l’ultima battuta

voglio pensare che sia stata l’ultima battuta che ti era stata concessa. che quando hanno deciso di spedirti su questa terra, ti avevano dato quel numero di battute da fare e poi stop, non ne avresti potute più fare. e per nascondere questa cosa si sono inventati un malore. sì dev’essere andata così. solo che non lo sapevi, non lo sapevamo noi, non lo sapeva nessuno. un’ultima battuta e poi stop. doveva finire così, sul campo. nell’unica volta che ci siamo davvero sentiti sconfitti.

Jack

ipocondria

non sarò nient’altro che un guerriero errante nella notte, 

andrò a confessarmi su ogni bancone
svuoterò ogni mia emozione, ma non vorrò più avere paura.
resterò in equilibrio sulle note che sentirò più mie
mi libererò delle mie ansie con l’ennesimo conato
ma non avrò timore del vento che mi tormenta alla finestra
sarò solo insofferente ai dubbi che nascono sulla nebbia
e non vorrò avere paura di avere paura.
deriderò il dolore prima di averlo realmente pianto
e non vorrò soffrire temendo la sofferenza,

vorrò vivere una volta di più come se fosse il primo giorno
una scoperta continua, senza l’obbligo di dover cogliere
per forza tutto come se fosse l’ultima volta.
vorrò non avere più alibi, 
per non soffrire più di un’ipocondria amorosa,
per poter finalmente scegliere senza delegare
e poter essere finalmente libero.
Jack

Voci di donne, l’evento

“Voci di donne” arriva alla sua rappresentazione. L’iniziativa è partita lo scorso gennaio con la pubblicazione di un bando di concorso, intitolato “Voci di donne” e rivolto alle sole donne dell’appennino. Nel bando si richiedeva la stesura di un testo a tema libero, con le forme che spaziavano dal racconto alla poesia, alla canzone, al commento, alle pagine di diario o articolo di giornale. Il “premio” del bando consisteva nell’andare a comporre il copione dell’omonimo spettacolo. Gli Oceanobar, sono un gruppo di teatro narrante composto da Irene Giancaterino e Stefano Bonacorsi che si alternano alle voci narranti e dal pianista Francesco Guidarini. Il gruppo è presente da diversi anni sul territorio appenninico e si occupa di spettacoli di narrazione accompagnati da musica. L’evento è stato inserito nella manifestazione “Milleventi s.l.m” in collaborazione con il comune di Sestola e l’associazione Arterie. “Voci di donne” sarà rappresentato come aperitivo letterario giovedì 8 marzo in occasione della festa della donna. Per l’occasione la sala vedrà l’allestimento dei dipinti dell’associazione “Sette di Quadri” e la partecipazione al canto di Paola Giancaterino. L’inizio è previsto per le ore 18 e 30 presso la saletta “Incontro” in via Panorama 13 a Sestola.

normale

a volte vorrei davvero essere uno normale, uno qualunque. non avere interessi particolari, seguire il campionato la domenica, leggere (ammesso che lo voglia fare) solo qualche best seller consigliato da altri lettori di best sellers, vedere solo i film che guardano tutti, avere poche fisse, poche passioni, una vita mediocre, in mezzo ai mediocri, una relazione ordinaria, niente da spiegare, niente da far capire. eppure sono un mediocre, uno qualsiasi, certo, ma fuori dai miei confini, lontano dal mio paese, dai miei affetti. dentro quei confini, non sono uno qualunque, sono il Cug, sono Jack Tempesta, sono il figlio del tale che fa quelle belle cose, sono quello che scrive per il giornale. sono semplicemente me stesso alla fine, ma alle volte questo essere me stesso, mi stanca. non potrei essere io se non facessi le letture musicate, se non suonassi, se non trovassi buono ogni pretesto per esibirmi a livello artistico, se non scrivessi questi blog che scrivo. non potrei senza “la ridda di corni, fagotti e ottavini che cornacchie e pettirossi mi muovono in testa”. e più passa il tempo, più sento la verità nei complimenti che mi fanno, sento che divento un pochino sempre più bravo, e ne sono consapevole che la mia vita è anche questa vita. una vita in cui mi spiego a pezzi, dietro a un microfono, con parole spesso di altri, solo la mia voce che non tradisce le mie emozioni. non potrei essere io se non fossi questo. comincio a pensare che mi basterebbe meno, anche se non rinuncerei a quello che e sono. eppure c’è un senso di vuoto che accompagna i miei gesti, il dopo. il prima e il durante non sono un problema, il dopo sì. ed è quel chiedersi se serve veramente a qualcosa tutto questo, se uno sguardo sognante è davvero appagante, se sono stato utile. a volte non mi sembra così essenziale.
lo faccio per me, tutto questo, prima di tutto è vero. ma è una frase egoistica che non giustifica. l’appagamento c’è, ma poi mi chiedo cosa è restato e non me lo spiego. eppure ne ho bisogno. eppure vorrei essere un mediocre a volte, mediocre ma felice. è pur vero che questo mio esser nomale mi piace, e mi rende a sua volta felice, è che forse vorrei che quella felicità avesse un che di speciale. e invece è normale e dura poco. come tutto quello che è normale.

Jack

qualcosa che c’era

un pezzo di mobilio. il duomo di Modena. qualcosa che sai che c’è, che è lì e che prima o poi sai che visiterai o farai in modo che faccia più parte di te. questo era per me Lucio Dalla. un artista di cui sapevo l’esistenza, di cui non ho mai saputo a memoria le canzoni, che ho ascoltato davvero poco e che so che mi mancherà davvero tanto. un genio poliedrico, uno mai banale. lo accosto ad un altro pazzo furioso, Franco Battiato (un’altro che ascolto poco), perché so che nessuno come loro, nella canzone “leggera” è andato così oltre. oltre gli schemi, in profondità. eppure non lo consideravo, e non inizierò a farlo ora. sapevo che c’era che prima o poi avrei approfondito, avrei esplorato e so che avrò modo di farlo, perché soprattutto adesso ci sarà più di prima. perché in qualche modo mi sentirò in ritardo, come se non avessi potuto stringere la mano a una persona che chissà, se gli fosse capitato di vedere una mia esibizione, non avrebbe esitato a dire la sua, non con fare spocchioso, ma con curiosità. la stessa curiosità che l’ha portato a non essere un artista comune, nonostante il successo commerciale. era presente ma non invadente, probabilmente consapevole che la sua parabola era in discesa, ma l’accettava senza rendersi ridicolo. uno che sapeva quale era il suo spazio. anche per questo mi mancherà. perché anche nel momento dell’addio, nel protagonismo dei “mi ricordo” non c’è niente di assillante, le sue canzoni le sentiamo ma non ci danno fastidio, non sanno di lacrime di coccodrillo. sanno di qualcosa che c’è scivolato dalle mani, come un bicchiere quando cade. qualcosa che non ci aspettavamo e a cui non sapevamo come avremmo reagito. e infatti continuiamo a non capire, continuo a non capire, orfano di qualcosa che sapevo che c’era, e che non c’è più. e di cui, quando mi deciderò ad ascoltarlo sul serio, sentirò tremendamente la mancanza.

Jack