cronache dalla tranquillità (relativa)

si sta relativamente tranquilli in appennino. teniamo le orecchie puntate sulle radio locali, per essere informati sulla situazione, con lo sciame sismico che sembra non voglia saperne di cessare, coi parenti in pianura che ci dicono che stanno bene anche se hanno visto la loro vecchia abitazione, dove son stati fino a qualche anno fa, crollare e sparire lasciando i ricordi sopra e sotto la polvere. provi a contattare le persone che sai vivere laggiù e respiri il loro dramma, guardi il telegiornale e hai gli occhi lucidi. tieni gli occhi puntati sui social network, per guardare le informazioni in tempo reale, leggi i giornali, ti informi su come sta lavorando la macchina dei soccorsi. incontri amici che sono nella protezione civile e vedi i loro occhi stravolti. lavori, e vai avanti e ti senti fortunato una volta di più. sai che nella tua zona sono arrivati degli sfollati e allora di nuovo ci si informa su quello che si può fare. poco o tanto non importa, non abbiamo tempo per piangere, bisogna fare, agire, non aspettare che si muovano quelli importanti. inizi a fottertene delle parate e delle polemiche, perché hai (ri)scoperto che le istituzioni, quelle più vicine alla gente, funzionano e ci sono in prima persona (un sindaco di un paese vicino al mio è in prima linea coi volontari della protezione civile). riempi la pagina di un blog per dire che la vita sta continuando, che un altro giorno è andato, il tremore non passa, ma nemmeno la voglia di ripartire. ci sentiamo più fragili, a volte inutili (alla fine a che serve il mio scrivere?), però uniti come non mai. è qualcosa di ancestrale, perché è la tua stessa terra che trema, anche se solo cento chilometri più in là.

Stefano Bonacorsi

p.s.: ho pensato che potesse adattarsi alla situazione…

no, i 2 cazzo di centesimi no!

se c’è una cosa che fa incazzare in tutto questo trambusto della terra che trema, è l’aumento della benzina di altri due centesimi al litro, per il sostegno ai terremotati. mi si dirà, siamo in emergenza. ma ‘sto cazzo, e non chiedo scusa per il francesismo, questa merda di paese vive da quando è nato sull’emergenza, forse non sa neanche più distinguere quelle vere da quelle finte. io mi chiedo, se anche fosse giusto, ma vi pare che il terremoto valga 2 centesimi al litro contro i 10 di una crisi scatenata da una finanza fuori controllo e una classe dirigente inetta e incapace? io vorrei chiedere al genio della finanza Mari&Monti, ma non dovevamo adottare misure per la crescita? come cazzo fanno i bassaroli a ripartire se gli aumentate beffardamente la benzina? o mettete la bassa come zona franca? qui c’è da ricostruire un tessuto industriale, il PIL della provincia di Modena vale quanto tutta la regione Sicilia, signor Monti, altro che 2 centesimi al litro! se si deve crescere non si deve mettere il bastone tra le ruote, con cosa si portano i soccorsi o il materiale della ricostruzione? con mezzi gommati che vanno a benzina o gasolio! e quanto la vogliamo far pagare questa ricostruzione? l’Emilia- Romagna, signor Monti, non vuole la carità, non vuole pesare sul resto d’Italia che poveretta, ne aveva già abbastanza. mettere l’accisa non porta a ricostruire, porta a vuotare ulteriormente le tasche, specialmente quelle dei terremotati. io no ho avuto danni, signor Monti, e sono pronto a dare il mio contributo in maniera concreta, pensi, eviterò pure i numeri della solidarietà, non mi fido più. conosco le persone che vanno giù nella bassa ogni giorno, facendosi due ore di macchina, hanno ben chiara la situazione. chieda a loro, e forse le potranno venire idee migliori su come aiutarci. ma i 2 cazzo di centesimi no, peseranno anche sulla macchina dei soccorsi. e son d’accordo che nessun governo è mai stato in grado di gestire un’emergenza, ma davvero, signor Presidente del Consiglio, non dia questa ulteriore mazzata. le sembrerà poco, ma è tanto. si è già in ginocchio ma con voglia di ripartire, nonostante due giri di mazurka parecchio forti. non ci dia un ulteriore colpo.

