I tagli possibili

C’è differenza tra i tagli possibili e i tagli coraggiosi. Quelli annunciati dal Governo Renzi e che saranno presentati oggi, saranno i tagli possibili. Teste sacrificabili, mettetela come volete, comunque tagli che fanno rumore ma che si possono fare. E che fino ad ora si è aspettato a farli perché la politica ha tirato a campare anziché tirare le cuoia. Diciamoci tutto, Renzi è arrivato a Palazzo Chigi non tanto perché ha vinto, ma perché la politica, nel suo insieme, ha perso e lui è rimasto l’unica possibilità, l’ultima possibilità di riabilitazione della politica. Se si fosse seguita una logica nelle cose, Renzi si sarebbe presentato alle elezioni dello scorso anno da leader di coalizione e se la sarebbe giocata contro Alfano, ma la logica non c’è stata ed eccoci qui. Dopo il siluramento di Berlusconi ad opera di mercati che una volta in più dimostrarono l’inconsistenza dell’opposizione, e dopo i fallimenti di Monti e Letta, due tecnocrati, e quindi impossibilitati per loro natura a prendere una posizione (politica significa questo), Renzi è l’ultimo tentativo possibile. L’unico in grado di arginare Grillo e la sua banda di fondamentalisti, l’unico che può ridare credibilità alla politica. Se ce lo siamo trovati a guidare l’Italia il motivo è questo: più che salvare il paese (che come sempre farà da solo) salverà la sua classe dirigente, spingendola al rinnovo a partire dalla politica. Le prossime teste a rotolare travolte dalla ghigliottina rottamatrice saranno quelle dei leaders sindacali e industriali, a vedere se si esce anche lì dall’immobilismo. Nel frattempo si da un colpo al cerchio e un colpo alla botte, magari complicandosi la vita come nel caso della riforma del Senato, e presentando piani economici possibili. Sì perché la straordinarietà di quello che presenterà Renzi questa sera, sarà l’ordinarietà con cui si poteva fare già da diversi anni e non si è fatto. Si dirà, bene, allora meno male che lo fa lui. Certo, da qualche parte bisogna pur cominciare, ma questi inizi li poteva fare anche Berlusconi a suo tempo, se non avesse intenzionalmente scelto (leggendo fra le righe i quotidiani dell’epoca) di far governare, nei suoi nove anni a Palazzo Chigi, Gianni Letta, suo eterno sottosegretario, l’uomo incaricato di pacificare il consiglio dei ministri col severissimo contabile Giulio Tremonti. Oppure li poteva fare Monti, che pure è liberale (Scelta Civica sosterrà l’Alleanza liberal democratica Europea) ma che contrariamente a quanto professano i liberali, s’è inventato una ricetta lacrime e sangue che ha dissanguato gli italiani. Letta, dal canto suo, è stato l’espressione di una politica impotente, incapace di rinnovarsi e rinnovare, compromesso dei compromessi, con un programma scritto dal Presidente della Repubblica, immobile su tutto, buono solo a perdere tempo.
Renzi, pur (ri)partendo da una manovra di palazzo, ha invece fatto quello che al paese mancava probabilmente dai tempi di De Gasperi (e che Dio mi perdoni per l’azzardo): ha incarnato una leadership nazionale, cosa che a Berlusconi, a parità di carisma, non riuscì per l’atteggiamento ostile di chi vedeva lui come un Mussolini mediatico. Il baldo Matteo invece, rompendo gli schemi tipici dei leaders di centro sinistra come Prodi o Letta, si dimostra furbo. Non si chiude nel recinto della maggioranza per non prestarsi ai ricatti dei piccoli e anzi, allarga l’orizzonte quando si tratta sulle riforme isituzionali. Atteggiamento rischioso, da equilibrista, ma sa che può farlo perché le elezioni i suoi avversari, anche quelli interni al Partito Democratico, non se le possono permettere, soprattutto con una legge elettorale in mezzo al guado (o alla palude, vedete voi). Sulle riforme economiche è la stessa cosa: di concerto coi suoi ministri fa esattamente quello che si poteva, o meglio, si doveva fare almeno tre anni fa (ed era comunque tardi): tagliare dove si può, quelle teste sacrificabili che per la politica non costituiscono voti cruciali. Ma nel 2012 con un governo tecnico appena insediato e una maggioranza tanto vasta quanto ballerina, le elezioni erano sempre sulla porta, non valeva la pena rischiare, anzi meglio lasciare che decine di italiani si suicidassero in nome dell’Europa che ce lo chiedeva, e si arrivasse all’esasperazione. Qui le elezioni non le vedremo fino al 2015 almeno e intanto, una fetta di consenso, il buon Matteo se l’è portata a casa e le europee lo confermeranno. Ed è proprio il consenso la chiave di volta degli ultimi 20 anni: nessuna maggioranza ha lavorato per conservarlo e la cosa si spiega col fatto che i ministri dell’economia, non sono mai stati, dal Berlusconi I a questa parte, dei veri politici. Neanche Padoan lo è, ma il verticismo voluto da Renzi nella conduzione del governo lo rende politico anche se politico non è.
E così siamo ai tagli possibili, quelli per i quali alcuni politici fingono di stracciarsi le vesti, ma sanno che non se lo possono più permettere. Lo “sforbicia Italia” è possibile perché si è arrivati alla constatazione che la ricreazione è davvero finita. Peccato che sempre quegli alcuni ci siano arrivati nel momento in cui sanno di essere al capolinea e si comportano come se il domani non fosse affare loro. Renzi, dal canto suo, fa quello che gli permettono di fare, consapevole che oltre a lui, sta salvando gli avversari, conscio che il paese, per il quale è prevista una crescita dello 0,8% e soprattutto che pagherà meno interessi sul debito per via dello spread basso, si riprenderà da solo. Come sempre.

Stefano Bonacorsi

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