo gay e una donna si potrebbero trovare in competizione per un posto diciamo importante, di primo piano e… se viene scelta la donna l’uomo potrebbe far valere il fatto che è stato discriminato in quanto gay e lei favorita in quanto donna e viceversa. In Italia può succedere questo e altro, il paese migliore, per ora, è solo nella testa di Renzi.

Ma la motivazione di diritto va oltre. Come detto un omosessuale oggi non deve nascondersi e, fatti salvi gli episodi di omofobia raccontati nei notiziari, può vivere serenamente la propria condizione. E’ un fatto quindi che si vede riconosciuto ed è pieno titolare di diritti e doveri. Le norme sono fatte per adattarsi nel tempo o per essere modificate quando il contesto le rende obsolete. A loro volta, le situazioni di fatto, se si ripetono nel tempo diventano prima una consuetudine e, spesso, finiscono per avere necessità di una legislazione. Fino a quattro anni fa (prima della mia conversione per intenderci) ero convinto che la legislazione sarebbe arrivata in quanto si sarebbe dovuta regolamentare una consuetudine affermata. E sarei stato  sostanzialmente favorevole. Il dubbio però mi assaliva nel momento in cui dibattevo con persone, non necessariamente religiose, di visione opposta. E metabolizzando negli anni, sono arrivato alla conclusione che no, non è necessario l’adattamento della legge alle situazioni di fatto, semmai il contrario.
Giorni fa, a un ricevimento di nozze, una mia amica presente con me, argomentava che a lei, fidanzata da oltre un decennio, il matrimonio non interessava. Il non interesse, per lei come per altri riguarda, oltre che l’aspetto religioso, quello istituzionale e convenzionale. Si tratta di una libera e rispettabile scelta di non regolamentare un rapporto secondo le leggi vigenti. Le coppie eterosessuali che convivono, scelgono consapevolmente di vivere al di fuori di un recinto normativo e questo nulla lo vieta. E’ però criticabile la pretesa di un surrogato normativo che disciplini le convivenze si chiami Pacs, Di.Co, o in altra maniera: il matrimonio, civile o religioso, esiste per stabilire diritti e doveri della coppia. Ha senso inventare un patto civile sulla spinta che (generalizzo) l’amore eterno non esiste? Credete forse che l’esistenza dei Pacs o simili, porti automaticamente al cambiamento delle normative bancarie sui mutui, o che cambino i prezzi delle locazioni a seconda dello stato civile?
Mi si obietterà che le coppie gay non possono godere degli stessi diritti delle coppie sposate, soprattutto in materia di assistenza. A parte che, districandosi nella giungla normativa italiana, pur non essendoci una disciplina specifica, fatta eccezione per la filiazione, le coppie di fatto hanno modo di tutelarsi, e quindi anche quelle gay; rimane il fatto che c’è una scelta consapevole di vivere fuori di un recinto normativo. E anche se l’Unione Europea si muove in direzione dell’uguaglianza di tutti i cittadini (e di conseguenza devono farlo gli stati membri) questa uguaglianza non è percepita allo stesso modo dai cittadini stessi (si vedano le manifestazioni in Francia dello scorso anno). Si tratta di una questione di rispetto: se gli omosessuali fanno parte del tessuto sociale senza discriminanti, questo è già di per sé il raggiungimento di un’uguaglianza perché è sparita una discriminazione. Il non vedersi riconoscere matrimonio e adozioni non è una discriminante poiché questo riconoscimento sarebbe un di più.

Per capire questo occorre arrivare alla motivazione “naturale”. Esulando da ciò che dice la Bibbia in merito, e lasciando perdere certe convinzioni (anche laiche) che ancora la catalogano come malattia; l’omosessualità è una condizione con una sua natura. E la natura della persona omosessuale non si concilia con quella circostante: due uomini che decidono di formare una coppia sanno bene che la natura o l’evoluzione, per il momento, non concederà loro la possibilità di avere figli. La stessa cosa riguarda le coppie di donne e via proseguendo a meno che, la succitata evoluzione, non porti alla possibilità anche per l’uomo della partenogenesi. Se nasci maschio ci muori, a meno di non ricorrere alla chirurgia, se stai in coppia con uno del tuo stesso sesso non puoi fare figli naturalmente a meno di non adottare o di ricorrere alla fecondazione assistita . Gli obiettori alla mia posizione diranno che oggi uno ha la libertà di scegliere a quale genere appartenere, ma quello che mi lascia perplesso è che tra queste persone, ci sono anche gli oppositori agli organismi geneticamente modificati in agricoltura, che vogliono le tutele per mangiare una carne il meno “gonfiata” possibile, eccetera. Allora delle due l’una: vogliamo un ordine naturale delle cose oppure decidiamo cosa è naturale di volta in volta? Qui non parlo dei rischi per i bambini ma di un principio di natura: la condizione di coppia gay non consente secondo una logica scientifico-naturale la filiazione. Un’altra obiezione che può essermi rivolta è: ma perché se le coppie etero non riescono a concepire possono ricorrere all’adozione, le coppie gay invece no? Non si lede un principio di uguaglianza tra cittadini? Può darsi, ma occorre considerare che la coppia etero con l’adozione supplisce ad un handicap (l’incapacità naturale di non procreare) mentre la coppia gay quell’handicap non ce l’ha, di conseguenza il desiderio di genitorialità è viziato, in altre parole è un capriccio.

Poi occorrerebbe approfondire il discorso sulle adozioni in senso lato, di cosa si tratta, quali sono i percorsi da fare, capirne la natura ecc. perché la cosa più importante è la tutela del minore che viene adottato. Così come importante sarebbe evitare che esistessero minori da adottare e cioè combattere la povertà e i disagi sociali che portano all’abbandono e lavorare di fino sulla prevenzione, allo scopo di evitare le gravidanze indesiderate. Anzi, sarebbe senza dubbio la prima cosa da fare, perché questa è la radice del problema alla base del dibattito sulle adozioni. L’occidente, nella deteriorazione dei suoi valori, ha perso anche di vista le cause e gli effetti. Se si combattono povertà e disagio sociale, e si lavora sull’educazione sessuale, ci saranno meno orfanotrofi e soprattutto, meno bambini da adottare o da dare in affidamento. Questo è il vero nocciolo della questione. Il resto, e quindi anche quanto dibattuto in queste righe, è conseguenza delle soluzioni tampone, e quindi il non lavorare a una delle radici del problema. L’altra è l’impossibilità di procreare, condizione che per le coppie etero diventa un dramma e un disagio; mentre per le coppie gay è una condizione consapevole. Tutto il resto è un capriccio.

Stefano Bonacorsi