senza stima
Stefano Bonacorsi

toglierci la polvere di dosso

il rischio di essere retorici c’è, ma non posso farci nulla, alla fine non mi importa. oggi più che nove giorni fa mi sono sentito ferito. ho parenti che vivono nella bassa, amici e conoscenti. mi ha telefonato mia madre nelle nove e venti per dirmi che aveva tirato di nuovo forte, io ero in macchina, a Pavullo di ritorno da Modena. ho avvertito un senso di impotenza come poche altre volte nella vita. arrivato a casa, in officina ascoltavamo assiduamente una radio locale per avere notizie in tempo reale. ho girato non so quanti tweet (per quello che può contare) ed sms per sentire gli amici tra Modena e Bologna. una giornata in ansia. all’una, seguendo Rainews 24, apprendiamo di un’altra forte scossa. non la sentiamo ma d’istinto guardiamo il lampadario: dondolava.
la sensazione è stata strana, e sarà strano anche domani. le zone colpite distano un centinaio scarso di chilometri, le vittime sono emiliani come me, modenesi, bassaroli, come li definiamo in uno slancio campanilistico. eppure pensando a loro, pensando al fatto che viviamo sulla stessa terra, solo con due modi differenti di viverla e interpretarla (ma alla fine montanari e bassaroli sono due facce della stessa provincia) veniva da piangere, da lasciare il lavoro e correre giù, farsi quelle due ore di macchina e mettersi a disposizione. siamo gente dalla scorza dura, abituati a chiedere poco, poco propensi al vittimismo, pronti a darci da fare. pare tutta retorica ma è così. forse siamo pure un po’ sboroni, con quel voler essere un po’ americani, un po’ eroi anche se goffi, perennemente in posa e fuori posto, un po’ come (purtroppo) ben ci hanno rappresentato Vasco Rossi e Ligabue in questi anni. però siamo questi, e in questo momento ci sentiamo tutti un po’ più vulnerabili, come se tutto quello che abbiamo ci dovesse crollare sotto i piedi, come se tutto quello a cui abbiamo dato importanza fino a oggi non contasse più che tanto. ci siamo resi conto in dieci giorni, che siamo piccoli come formiche, che tutte le nostre corse alla fine non sono poi così necessarie. siamo frastornati e increduli, ma siamo uomini donne e ragazzi pronti a ripartire, a farsi strada nella polvere. non aspetteremo (non l’abbiamo aspettato prima) il governo, né faremo pianti isterici in diretta televisiva. non è stato fatto prima, quando l’attenzione dei media nazionali era scarsa, e non sarà fatto adesso che i morti e gli sfollati sono aumentati. non sarà un sisma a piegarci, e uso il plurale non perché retoricamente siamo tutti bassaroli, ma perché (anche retoricamente ammettiamolo) sono emiliano, sono fiero di esserlo e di essere figlio di una terra fiera. di qua c’è passato di tutto: guelfi, ghibellini, Estensi, Borboni, Asburgo, Napoleone, papi, carbonari, regio esercito, socialisti, fascisti, nazisti e partigiani. abbiamo visto nascere il tricolore, abbiamo avuto più di una guerra, ed eravamo il confine della linea gotica. tutto questo era racchiuso nelle chiese, nei castelli e nei monumenti che il terremoto ha spazzato via. ma non ci ha fermato la neve lo scorso inverno (era più colpita la Romagna, ma importa poco, la regione è la stessa e alla fine è tutto campanilismo, il carattere dei romagnoli è simile, anzi, meno burbero), e non ci fermerà il terremoto. ripartiremo, a fatica, inghiottendo le lacrime ma ripartiremo. forti dei nostri ricordi ricostruiremo. si potrebbe anche dire che potrebbe essere l’occasione per l’Italia intera di ripartire, ma non arriverei a tanto, sarebbe questa sì, inutile retorica. mi limito a dire che sorprenderemo tutti, che ognuno, dal suo angolo di Emilia o della Romagna, farà del suo meglio (o del suo peggio, i farabutti non mancano purtroppo) per far sì che la prossima scossa sia quella delle nostre solide spalle, per toglierci la polvere di dosso.

