sorry, i’m 28 and i’m drunk

è così, che ci posso fare, oggi sono 28 e non ho voglia di festeggiare, solo una dedica, una sola e poi tornerò a disperdermi in questa fine d’anno in cui tutte le certezze sono naufragate, solo gli sguardi sono rimasti, e spero d’incontrarne ancora qualcuno dopo mezzanotte. mezzanotte, mezzanotte, nient’altro che un brindisi in cui affogheremo le nostre paure, ci stringeremo, costruiremo un altro ricordo. e poi di nuovo a correre, perché alla fine un altro anno si é aggiunto e ti trovi più vecchio sì, ma anche più ricco, spero che non mi tassino gli anni che ho ancora da compiere. scusami, ma davvero, devo rimettermi a correre, perché se no non arriverò più, ma oggi è un giorno che non voglio frenetico, non voglio perfezioni, non voglio nulla, se non un altro abbraccio, una confessione, una stretta, uno sguardo sì, voglio ancora uno sguardo. voglio ancora sentirmi come il giorno della Bastiglia, come quando correvo di notte, fottendomene del sonno e di tutto quello che avrei fatto il giorno dopo. vorrò correre anche stanotte, da un capo all’altro, vorrò sentirmi vivo, perché sì, ne ho uno in più, ed è un altro tassello, un altro mattone nel muro. vorrò correre fino alla fine del mondo, fino a quando mi affaccerò sul precipizio e guarderò verso il basso e non sarò ancora pronto a saltare, vorrò avere una mano da stringere, ancora una volta, prima che tutto finisca. non finirà inizierà, qualsiasi cosa sia inizierà, e sarà il migliore dei compleanni. e scusami se ho mentito, da ubriaco non ci sarei riuscito a scrivere tutto questo. lo so, ti sembra impossibile, o forse solo improbabile. ma ieri sera ero stanco, avevo bevuto, neanche troppo ma le parole dormivano da prima che io avessi sonno. oggi sono un pò meno stanco. ho un futuro da affrontare nelle prossime ore. tutto quello che mi è rimasto. tutto quello che avremo.

Jack

after st. stephen

finisce che lo perdi il sonno, in una notte tra le tante di natale, disperso tra la stanchezza e il senso di incompiuto che ti permea. e puoi aver fatto la cosa più giusta, dato l’abbraccio che desideravi, toccato il cuore di altre persone, permesso ad altre di scolpire la tua pietra, ma rimarrà quel dubbio pulsante sotto la roccia, sotto un viso stanco, un sorriso bianco di chi risponde grazie allo stupore altrui. e ancora una volta dimostri che sai fare qualcosa, che puoi donare qualcosa, ma a te stesso, ancora una volta dimostri che lo sai fare solo così, che nessuno potrà tradurre i tuoi gesti, i tuoi sorrisi, i tuoi affanni, le tue emozioni, il tuo trasporto. quello è il tuo solo modo che hai per poter amare, per cercare gli sguardi desiderati l’istante prima che le parole si blocchino, in uno strano imbarazzo, seduto, in una notte in cui più di altre vorresti abbracciare. e non ti resta che lo strazio, perché tra poco ne avrai un altro in più al tuo contatore, e le domande saranno sempre le stesse, e ti chiederai se sarà sempre così o se farai qualcosa per cambiare, o di nuovo ti metterai inerme ad aspettare. finisce che lo perdi il sonno, tra troppi silenzi in troppe stanze vuote,  in quel cammino in cui non vedi neanche le tue di impronte. non sono giorni difficili, non c’è niente di difficile. ci sei solo tu, incapace di comunicare, di regalare qualcosa, che non sia un gesto del tuo piccolo mondo. un mondo che non aspetta altro che di essere condiviso. eppure se ne sta lì, su di una soglia, immobile. in attesa che qualcuno bussi.

