L’Italia non va più a canestro

La vedete questa immagine? è sicuramente un immagine che non vedremo ai prossimi mondiali di pallacanestro che si disputeranno in Spagna. L’Italia ha fallito la qualificazione allo scorso europeo e ha rinunciato a correre per la wild card tanto che è notizia di ieri quella dell’assegnazione degli ultimi quattro posti per il mondiale (al che uno si domanda: le qualificazioni a cosa servono?). Risultato, dopo quelli del 2010 ci saltiamo anche i prossimi mondiali.

La cosa che mi lascia perplesso è che nel momento in cui il nostro movimento cestistico offre i migliori giocatori di sempre (Bargnani, Belinelli, Gallinari e Datome che giocano nell’Nba, ma anche Mancinelli, Hackett e le più o meno giovani promesse Aradori e Gentile) la nazionale ha risultati deludenti se non scadenti. Quando ero un appassionato serio e compravo Superbasket tutte le settimane,  sapevo di una nazionale, quella di Tanjevic e quella di Recalcati che, pur non avendo degli autentici fenomeni erano squadre vincenti per il livello che rappresentavano. Qualcuno vada a vedersi i nomi dell’argento olimpico di Atene 2004, e dell’oro europeo del 1999: troverà come costante i nomi di Marconato, Chiacig, Galanda, Mian e Basile. Nel ’99 c’erano Myers e Fucka, due fuoriclasse di livello europeo, nel ’04 c’era Pozzecco, un insider pazzesco e imprevedibile. In entrambe le formazioni una serie di comprimari di cui si sono persi i nomi (ad esempio i naturalizzati Radulovic e Damiao) ma che comunque hanno fatto in modo che la squadra in quel momento potesse riuscire. E poi? Poi un lento (neanche troppo) inesorabile declino, prestazioni grottesche e risultati che definirli deludenti è guardare positivo. Sia chiaro, c’erano già state in precedenza annate poco soddisfacenti, dovute soprattutto al ricambio generazionale, e i due periodi con Sandro Gamba allenatore negli anni ’80 ne sono una prova. Ma a differenza di oggi, il basket italiano, produceva per lo meno squadre in grado di dominare la scena europea: nell’87 e nell’88, anni in cui a livello europeo la nazionale non lasciava il segno e non si vedevano le olimpiadi nemmeno col binocolo, l’Olimpia Milano di Dan Peterson vinceva la Coppa dei Campioni (oggi Eurolega) e la coppa Intercontinentale. La Siena ammazza campionati degli ultimi 7 anni invece ha visto solo due final four, tra l’altro senza lasciare il segno. E’ evidente che esiste una crisi dell’intero movimento e la nazionale ne è la punta dell’iceberg. A livello dirigenziale sulla poltrona più alta della federazione siede ancora Gianni Petrucci, ritornato dopo la guida del Coni e dopo che la Fip non era stata in grado di esprimere un gruppo dirigente a seguito del commissariamento. Se da un lato il basket è tornato a interessare le grandi città (Roma e Milano) con buoni risultati, dall’altra le piazze storiche (Bologna su tutte) sono in crisi nera. Mancano figure di riferimento anche come testimonial (questa e quest’altra pubblicità ve le ricordate?) gli sponsor latitano e, cosa paradossale, in un epoca in cui non manca l’offerta di canali televisivi (negli anni ’90 il basket lo guardavo la domenica su Raidue per intenderci) i media, forse proprio per la mancanza di sponsor non investono. La Rai una volta era l’eccellenza per chi non seguiva il calcio, ora è la soluzione di ripiego, o per lo meno l’usato garantito per federazioni e leghe (neanche tutte, vedi alla voce rugby). E dire che in un epoca di crisi, anche rilanciare gli sport diversi dal calcio potrebbe rivelarsi una risorsa, in fondo se il pubblico non manca nei palazzetti, perché dovrebbe mancare in televisione? Ma sto uscendo dal seminato.
Il punto è che il basket, quello che fino agli anni ’90 era il secondo sport di squadra per appassionati (ricordo ancora che l’eurolega del 2001 vinta dalla Virtus Bologna ebbe un servizio al tg1) è in una crisi nera. La pallavolo, pur non avendo la stessa visibilità del basket, produce due nazionali, maschile e femminile, di alto livello e la maschile, pur non essendo più una generazione di fenomeni, tra europei e olimpiadi negli ultimi tre anni è sempre salita sul podio. Se persino il rugby, che non ha saputo organizzare un torneo professionistico degno di questo nome ha prodotto comunque una nazionale d’alto livello (e a livello di club in Europa patiamo anche dalle squadre rumene), mi chiedo perché il basket non sia più in grado di farlo. E dire che era uno dei più bei prodotti del made in Italy, o meglio, uno delle importazioni meglio riuscite di sempre. Speriamo che la rotta si inverta.

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