Stefano Bonacorsi

tutto in una scatola

(foto scattata al Messer Botolo, con le incaute fanciulle e il serial killer)

ci sono cose con cui bisogna fare i conti. non parlo dei terremoti o delle stragi, situazioni o atti gravi, ma di cui si tiene poco conto perché ingenuamente pensi che tanto tocca sempre agli altri. parlo delle piccole delusioni, dei dispiaceri che possono turbarti la vita, delle piccole cose su cui hai costruito grandi ricordi che improvvisamente (ma neanche tanto, diciamolo) spariscono o meglio, si fermano. quelle cose che magari percepisci, che ti auguri possano risolversi in meglio ma che poi, forse anche per il loro bene, si risolvono nella maniera che non avresti voluto. accade così per noi che ci attacchiamo alle piccole mitologie della post- modernità, e quindi quando un cantante delude le aspettative, o un gruppo che ti ha segnato si scioglie, quando un posto che frequenti cambia luogo o gestione o peggio ancora chiude… ti senti smarrito, con qualcosa in meno. sembra stupido, ma qualcuno potrebbe definirlo romantico. e allora sarò un fottuto romantico, o nostalgico del cazzo, ma quando un luogo è stato fonte di ricordi, risate, sbronze e serate memorabili, non puoi fare a meno di provare malinconia per il fatto che i prossimi ricordi non li costruirai lì. e anche se non è il caso di farne una tragedia, perché in fondo non era il mio posto preferito (ma stava comunque sul podio), né lo frequentavo assiduamente, si tratta comunque di un pezzo importante della mia vita che se n’è andato, e adesso se ne sta lì, nel cassetto dei ricordi, quando solo una settimana fa, lo consideravo… come uno dei miei probabili approdi per la sera.
ho avvertito una certa emozione quando mi hanno detto che sarei stato l’ultimo a bere una birra  del tipo keller, che il fusto era finito e non ce ne sarebbero stati altri. così come a uscire dal locale per l’ultima volta. là dentro ci ho fatto la mia festa di laurea, altre feste tra lauree e compleanni, c’è stato il matrimonio di un mio caro amico, ci ho passato serate inconcludenti e altre parecchio divertenti. ci ho portato anche qualche ragazza, non sempre a buon fine. non ero un cliente assiduo, ma ci sono stato abbastanza per farmelo mancare in futuro. adesso è tutto in una scatola, assieme ad altri ricordi.

Jack

e sia

e sia, che diamine, me ne sto a casa. me ne sto a casa perché non ci ho un cazzo da fare, tanto che, per ammazzare la domenica ho pure portato avanti del lavoro. me ne sto a casa perché fuori piove, perché oggi ha tirato il terremoto e mi é saltato un programma già fatto, perché ad un certo punto la pigrizia ha vinto sulla solitudine, o perché chi avrei dovuto incontrare non era chi avrei voluto incontrare. e allora sto a casa, con un incredulo padre a cui fa strano che io perda i miei 28 anni dietro a un computer, in casa, collegato a social network che hanno tutto per non dare niente. sto a casa, svogliato, incazzato e frustrato, in vista dell’ennesimo cambio di stanza o trasloco che dir si voglia, in quasi due anni ho cambiato più letti che fidanzate, e se facciamo conto che sono single da tre anni…
sto a casa e ascolto la pioggia, l’unica cosa che mi rilassa, me ne sto col mio computer, l’unico oggetto che non ho dovuto rinchiudere in una scatola e dare alla polvere, mentre buona parte di libri cd e quant’altro renda la mia vita un puzzle, sta confinato in angoli e dio solo sa quando potrò rimetterci mano. questo perché accadono eventi che quando arrivano ti sconvolgono la vita e l’eccezione diventa la normalità. ma quando la normalità rimane eccezione, nonostante di eccezionale non ci sia più nulla, alla lunga le palle ti girano eccome. e se non riesci a far scorrere le cose come vorresti, se non riesci a capire cosa c’è in te che non va, che cosa ti impedisce di poter dire noi anziché io, ogni tanto ti senti in diritto di incazzarti, specie quando, per ampliare un semplice giro di conoscenze, le tue parole vengono prima fraintese e poi ti viene offerta tutt’altra opportunità, e la cosa ti spiazza, io mica cercavo un’agenzia matrimoniale, volevo solo parlare. e sì, magari ci può anche stare, ma chi ti dice che io dietro ad un avatar sono quello che pensi che ti abbiano detto?!? e comunque non importa, avrò una domenica in cui sarò meno scazzato o sarò semplicemente meno pigro.
fatto sta che sto in casa, a leggere di bombe attribuite troppo in fretta, di terremoti che sconvolgono e spaventano, a sentire la pioggia, a sentirmi brontolare perché sto in casa. in fondo non c’è niente di drammatico, la benzina costa, e comunque la mia vita sociale pur essendo strana e stramba è buona: ho pur sempre due gruppi uno musicale e uno teatral-musicale, ho un giro di amici neanche troppo largo ma che so buono, e faccio shiatsu. che voglio di più? cosa mi toglie una domenica a casa? nulla. e allora sto a casa. e sia!