Jack

i natali che scegliamo di vivere

e anche quest’anno il Natale è arrivato, dopo anni lo rivedo bianco, una nevicata nel pomeriggio ci ha regalato l’atmosfera “coca-cola style”, mancano solo i camion e siamo a posto. in compenso dal Cimone in giù sono contenti perché erano alcuni anni che a Natale tirava solo scirocco, almeno quest’anno la neve sulle piste per le feste ce l’hanno. rimarrà da scoprire se ci saranno i turisti, visti i tempi…
 tempi che scorrono inesorabilmente, e siamo di nuovo alla fine di un anno. un anno iniziato con tutte le angosce con cui avevamo chiuso il precedente, che mi ha visto sciare per la prima volta, mi ha visto laurearmi (finalmente!) mi ha visto prendere decisioni importanti. un anno positivo, insomma, di cui alla fine si può dire che, nonostante accadimenti spiacevoli, si è rivelato pieno di sorprese, in particolare da luglio a questa parte (e alcuni neo- affezionati di queste pagine ancora in trasloco sanno cosa voglio dire). saranno giorni intensi questi, ma oramai vi ho abituato (male purtroppo) al fatto che queste pagine sono oramai aggiornate poco, o per lo meno, non con un’intensità quotidiana (che voglio dire, la quotidianità non c’è mai stata, però la cadenza settimanale non è male riuscire a tenerla). giunti a questo punto, c’è spazio per gli auguri di rito, non per le promesse e per le smancerie tipiche del Natale. non ne ho bisogno, quest’anno poi, l’ho sentito stranamente poco il suo arrivo, e per poco, non mi scordavo di fare i regali. non c’è spazio per le promesse perché tra poco non ci sarà più spazio neanche per la speranza, e a noi non resterà altro che aggrapparci a noi stessi pur di uscirne. l’augurio è che questo Natale sia riflessivo, non tanto per capirne il significato (religioso o commerciale che sia), ma per capire il nostro di significato. non esistono natali belli o brutti, esistono i natali che scegliamo di vivere. auguri a tutti (religiosi e non).

Jack

scazzi di vita quotidiana

ogni tanto capita, anche se non è poi così grave. agli scazzi si sopravvive in fondo, il più è conviverci nel momento in cui si presentano. un pò come quando ti chiedono <> e tu, per non essere banale rispondi <>. insomma alle situazioni ti ci devi adattare, non è che puoi metterti a piangere e pensare che la sfiga ti abbia preso di mira. anche se poi, alle volte, l’impressione è un pò quella vuoi per il fatto che si avvicinano anniversari grotteschi, vuoi per il fatto che, per quanti sforzi hai compiuto, intorno a te si è creato un temporaneo vuoto, il cellulare non riceve le dovute risposte, le chat sono deserte, il tempo fuori è ostico e non hai voglia di metterti a girare da solo. ribadisco, sono cose che capitano, anzi, mi ritengo fortunato a poter affermare che non avevo ricordo di come ci si sente scazzati in un venerdì sera in cui tutti i programmi ti sono saltati e la miglior prospettiva si rivela quella di guardare il letto non tanto come appiglio dopo una notte brava, ma come luogo di… riposo. e sì che proprio adesso che scrivo di questo mio scazzo, mi sento sollevato, come se il macigno che ho sullo stomaco (e garantisco che non ho mangiato pesante) poco alla volta si sgretolasse. cosa volete mai, questo in fondo è quello che succede quando si è abitudinari, non tanto nell’avere le serate programmate del tipo venerdì-uscita-amici-birra&chiacchiere, ma nell’avere la certezza che comunque qualcosa accadrà. nel darlo per scontato ecco. e invece nulla è scontato, ragion per cui, lo scazzo, facciamocelo passare please.

