un inizio

è fatta di giorni d’angoscia questa fine d’anno, vuoi perché odio questo mese e tutte le sue celebrazioni, vuoi anche perché la situazione, mondiale, europea, nazionale, lascia poco spazio all’ottimismo e anche alla possibilità di fare anche un solo piccolo progetto. dieci anni fa, al primo Natale col terrore che Al Qaeda facesse saltare in aria tutti noi, per certi versi (vuoi anche l’età più ingenua, andavo per i 18), le prospettive non erano così terrificanti. per lo meno, nonostante le guerre in Afghanistan e di lì a poco in Irak, si poteva girare in auto senza dover accendere un mutuo. c’era Berlusconi sì, però per quanto terribile, non era la caricatura di sè stesso, e l’immobilismo, all’epoca, ce lo potevamo quasi permettere. non so, nel giro di 3 anni, dal crollo della Lehman Brothers a questa parte, le prospettive sono cambiate, gli orizzonti si riducono sempre di più. se dieci anni fa ci facevano paura con l’ipotesi di bombe su aerei o nelle metropolitane, oggi ci terrorizzano con lo spettro della povertà, sempre efficace, quando si tratta di andare a colpire laddove si ottiene un maggior riscontro: i consumi. ed è vero per certi versi, che esiste un mercato dell’inutile che non ci possiamo più permettere, ma a cui non vogliamo rinunciare; però è frustrante che tocchi proprio a noi questo “sacrificio”. il virgolettato non è a caso, perché a conti fatti, se penso alla vita che fecero i miei nonni (me n’è rimasto uno, 90enne da poco e in formissima, ma nei suoi racconti, tra guerra, prigionia e povertà, la fame la senti per osmosi) noi sacrifichiamo il  brodo grasso. quello che è frustrante è il dissolversi delle belle favole che ci hanno raccontato, che mi hanno raccontato fino a dieci anni fa: che avrei preso il diploma, avrei trovato lavoro, oppure avrei fatto l’università e mi sarei fatto una posizione, mi sarei sistemato e chissà quante altre cose. ora, io ho finito di studiare quest’anno, ci ho messo più tempo del dovuto, un pò per difficoltà varie ed eventuali e un pò per cialtronaggine mia, però ce l’ho fatta. in mezzo ci ho lavorato più o meno con regolarità e continuità, facendo il cameriere, aiutando i miei in ditta e facendo il cronista. sono arrivato in fondo abbastanza lucido per cogliere l’azzeramento delle prospettive che l’università mi offriva e la possibilità di continuare la ditta di mio padre coi miei fratelli. ho scelto la seconda. poi ho aperto, parallelamente un’attività mia. e come regalo, anziché premiare la mia iniziativa, mi piazzano l’iva al 23%, e manco posso ritoccare i prezzi della mia seconda attività, perché sono appena partito! per ora comunque, ringrazio la mia fantasia, ingeniarsi è rimasta l’unica soluzione per provare a uscire da questa melma. però mi viene da pensare, a me, single con poche prospettive, a chi ancora i suoi percorsi di “preparazione alla vita adulta” li deve ancora terminare. collaboro con un gruppo interparrocchiale, do loro una mano come musico, quando fanno gli spettacoli teatrali. molti di questi ragazzi sono tra i 15 e i 17 anni. mi chiedo a volte cosa raccontano loro a scuola, quali promesse di vita gli hanno narrato i loro genitori. penso all’oggi che non so io di che morte morire, e penso a loro se si aspettano qualcosa, se se ne rendono conto a che cosa si troveranno davanti. probabilmente si troveranno meno di quello che ho trovato io. e quel che è peggio è che forse nemmeno gli hanno detto, come è stato detto a me, che l’unica cosa che ci può salvare è usare la testa, avere fantasia. qualcuno che li indirizza c’è, e frequentandoli, ho scoperto con piacere, che ci sono nuove generazioni che avranno sogni. spero per loro, che abbiano anche la forza di portarli avanti. poi vuoi che sono nati in un posto, l’appennino modenese, dove per salvarti dalla noia o ti ubriachi o ti metti a suonare, e una cosa non esclude l’altra, ma la seconda, per lo meno, presuppone che esista un barlume di fantasia, o di potenziale espressivo che un domani potrà tradursi in un lavoro inventato, in un lampo di genio o chissà cosa. nel frattempo, a quei ragazzi, in attesa che possano rendersi conto, senza troppi traumi, cha a loro andrà peggio che a noi, gli auguro di innamorarsi. sì, perché forse, in questo periodo di merda, in cui spremono sangue dalle pietre, l’unica cosa che ci può rimanere da fare è quella. innamorarci e concederci. per credere ancora in qualcosa. per credere che un inizio di qualcosa, comuque ci sarà.

Jack

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