Jack

Wild Thing- Max Stèfani

c’è un dato che emerge dalla biografia di Max Stèfani: quest’uomo è profondamente ingenuo! Wild Thing è innanzi tutto uno spaccato sulla scena musicale italiana, dagli anni ’60 ai giorni nostri, dall’underground (o come usa dire oggi dall’indie rock) al mainstream. l’ho trovato divertente, anche se con qualche refuso di troppo, e poco mi importa se alcune malelingue dicono sia stato copia-incollato o sia un libro infamante e offensivo per molte persone citate. esistono pur sempre le querele…
per convinzione personale, credo che buona parte di quelli che lo hanno acquistato (sottoscritto compreso) si sono andati a leggere per prime le ultime pagine, per capire come siano andate le dinamiche dell’allontanamento di Stèfani da quella che era la sua creatura, il Mucchio Selvaggio. e al di là della malafede che può esserci stata (siamo in attesa che Federico Guglielmi aggiorni la vera storia del Mucchio in modo da avere l’altra campana) da parte dei collaboratori più o meno storici, la conclusione a cui sono arrivato alla fine è stata… Max, un po’ te la sei cercata! e che diamine, l’autore per buona parte del libro non fa altro che dire di quanto sia indolente, di quanto appena poteva smollava tutto alle persone di sua fiducia ecc. ecc. sarà che io, più vado avanti (e di anni ne ho 28) più preferisco l’autarchia (e quindi delegare il meno possibile), però se non ti prendi la briga di stare materialmente sulla composizione del giornale (si percepiva a sfogliarlo che buona parte del lavoro era nelle mani di Daniela Federico- Guglielmi, John Vignola e Beatrice Mele), se non ti curi di approfondire lo stato delle finanze della società di cui fai parte, se materialmente lasci che tutto ti venga preso da sotto il culo in maniera più che palese… non puoi che prendertela con te stesso alla fine. che va bene essere spregiudicati fino all’incoscienza (leggi alla voce querele) pubblicare qualsiasi cosa ti passi sotto mano o avere l’occhio lungo su come si può indirizzare una rivista, però la fiducia non va data per scontata, specie se l’atteggiamento di chi da fiducia (Stèfani) viene scambiato per disinteresse (questa è una mia illazione). certo è che se è fondata la malafede di chi guida il Mucchio oggigiorno, e ho motivi per crederlo per via di scambi di e-mail che ho avuto con alcuni ex collaboratori, è un peccato che sotto la facciata di una rivista che ha fatto storia e dettato la linea al giornalismo (anche) musicale, vi siano le solite parrocchiette e il solito clan clan. ma del resto siamo in Italia, ed effettivamente è da sciocchi pensare che esistano isole felici e uomini tutti d’un pezzo. l’umanità ha i suoi pregi e i suoi difetti e il Mucchio non ne è stato esente, così come Max Stèfani, il quale a breve tornerà a scrivere sulle pagine di “Suono Wild” evoluzione di “Suono” rivista su cui ha esordito nei lontani anni ’70. rivista che dopo annunci a vario titolo, pare partirà zoppa a causa di alcune polemiche che sono state il naturale sbocco di proclami un po’ troppo pomposi. dall’altra parte della barricata hanno esultato come a dire “avevamo ragione noi!”, ma questo attendere al varco non fa altro che confermare che se da un lato Stèfani si è distinto per indolenza e inaffidabilità, dall’altro non hanno motivi per dichiararsi innocenti. che bisogno ci sarebbe di tanta fretta a sbandierare la propria purezza e coerenza?
Wild Thing è tutto questo e (per fortuna) molto di più. bella edizione, bellissimo materiale fotografico, aneddoti spassosi, nota dolente il prezzo, ma si ha tra le mani un libro che sta bene in qualsiasi libreria e che è comunque la testimonianza di una delle più importanti rock star, nel bene e nel male, del nostro paese.
del resto, come diceva Lester Bangs, e come è anche riportato nell’incipit del libro “Non hai bisogno i una chitarra elettrica per essere un eroe del rock’n roll”

Stefano Bonacorsi

solo passi

sento solo passi
dentro la cattedrale vuota
e le parole riecheggiano
ne perdo il significato,
pur guardando quella luce
che un tempo era appiglio
e oggi è solo un fascio
in cui passo attraverso come un’ombra.