Jack

un inizio

è fatta di giorni d’angoscia questa fine d’anno, vuoi perché odio questo mese e tutte le sue celebrazioni, vuoi anche perché la situazione, mondiale, europea, nazionale, lascia poco spazio all’ottimismo e anche alla possibilità di fare anche un solo piccolo progetto. dieci anni fa, al primo Natale col terrore che Al Qaeda facesse saltare in aria tutti noi, per certi versi (vuoi anche l’età più ingenua, andavo per i 18), le prospettive non erano così terrificanti. per lo meno, nonostante le guerre in Afghanistan e di lì a poco in Irak, si poteva girare in auto senza dover accendere un mutuo. c’era Berlusconi sì, però per quanto terribile, non era la caricatura di sè stesso, e l’immobilismo, all’epoca, ce lo potevamo quasi permettere. non so, nel giro di 3 anni, dal crollo della Lehman Brothers a questa parte, le prospettive sono cambiate, gli orizzonti si riducono sempre di più. se dieci anni fa ci facevano paura con l’ipotesi di bombe su aerei o nelle metropolitane, oggi ci terrorizzano con lo spettro della povertà, sempre efficace, quando si tratta di andare a colpire laddove si ottiene un maggior riscontro: i consumi. ed è vero per certi versi, che esiste un mercato dell’inutile che non ci possiamo più permettere, ma a cui non vogliamo rinunciare; però è frustrante che tocchi proprio a noi questo “sacrificio”. il virgolettato non è a caso, perché a conti fatti, se penso alla vita che fecero i miei nonni (me n’è rimasto uno, 90enne da poco e in formissima, ma nei suoi racconti, tra guerra, prigionia e povertà, la fame la senti per osmosi) noi sacrifichiamo il  brodo grasso. quello che è frustrante è il dissolversi delle belle favole che ci hanno raccontato, che mi hanno raccontato fino a dieci anni fa: che avrei preso il diploma, avrei trovato lavoro, oppure avrei fatto l’università e mi sarei fatto una posizione, mi sarei sistemato e chissà quante altre cose. ora, io ho finito di studiare quest’anno, ci ho messo più tempo del dovuto, un pò per difficoltà varie ed eventuali e un pò per cialtronaggine mia, però ce l’ho fatta. in mezzo ci ho lavorato più o meno con regolarità e continuità, facendo il cameriere, aiutando i miei in ditta e facendo il cronista. sono arrivato in fondo abbastanza lucido per cogliere l’azzeramento delle prospettive che l’università mi offriva e la possibilità di continuare la ditta di mio padre coi miei fratelli. ho scelto la seconda. poi ho aperto, parallelamente un’attività mia. e come regalo, anziché premiare la mia iniziativa, mi piazzano l’iva al 23%, e manco posso ritoccare i prezzi della mia seconda attività, perché sono appena partito! per ora comunque, ringrazio la mia fantasia, ingeniarsi è rimasta l’unica soluzione per provare a uscire da questa melma. però mi viene da pensare, a me, single con poche prospettive, a chi ancora i suoi percorsi di “preparazione alla vita adulta” li deve ancora terminare. collaboro con un gruppo interparrocchiale, do loro una mano come musico, quando fanno gli spettacoli teatrali. molti di questi ragazzi sono tra i 15 e i 17 anni. mi chiedo a volte cosa raccontano loro a scuola, quali promesse di vita gli hanno narrato i loro genitori. penso all’oggi che non so io di che morte morire, e penso a loro se si aspettano qualcosa, se se ne rendono conto a che cosa si troveranno davanti. probabilmente si troveranno meno di quello che ho trovato io. e quel che è peggio è che forse nemmeno gli hanno detto, come è stato detto a me, che l’unica cosa che ci può salvare è usare la testa, avere fantasia. qualcuno che li indirizza c’è, e frequentandoli, ho scoperto con piacere, che ci sono nuove generazioni che avranno sogni. spero per loro, che abbiano anche la forza di portarli avanti. poi vuoi che sono nati in un posto, l’appennino modenese, dove per salvarti dalla noia o ti ubriachi o ti metti a suonare, e una cosa non esclude l’altra, ma la seconda, per lo meno, presuppone che esista un barlume di fantasia, o di potenziale espressivo che un domani potrà tradursi in un lavoro inventato, in un lampo di genio o chissà cosa. nel frattempo, a quei ragazzi, in attesa che possano rendersi conto, senza troppi traumi, cha a loro andrà peggio che a noi, gli auguro di innamorarsi. sì, perché forse, in questo periodo di merda, in cui spremono sangue dalle pietre, l’unica cosa che ci può rimanere da fare è quella. innamorarci e concederci. per credere ancora in qualcosa. per credere che un inizio di qualcosa, comuque ci sarà.

Jack

perché scrivo?

l’altro giorno, il fratello n.1 a proposito del mio trasloco col blog mi ha chiesto:<>. al che, banalmente, ho risposto:<>, ma non ho saputo aggiungere molto altro, anche perché stavo cambiando luogo e la conversazione era destinata a scemare. oggi (ieri, visto l’orario in cui mi riduco a scrivere) sono stato a una conferenza stampa. non scrivo più tanto per il giornale, l’ho fatto perché l’argomento mi interessava e perché riuscivo a conciliarlo col lavoro. perché ho voluto andarci? perché mi interessava? l’ho già detto, sì, però avrei anche potuto leggere il giornale il giorno dopo o guardare il tg regionale. per i soldi? suvvia, i quattro euro a pezzo non farebbero gola a nessuno (anche se, quando ero studente, pure quelli erano comodi). niente di tutto questo. è stato semplicemente il desiderio di scrivere, di raccontare. e ancora prima di sapere, di curosare. perché per me scrivere è poter essere me stesso, poter dire le cose senza preoccuparmi di arrossire o di dover fare una faccia da duro. poter essere libero di non imbarazzarmi di fronte allo sguardo di un’altra persona. non dico che scrivere sia la mia vita, ma di sicuro è l’azione in cui mi trovo meglio in assoluto. quando scrivo è come se mi stessi cucendo un vestito da indossare, e il rendere pubblico ciò che scrivo, altro non farà che farmi capire se quel vestito mi sta bene o no. non mi interessa più di fare il giornalista, lo faccio solo per diletto e passione. nemmeno mi interesso più dell’ipotesi che un giorno questo blog possa portarmi alle luci della ribalta. io scrivo per sentimi normale, per sentire la mia normalità e offrirla a chi legge.

Jack