eppure sento le vibrazioni
dentro alle invocazioni di un cerchio
eppure vedo le mani tese
ma non ho più bisogno
a costo di sembrare irriconoscente
non mi sento più figlio
pur sentendomi fratello,
non sono più nella grazia
pur sapendo di camminarci accanto.

eppure credo in quelle mani tese
ma credo all’anima a cui appartengono
credo agli sguardi
alle parole
e non a chi ci passa attraverso,
e come un santo scettico
ho bisogno di vedere per credere
dentro e fuori ho solo miseria
non posso credere che mi verrà perdonata.

sento solo passi
dentro la cattedrale vuota
e vedo sofferenze che non mi so spiegare
vedo sento e provo amore
ma non lo sento corrisposto
da chi ne ha fatto un comandamento
forse sono solo sordo
oppure ingrato,
ma preferisco rendere grazie
al calore di chi mi sta accanto.

J.

quel passo che non faccio

eppure non mi sembrava
così grande
questo vuoto che riempie il vuoto
l’eco che rimbomba nelle mie stanze
piene di niente
la mia vita non mi sembrava
così ferma
nei miei giorni, a rincorrere un sempre
eppure non mi sembra
d’esser scalzo
ogni volta che inciampo
ogni volta che torno
su quel passo che non faccio
in quella cosa che non vivo
nella fuga da me
per non voler capire
per non voler restare
e ritrovarsi piccoli
indifesi
immobili, mentre il resto avanza
nonostante pensassi
fosse solo mediocrità ostentata
quando invece il mediocre ero io
quando invece l’idiota sono io
quando quello solo, sono io.

Jack

dalla diretta di San Giovanni…

arrivo a casa dopo una piacevole giornata in compagnia di cari amici e, nel farmi una cena approssimativa davanti alla tivù della cucina che riceve quattro soli canali del digitale terrestre (da queste parti si riceve come ai tempi dell’analogico: di merda), incappo mio malgrado in quel san remo in salsa rossa che è il concertone del primo maggio.
se l’horror passasse in prima serata, farebbe meno danni. assisto a una di quelle puttanate da paese di provincia, un orchestrina diretta da Mauro Pagani che rivisita in chiave classica (!) alcuni classici del rock internazionale. e già il fatto che debbano fare ‘sto tributo… vabbeh, complessi d’inferiorità che non ci passeranno mai, ma almeno li facessero in maniera decente e non come se si trattasse di un stramba cover band sinfonica! primo pezzo “Kashmir” dei Led Zeppelin con Raiz alla voce che pare un muezzin con seri problemi di catarro. roba da far rivoltare Jimmy Page nella tomba, non fosse soltanto che non è ancora morto… andando avanti, sono sicuro che a Keith Richards sono fischiate le orecchie quando avrà sentito la sua “Jumpin’ Jack Flash” suonata con l’effetto di “Money for nothing” dei Dire Straits, e cantata da un’Elisa che manco una bambina al suo primo saggio di canto avrebbe cantato in quella maniera. fiacca, moscia e triste. si chiude (spero) con una “Purple Haze” cantata direttamente da Pagani. domanda: ma perché non si limita a suonare che è bravissimo? perché guasta tutto con quella vociaccia e quella interpretazione da finto duro… suonavi nella Pfm e con De André su… non ne hai bisogno! e poi l’arrangiamento con gli archi l’avevano fatto molto meglio i Quintorigo a suo tempo, e spaccava il culo, mica l’assolo irish che hai buttato lì…. a seguire Francesco Pannofino, Emanuela Rossi, Marco Presta e quello splendore che è Virginia Raffaeli (si può dire che guardo il concerto solo per quello) si sono esibiti in un reading con frasi fatte… a parte la retorica, che al primo maggio (ma anche a san remo) non manca mai, ma… glie l’ha detto nessuno che un reading davanti a centomila persone non regge, non se lo fila nessuno? è Piazza San Giovanni, mica l’Ariston… e comunque anche le presentazioni somigliano sempre più a quelle della città dei fiori… e tolti tutti i discorsi socio-impegnati-dovuti dal contesto, mi ci gioco la camicia che hanno citato i roadies morti nei concerti di Jovanotti e della Pausini, che parlano del precariato nel mondo dello spettacolo, della previdenza inesistente… finisco queste righe ascoltando distrattamente Caparezza… mi chiedo se senza tutto il carrozzone teatrale il suo set reggerebbe uguale… che tristezza il concertone!

Jack

p.s.: ecco come dovrebbero essere i proclami del primo maggio!